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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI AL SEMINARIO PER LAVORATORI
E SINDACALISTI PROMOSSO DALLA CEI

Sala Clementina - Sabato, 4 maggio 1991

 

Carissimi fratelli e sorelle,

1. Rivolgo un cordiale benvenuto a tutti voi, lavoratori e sindacalisti, convenuti a Roma per celebrare il centenario dell’Enciclica Rerum novarum, nell’imminenza ormai del 15 maggio, anniversario del giorno della sua solenne promulgazione. Saluto ciascuno di voi ed esprimo vivo apprezzamento per il vostro impegno a servizio del bene comune. Ringrazio Monsignor Santo Bartolomeo Quadri, Presidente della Commissione episcopale della Conferenza Episcopale Italiana per i problemi sociali e il lavoro, che a vostro nome mi ha rivolto poc’anzi cordiali espressioni di ossequio.

Non vi è dubbio che voi consideriate questa commemorazione come qualcosa che vi tocca da vicino, anzi, come qualcosa di specificatamente vostro, dato che l’Enciclica di Papa Leone XIII concerne proprio la “condizione degli operai”.

Come altri, siete pure voi testimoni dell’attualità e della perennità del suo insegnamento, nell’Enciclica Centesimus annus pubblicata l’altro giorno per commemorare appunto questo centenario, osservo che si deve sempre guardare al testo della Rerum novarum “per scoprire nuovamente la ricchezza dei principi fondamentali, in essa formulati, per la soluzione della questione operaia” (Ioannis Pauli PP. II, Centesimus annus, 3). Sono certo che anche durante i giorni di riflessione del vostro seminario, considerando le molteplici sfide con le quali ai nostri giorni il movimento operaio deve confrontarsi, vi sia apparso con chiarezza il valore intangibile di tali “principi fondamentali”.

2. La “questione operaia” non si pone oggi di sicuro negli stessi termini che al tempo di Leone XIII. Anzi, si deve all’“azione del movimento operaio”, se tante cose sono cambiate in meglio nei cento anni trascorsi (cf. Ioannis Pauli PP. II, Centesimus annus, 16).

Tuttavia, se è vero che i diritti dei lavoratori, enunciati in maniera tanto esplicita e decisiva nella Rerum novarum, sono ora ammessi e riconosciuti da molte legislazioni nazionali ed internazionali, non è purtroppo altrettanto vero che essi siano ovunque concretamente rispettati. Quante manovre e procedure ingiuste si mettono in atto per vanificare le migliori disposizioni giuridiche e le più collaudate pratiche dell’etica del lavoro! Si pensi, ad esempio, ai lavoratori e alle lavoratrici privi di valide forme di sicurezza sociale, della prospettiva di una pensione, e persino talora di un giusto e sufficiente salario. Si considerino, ancora, il fenomeno del cosiddetto “lavoro nero”, lo sfruttamento minorile e le numerose vittime della disoccupazione soprattutto giovanile.

Se ciò accade nei Paesi dove una salda struttura legale fornisce ai lavoratori almeno la possibilità di intraprendere delle azioni a loro difesa, cosa dire delle Nazioni dove sono assenti tali strumenti giuridici o esistono soltanto in apparenza? Era il caso, come ben sappiamo, delle società che si ispiravano al “socialismo reale”: alle parole e ai proclami sui diritti e sull’importanza della classe lavoratrice non corrispondeva pressoché nulla nel concreto, e il divario fra vuote proclamazioni e realtà che si è venuto a creare non è indubbiamente facile adesso da colmare.

