 |
DISCORSO DI GIOVANNI
PAOLO II AI PARTECIPANTI AD UN CONVEGNO DELLA
«CARITAS ITALIANA»
Sabato, 16
novembre 1991
1. Accolgo e saluto volentieri voi, partecipanti al Convegno indetto dalla
Caritas Italiana in occasione del ventesimo anniversario della sua
istituzione. Saluto tutti con particolare affetto; ringrazio Monsignor Attilio
Nicora per l’indirizzo con cui ha introdotto questo incontro.
Mi è caro rivolgere un pensiero deferente e grato a tutti coloro che, nel
ventennio trascorso, hanno guidato con dinamismo e zelo apostolico codesto
importante organismo pastorale.
Ma soprattutto non posso non ricordare insieme con voi la figura del Papa
Paolo VI, i cui indirizzi furono decisivi nell’incoraggiare i Vescovi italiani a
rilanciare, in chiave più direttamente pastorale ed educativa, la preziosa
esperienza della Pontificia Opera Assistenza e delle Opere Diocesane Assistenza,
e nel configurare la nascente Caritas secondo la sua genuina identità,
quella, cioè, che sottolinea “la sua prevalente funzione pedagogica, il suo
aspetto spirituale, che non si misura con cifre e bilanci, ma con la capacità
che essa ha di sensibilizzare le Chiese locali e i singoli fedeli al senso e al
dovere della carità in forme consone ai bisogni e ai tempi” (Insegnamenti di
Paolo VI, X, 1972, 989).
La linea allora tracciata è stata percorsa con impegno generoso in questi
vent’anni: non soltanto la Caritas Italiana ha progressivamente
sviluppato una capacità di presenza e di servizio nella promozione e nel
coordinamento della carità nella società italiana, ma essa si è costituita in
tutte le diocesi d’Italia come “Caritas diocesana”. I recenti “Orientamenti
pastorali” della Conferenza Episcopale Italiana hanno poi dato autorevole
stimolo per la costituzione della “Caritas parrocchiale” (cf. Cei,
Orientamenti pastorali, 48) e ha messo in maggior luce le proprie
responsabilità di indirizzo e di animazione in questo campo, istituendo
un’apposita “Commissione Episcopale per il servizio della carità”.
2. Questa occasione anniversaria deve stimolarvi sempre più nella convinzione
circa la “centralità” della carità nel quadro del messaggio e della pratica
cristiani.
Si tratta di educare non solo i singoli fedeli, ma anche l’intera comunità
cristiana a diventare nel suo insieme “soggetto di carità”, assumendo in prima
persona il compito di testimoniare l’amore di Dio per gli uomini, con un tratto
di speciale preferenza per i poveri. Come hanno indicato i Vescovi italiani,
occorre “far maturare delle comunità parrocchiali che abbiano la consapevolezza
di essere, in ciascuno dei loro membri e nella loro concorde unione, soggetto di
una catechesi permanente e integrale..., di una celebrazione liturgica viva e
partecipata, di una testimonianza di servizio attenta e operosa” e “favorire
un’osmosi sempre più profonda fra queste tre essenziali dimensioni del mistero e
della missione della Chiesa” (Cei, Evangelizzazione e testimonianza della
carità, 28).
Una speciale attenzione sarà da riservare ai giovani, nativamente aperti e
disponibili ad ogni forma di generoso impegno per gli altri, ricordando loro,
peraltro, con evangelica chiarezza che se la loro dedizione non è animata
dall’autentica carità, cioè dalla partecipazione all’amore stesso di Dio, che la
grazia alimenta nel cuore dei credenti, anche il gesto più ardimentoso “nulla
giova” (cf. 1 Cor 13, 3). In questa linea meritano speciale apprezzamento
la proposta di un anno di volontariato sociale rivolta alle ragazze e il
servizio civile prestato nel settore caritativo-assistenziale dai giovani
obiettori di coscienza.
Il fenomeno del volontariato ha conosciuto in questi anni un rigoglioso
sviluppo, al punto che recentemente s’è avvertita l’opportunità di disciplinarne
e favorirne anche con una legge civile l’organizzazione e l’attività. Sappiamo
che molti tra i gruppi e gli organismi di volontariato trovano nella comunità
cristiana la loro radice e la fonte di ispirazione e di sostegno. Sarà bene
perciò che la Caritas alimenti con puntuale impegno formativo questa risposta
delle forze più vive della società ai mali che la travagliano: proprio perché si
caratterizza per uno stile di spontaneità, di gratuità, di solidarietà, il
volontariato va continuamente animato con i valori cristiani, che ne sostengono
la tensione ideale e la fedeltà operosa.
3. La carità cristiana tende, per natura sua, a farsi condivisione e soccorso
anche attraverso le opere e le istituzioni, di cui è ricca la tradizione
cristiana, rispondendo così ai nuovi bisogni emergenti in una società che
nasconde, nelle pieghe di un apparente benessere, emarginazioni, solitudini e
sofferenze. La Chiesa deve apprezzare e sostenere queste opere, stimolandone il
continuo aggiornamento e nutrendone l’autentica ispirazione evangelica, e deve
favorirne l’azione coordinata sul territorio, perché la molteplicità dei doni e
dei servizi giovi all’efficacia dell’intervento e renda meglio percepibile e più
esemplare il segno di credibilità che esse rappresentano in mezzo alla società.
È perciò da incoraggiare l’azione della “Consulta ecclesiale delle opere
caritative e assistenziali”, a livello nazionale, regionale e diocesano; insieme
con la “Consulta Nazionale per la pastorale della sanità”, essa può
rappresentare un valido punto di conoscenza, di scambio, di programmazione
comune tra istituzioni e diventare un utile strumento di osservazione dei
problemi e dei bisogni emergenti e, all’occorrenza, una voce autorevole che
richiami l’attenzione delle strutture pubbliche e concorra a orientarne gli
indirizzi in uno stile di vera collaborazione.
Vi incoraggio a perseverare in questo impegno. Poiché il vostro apporto
specifico non è disgiunto da quello educativo, vi esorto a far diventare sia le
contingenze straordinarie sia la quotidiana azione promozionale in favore dei
poveri, punti qualificanti di una visione dell’uomo e della vita, che assuma la
solidarietà come criterio originale e decisivo alla luce del messaggio
evangelico. Abbiamo bisogno soprattutto di famiglie che, vivendo generosamente
secondo le istanze evangeliche, si facciano sempre più concretamente
accoglienti, aprendo la mente e il cuore e, quindi, anche la propria casa,
all’impegno della condivisione con chi soffre.
4. “Da questo tutti riconosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore
gli uni per gli altri” (Gv 13, 35): la parola di Gesù, che mette in
risalto l’efficacia evangelizzatrice di quel comandamento dell’amore, che Egli
ha chiamato il “suo” comandamento (Gv 15, 12), risuoni con particolare
vibrazione nel vostro cuore e vi confermi nell’impegno a farvi strumenti vivi
del Vangelo della carità.
Vi assista e vi conforti in codesta opera, davvero benemerita, la mia
benedizione apostolica.
©
Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana
|