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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DELLA CAMPANIA IN VISITA
«AD LIMINA APOSTOLORUM»

Giovedì, 2 maggio 1991

 

Venerati fratelli nell’Episcopato!

1. Dopo avervi incontrato personalmente nei giorni scorsi, sono lieto di salutarvi ora tutti insieme e ringrazio il Signore per questa ulteriore occasione che mi è offerta di venire a contatto, attraverso le vostre persone, con le Comunità cristiane della ridente ed amata Regione campana, alcune delle quali ho già avuto la gioia di visitare. Conservo in proposito sempre vivo nella memoria il ricordo del mio recente pellegrinaggio nelle diocesi di Benevento e poi di Napoli, Pozzuoli, Nocera Inferiore-Sarno ed Aversa.

È a tutte le Chiese particolari affidate alle vostre cure pastorali che rivolgo in questo momento un affettuoso e sincero saluto. Lo rivolgo in particolare ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, al laicato cristiano, ai giovani, agli ammalati e ad ogni componente del popolo di Dio che vive nella vostra Regione.

Trasmettete loro, amati fratelli nell’Episcopato, i miei più cordiali sentimenti assicurando a tutti la mia spirituale solidarietà.

Indirizzo adesso un ringraziamento singolare al Signor Cardinale Michele Giordano, Arcivescovo di Napoli, per la sua sempre gentile premura e per le espressioni di ossequio che anche a nome vostro poc’anzi mi ha rivolto.

2. Nel corso della precedente visita “ad limina” ebbi a dirvi che voi “siete Vescovi in una Regione che ha vissuto in modo diretto e, talvolta, drammatico le conseguenze delle trasformazioni sociali proprie dei tempi moderni”, dove “le rapide mutazioni del nostro tempo hanno prodotto dolorosi squilibri nel costume, nella vita religiosa e fin nel “quadro culturale” della popolazione campana” (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX/2 [1986] 1918). Ed aggiungevo che “bisogna tendere ad una ripresa dell’annuncio cristiano nella sua interezza e nella sua vitalità dinanzi ad un popolo che di esso ha bisogno . . . Si tratta di evangelizzare, di rievangelizzare con un impegno vasto e perseverante, tale da coinvolgere tutte le forze della Chiesa e da portare a tutti la grazia della chiamata divina ad imitazione dei primi tempi del Cristianesimo” (Ivi).

Sì, occorre una evangelizzazione rinnovata che, come sottolineavo nel novembre scorso a Napoli, organizzi la speranza. Anzi, organizzi e faccia camminare la speranza per ogni angolo della Campania, dando forma all’aspirazione, generalmente avvertita, di una società a dimensione umana dove regni la giustizia e la verità, la lealtà e la solidarietà. La Chiesa, quando è incarnata nella vita del popolo e ne condivide le gioie e le attese, le tristezze e le angosce, soprattutto dei poveri e di coloro che soffrono (cf. Gaudium et spes, 1), diventa vivido fermento di rinnovamento spirituale; diviene essa stessa famiglia e luogo della speranza. Ecco il programma apostolico che, quali solerti e pazienti servitori del Vangelo, voi avete già fatto vostro: essere in ogni circostanza araldi e testimoni, sostenitori e profeti della speranza. Per noi cristiani, non si tratta di un mero desiderio, né di un semplice appello etico. La speranza è una virtù teologale, è la “certezza” che Dio porta a compimento le sue promesse e non abbandona mai i suoi figli. Iddio “ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva” (1 Pt 1, 3) “ed è per questo che manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso” (Eb 10, 23). Fidando in lui, il credente spera al di là di ogni umana prospettiva e non si lascia abbattere dalle difficoltà; gli ostacoli che incontra sul cammino non lo scoraggiano perché, pur conscio delle sue debolezze, pone salda la sua fiducia nel Signore. Forti di questa certezza, venerati fratelli nell’Episcopato, comportatevi “con molta franchezza” (cf. 2 Cor 3, 12) nella guida delle vostre Comunità. Con fermezza e coraggio proponete sempre l’integrale annuncio del Vangelo che è “come lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei nostri cuori” (2 Pt 2, 11).