3. Nel vostro Convegno avete studiato le forme e i modi della partecipazione del mondo del lavoro alla vita della società. Non si tratta soltanto di contribuire allo sviluppo delle varie aziende ed imprese nelle quali voi lavoratori prestate la vostra opera preziosa ed insostituibile. Si tratta, altresì, attraverso il vostro attivo apporto alla vita stessa dell’impresa in quanto “comunità di uomini” (Ioannis Pauli PP. II, Centesimus annus, 43), di migliorare la società, non isolandovi da essa. Al contrario occupando con responsabilità il posto che vi compete, voi fate sì che non vi regni “l’assoluta prevalenza del capitale” sul lavoro, né “il sistema socialista, che di fatto risulta essere un capitalismo di stato, ma una società del lavoro libero, dell’impresa e della partecipazione” (Ivi, 35). A questo fine devono tendere i vostri sforzi e i vostri impegni professionali, in quanto lavoratori e in quanto lavoratori cristiani. Tutti siete chiamati, infatti, a coltivare la “vigna del Signore” (cf. Mt 20, 1-16). In modi diversi, questa vigna è anche la vostra propria Nazione e il mondo intero.

Partecipazione e solidarietà vanno insieme in modo inseparabile e costituiscono le due facce di un’unica medaglia. “Mediante il suo lavoro l’uomo si impegna non solo per se stesso, ma anche per gli altri e con gli altri: ciascuno collabora al lavoro e al bene altrui . . . della sua famiglia, della comunità di cui fa parte, della Nazione, e in definitiva dell’umanità tutta” (Ioannis Pauli PP. II, Centesimus annus, 43).

4. È in questo contesto che si inserisce l’attività e il senso delle associazioni di operai che la Rerum novarum così chiaramente legittimava e voleva promuovere, anticipando i tempi (Leone XIII, Rerum novarum, 135). Oltre a difendere e a far rispettare i diritti dei lavoratori, esse continuano oggi a rendere fattiva e reale la loro partecipazione solidale alla vita dell’intera società. Ciò che gli operai, come singoli individui, non riuscirebbero mai a realizzare efficacemente possono farlo le associazioni sindacali degne di questo nome e fedeli alla loro funzione originaria.

È pertanto oltremodo auspicabile che, commemorando il centenario della Rerum novarum lungo tutto il 1991 Anno della Dottrina sociale della Chiesa (Giovanni Paolo II, Omelia del 1° gennaio 1991), la funzione dei sindacati sia riesaminata ed aggiornata nell’interesse proprio dei lavoratori, per servire i quali tali strutture sono nate.

“Si apre qui, osservo nella Centesimus annus, un grande e fecondo campo di impegno e di lotta, nel nome della giustizia, per i sindacati e per le altre organizzazioni dei lavoratori, che ne difendono i diritti e ne tutelano la soggettività, svolgendo al tempo stesso una funzione essenziale di carattere culturale, per farli partecipare in modo più pieno e degno alla vita della Nazione e aiutarli lungo il cammino dello sviluppo” (Ioannis Pauli PP. II, Centesimus annus, 35).

5. Se, inoltre, è vero che tra le conseguenze del crollo del sistema politico ed economico imperniato sulla filosofia marxista figura in primo luogo “in alcuni paesi, l’incontro tra la Chiesa e il Movimento operaio” (Ivi, 26), si può ben dire che ciò è dovuto sia alla natura del Movimento operaio sia alla missione della Chiesa.

Quest’ultima, infatti, come sapete, valorizza il lavoro umano, in quanto collaborazione alla creazione divina e mezzo dato agli uomini per la loro piena realizzazione (Ioannis Pauli PP. II, Laborem exercens, 4).

Carissimi fratelli e sorelle, la vostra vocazione di lavoratori cristiani comporta un ruolo particolare nell’attuale momento storico caratterizzato da vasti e rapidi mutamenti sociali. Siete chiamati, nei vari ambiti occupazionali, a difendere la dignità della persona e a recare l’annuncio liberante del Vangelo. Esercitate, pertanto, questa fondamentale attitudine che vorrei chiamare missionaria nei confronti dei vostri compagni di lavoro, qui e altrove, e nei confronti di tutta la società mediante la vostra solidale partecipazione.

Che il Signore Gesù, diventato per noi lavoratore (cf. Mc 6, 3), vi aiuti ed accompagni su questa strada! Vi assista Maria, la Madre del Redentore! Invocando su tutti voi, sui vostri impegni quotidiani e sulle vostre famiglie la protezione celeste, anch’io di cuore vi benedico.

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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