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VIAGGIO APOSTOLICO IN BRASILE

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
ALLE RELIGIOSE

Palestra del Centro «Servizio sociale del Commercio» (Florianopolis)
Venerdì, 18 ottobre 1991

 

Carissime figlie e sorelle in Cristo!

1. Saluto i fratelli religiosi che sono venuti a questo incontro, che è dedicato soprattutto alle religiose del Brasile. Mi sento immensamente felice di trovarmi di nuovo con voi, rivivendo quegli incontri che ho avuto il piacere di avere con le religiose del Brasile, in occasione del mio primo viaggio pastorale in questa cara Nazione.

Ringrazio Suor Ilze Mees, per le amabili parole che mi ha appena rivolto, in nome di tutte le religiose del Brasile.

Figlie mie, è fondamentale il vostro ruolo in questo immenso compito della nuova evangelizzazione, per il quale Dio ci convoca al termine di questo millennio. Sarebbe impossibile per la Chiesa assolverlo compiutamente senza la partecipazione generosa della vostra vita consacrata.

Come ho detto due anni fa a tutti i religiosi e le religiose del Brasile, “sarebbe quasi impossibile immaginare la vitalità della Chiesa in Brasile senza questa rete di comunità religiose, che rendono presente e visibile il Vangelo . . . Vi ringrazio di cuore per la fedeltà alla vostra consacrazione e missione, per la vostra presenza ecclesiale in tutte le latitudini di questo immenso Brasile. La fecondità misteriosa delle vostre comunità contemplative, la testimonianza di coloro che vivono il loro inserimento tra i più poveri e la generosa dedizione di coloro che lavorano in regioni sperdute e isolate, costituiscono una ricchezza per la Chiesa in Brasile e sono una prova della sua vitalità” (Ioannis Pauli PP. II, Lettera ai partecipanti alla XV Assemblea Generale Ordinaria della Conferenza dei Religiosi del Brasile , 11 lug.1989: Insegnamenti di Giovanni Paolo II,  XII, 2, (1989) 70s.).

2. Questo orizzonte così ricco e stimolante della missione che Dio vi convoca a realizzare nella Chiesa e nel mondo, esige da voi, come condizione della sua vitalità, una fedeltà incondizionata a Cristo e alla Chiesa. Di questo voglio parlarvi oggi, in modo speciale. Non si ricorderà mai abbastanza che “l’identità e l’autenticità della vita religiosa sono caratterizzate dal seguire Cristo e dal consacrarsi a Lui, mediante la professione dei consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza. Con essi si esprime la totale dedizione al Signore e l’identificazione in Lui, nel suo affidarsi al Padre e ai fratelli” (Eiusdem, Lettera apostolica ai Religiosi e alle Religiose dell'America Latina, 29 giu. 1990: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIII, 1 (1990) 1715).

Amate, con profondo spirito di fede, questi tre vincoli santi. Essi, per così dire, definiscono e qualificano la vostra vita, creano uno spazio di assoluta libertà dentro i vostri cuori, che possono, mediante loro, accogliere l’amore di Cristo e vivere interamente in Lui, per Lui e di Lui. La religiosa, fedele agli impegni della sua consacrazione, prova l’immensa felicità di camminare in compagnia di Gesù, di vivere della sua parola, di godere della sua presenza interiore, di partecipare alla sua missione di salvezza (cf. Ivi).

3. Amate, dunque, con tutta l’anima, il consiglio evangelico della castità. Esso libera, in modo singolare, i vostri cuori, perché s’infiammino sempre più nella carità di Dio e di tutti gli uomini. È un mezzo senza uguali perché possiate dedicarvi con ardore al servizio e alle opere di apostolato (cf. Perfectae caritatis, 12).

Quando l’amore di Cristo è accettato con “cuore indiviso”, nella sua interezza, senza concessioni e duplicità, senza scoraggiamenti e compensazioni, la castità si rivela come una gioiosa affermazione di amore, e non come una limitazione o una negazione. Essa canalizza e dà nuovo vigore alla infinita capacità di amare che Dio ha posto nel cuore umano, portandolo ai vertici dell’illimitato amore divino. Ed è da questo amore che sgorga la maternità spirituale (cf. Gal 4, 19), fonte di vita per la Chiesa. L’esempio di Maria Santissima, la Vergine di Nazaret, sarà sempre fonte di particolare fecondità spirituale nella vostra vita consacrata, e il riparo sicuro dell’affidamento fatto per amore a Dio.