3. In Campania, come voi stessi sottolineate, emergono due volti - il volto socio-economico e il volto religioso - tra loro profondamente diversi.

Quello socio-economico manifesta ancora la gravità di una situazione che lo stesso Episcopato italiano, nel documento su “Chiesa italiana e Mezzogiorno”, ha definito come “sviluppo incompleto, distorto, dipendente . . . e frammentato” (cf. CEI, Chiesa italiana e Mezzogiorno, 8). Si tratta di una condizione che preoccupa per la sua evoluzione negativa e soprattutto per il persistere inquietante di fenomeni di devianza sociale e di degradazione morale. Su tale argomento sono ritornato a più riprese nella recente visita pastorale del novembre scorso. Ne ho parlato agli intellettuali, agli amministratori, agli imprenditori, ai lavoratori e ai giovani. Ho cercato, così, di attirare l’attenzione di ognuno e di stimolare tutti ad una risoluta mobilitazione ideale per promuovere una coscienza sociale più rispettosa del bene comune.

Parafrasando il grido di Isaia vorrei esortare voi, pastori delle Chiese particolari campane, a non tacere né a darvi pace “finché non sorga come stella la giustizia” di Dio (cf. Is 62, 1). Si levi audace la vostra parola a difesa del povero, defraudato spesso dei diritti più elementari.

Contro la cultura dell’ignavia e dell’illegalità, contro l’idolatria del consumo e dell’edonismo annunciate il Vangelo della verità, della giustizia, della pace (cf. 2 Tm 4, 2-5) e dell’amore. Non arrendetevi mai!

4. Anche il volto religioso presenta non poche sfide all’odierna evangelizzazione e alla vostra missione pastorale. La vostra è una religiosità popolare viva, carica di sentimento, con alcuni tratti tipici, quali il senso di abbandono in Dio, la fiducia illimitata nel Padre celeste, la confidenza filiale nella Vergine Santissima, Madre premurosa dei poveri, la devozione verso i Santi, invocati come intercessori presso il Signore perché esperti anch’essi della comune condizione umana.

Tuttavia un così prezioso patrimonio di pietà e di cultura che per secoli ha ancorato saldamente le famiglie ai perenni valori del cristianesimo, da qualche tempo sembra insidiato dal dilagare dei miti del consumismo, dalla caduta della tensione morale nei comportamenti individuali e sociali e dalla tentazione di staccare la vita dalla fede e dalla morale evangelica. Il rinnovamento conciliare ha apportato alle tradizionali forme della religiosità popolare un soffio di moderna vitalità. Non ha spento, infatti, la loro creatività ma ha invitato a “prendere coscienza della permanenza del bisogno religioso nell’uomo, attraverso la diversità delle sue espressioni, per sforzarsi continuamente di purificarlo e di elevarlo nell’evangelizzazione” (cf. Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX/1 [1986] 124-125). Si tratta, allora, di vegliare perché tali manifestazioni e tali atti di devozione popolare siano incrementati, rettificati e purificati nel caso ciò fosse necessario.

La religiosità popolare - ha scritto il mio predecessore Paolo VI nell’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi - “manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere; rende capaci di generosità e di sacrificio fino all’eroismo, quando si tratta di manifestare la fede; comporta un senso acuto degli attributi profondi di Dio: la paternità, la provvidenza, la presenza amorosa e costante; genera atteggiamenti interiori raramente osservati altrove al medesimo grado: pazienza, senso della croce nella vita quotidiana, distacco, apertura agli altri, devozione” (Evangelii nuntiandi, 48).

Recuperando il valore autentico della sana religiosità popolare, ognuno è stimolato ad approfondire il suo rapporto con Dio ed è di conseguenza più aperto alla concreta solidarietà verso i fratelli. In una società, inoltre, che sa tramandare inalterata e rinnovata la propria tradizione spirituale i giovani possono guardare con maggior fiducia verso l’avvenire e sono aiutati a reagire positivamente alle tante sfide dell’ora presente.

La gioventù! quali meravigliosi ricordi ho portato con me degli incontri avuti con i giovani della vostra Regione! Quale ricchezza di prospettive rappresentano per la Chiesa! Essi sono disponibili e pronti a consacrare la propria esistenza ai grandi ideali che li affascinano; sono sensibili e capaci di straordinari gesti di altruismo e di generosità; non rifuggono dal sacrificio e sanno lottare per la verità. È grande la loro aspirazione alla giustizia e profonda la loro ansia per una più vasta solidarietà sociale. Amano Cristo e desiderano servire il suo Vangelo.

Aprite il cuore alle loro domande e ai loro problemi perché essi possano a loro volta accogliere in pienezza l’invito che il Signore loro rivolge. Vi affido la loro formazione; siate per ciascuno padri amorevoli e guide sicure.

5. Aprite il vostro cuore alla famiglia, luogo privilegiato dell’annuncio evangelico. Fortunatamente è ancora ben saldo nella vostra Regione il nucleo familiare e alcune Diocesi hanno ad esso dedicato interesse prioritario facendone uno dei capisaldi della nuova evangelizzazione. La gioiosa accoglienza della vita è un valore che voi sentite molto vivo e che va gelosamente difeso e incoraggiato. Non ci può essere autentico progresso quando l’uomo e la sua esistenza sono sacrificati al benessere materiale. Promuovete, pertanto, una pastorale che conduca i credenti a farsi costruttori di una “cultura della vita” capace di arginare quelle forme di violenza che talora sembrano non considerare la persona nella sua giusta prospettiva. Proseguite sul cammino che in tal senso avete già iniziato, ben consapevoli che la famiglia non si salva per forza di inerzia, ma soltanto predisponendo a sua difesa ogni opportuno presidio sociale, etico e spirituale, curando la formazione integrale di ogni suo membro e soprattutto educandola ad una matura pratica della fede.

Formate le famiglie al senso di Dio. Iniziatele alla preghiera; aiutatele a rispondere con generosità alla chiamata che Cristo loro rivolge.

Evangelizzata dai tempi apostolici e rimasta sempre fedele alla sede di Pietro, la Campania conoscerà, così, grazie ad una rinnovata evangelizzazione, un incoraggiante risveglio cristiano. Sarà testimone di una insperata mobilitazione delle coscienze contro i mali dell’egoismo e della violenza. Sarà artefice di giustizia e di pace. Costruirà e farà camminare la speranza. Tutto ciò avverrà se voi, Pastori, insieme ai presbiteri, vostri più stretti collaboratori, sarete costantemente uniti a Dio nella preghiera e vi abbandonerete con fiducia alla sua volontà. Se, in pari tempo, guiderete con passione ed amore il gregge del Signore a voi affidato.

6. Non posso chiudere questo nostro incontro senza rivolgere un pensiero a Maria all’inizio del mese di maggio a lei consacrato. Penso ai numerosi santuari della vostra terra dove le comunità cristiane amano di frequente recarsi in pellegrinaggio. Penso soprattutto alla devozione mariana tipica del vostro popolo, che ha plasmato in ogni epoca santi e arditi apostoli del Vangelo. Invoco, con voi, la Regina delle vostre Chiese, Maria. A lei affido i vostri progetti e le vostre preoccupazioni: affido tutti voi! Con lei, proseguite fiduciosi nella vostra missione. Ed in segno di particolare affetto vi imparto l’apostolica benedizione che estendo ai sacerdoti, ai religiosi e religiose, ai laici delle vostre Diocesi. 

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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