4. Amate, allo stesso modo, con tutta l’anima, i consigli evangelici della povertà e dell’obbedienza, con l’ardente desiderio di imitare l’esempio di Cristo, che “. . . si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8, 9), e che, per amore verso il Padre e per la salvezza degli uomini, “. . . umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 8).

I consigli evangelici, così come sono sempre stati compresi e vissuti nella Chiesa, possono oggi sembrare una vera “stoltezza” (1 Cor 1, 18) a molti incapaci di intendere la “saggezza delle cose di Dio” (cf. Mt 16, 23). Sono, infatti, una stoltezza, ma una felice stoltezza di amore.

Siate certe che non può esserci autentico rinnovamento della vita religiosa, né un rifiorire delle vocazioni religiose, senza questo approfondimento sincero della vostra fedeltà alla consacrazione totale, espressa e concretizzata in questi consigli.

I consigli evangelici, permettetemi d’insistere, vissuti in piena gioia, vi identificano con Gesù Cristo Crocifisso e Risorto. Si rivelano così per tutte la persone consacrate una fortissima motivazione amorosa, un ideale sempre vivo e presente, in grado di superare tutte le fatiche, le afflizioni e le contrarietà.

5. Questi tre consigli evangelici, struttura portante della vostra vita di donazione, devono, però, concretizzarsi in accordo con l’identità specifica di ogni famiglia religiosa.

La varietà degli istituti religiosi è come “un albero piantato da Dio e in un modo mirabile e molteplice ramificatosi nel campo del Signore” (Lumen gentium, 43).

Questa diversità si esplica, per volontà di Dio, nella varietà dei carismi dei Fondatori e delle Fondatrici. Questi carismi devono essere vissuti dai loro discepoli e dalle loro discepole, conservati gelosamente, approfonditi e sviluppati, in omogenea continuità, nel corso dei tempi, in qualsiasi circostanza storica.

Ogni Istituto, di fatto, come riflesso della infinita varietà dei doni dello Spirito, ha i suoi “propri fini e il suo carattere” (cf. Codex Iuris Canonic, can. 598), non soltanto per ciò che concerne l’osservanza dei consigli evangelici, ma anche in tutto ciò che riguarda lo stile di vita dei suoi membri (cf. Ivi, can. 498, § 2).

6. Da qui derivano diverse conseguenze. Tenendo conto che la formazione iniziale e permanente, secondo il proprio carisma, è nelle mani dell’Istituto, la formazione intercongregazionale non può supplire interamente al compito della formazione permanente dei suoi membri. Questa deve essere impregnata, in molti aspetti, delle caratteristiche proprie del carisma di ogni Istituto. Ciascuno deve, pertanto, promuovere e organizzare diversi tipi di formazione speciale, per una realizzazione migliore dei suoi fini specifici. Infatti, la fedeltà al proprio carisma ha bisogno di essere approfondita nella conoscenza, ogni giorno più vasta, della storia dell’Istituto, della sua missione peculiare e dello spirito del Fondatore, sforzandosi contemporaneamente di incarnarlo nella vita personale e comunitaria (cf. Congr. pro Institutis Vitae Consec. et Societatibus Viate Apost., Orientamenti sulla formazione negli Istituti religiosi, 2 febbraio 1990, 68 e 69). Per questo, la formazione intercongregazionale dovrà essere complementare e al servizio di ogni Istituto, ma non servirà da sostituto o come livellamento dei distinti carismi.

La seconda conseguenza, derivata dalla prima, è che questa ricca diversità di carismi, i frutti con i quali contribuiscono al Regno di Dio, si impoverirebbe se fosse livellata su uno stesso modello, o uniformata per finalità pastorali polarizzate intorno a un obbiettivo unilaterale.

Si deve tener presente questo, specialmente, per quanto riguarda i problemi che, spesso, portano con sé il cosiddetto “inserimento della comunità religiosa in mezzo al popolo”.

Come già notava il documento di Puebla, l’opzione preferenziale per i poveri è stato un fattore molto espressivo nella vita religiosa latino-americana negli ultimi tempi (cf. Puebla, 721-766). Questa opzione preferenziale per i poveri, che non è mai esclusiva né escludente, ha indotto, di fatto, molti religiosi e religiose a essere generosamente “presenti nelle periferie, tra gli indigeni, gli anziani e gli ammalati, nelle innumerevoli situazioni di miseria che l’America Latina (e di conseguenza il Brasile) vive e soffre, come sono le nuove povertà che affliggono soprattutto i giovani, dall’alcolismo alla droga” (Ioannis Pauli PP. II,  Lettera apostolica ai Religiosi e alle Religiose dell'America Latina, 29 giu. 1990: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIII, 1 (1990) 1715).

Pertanto, le piccole comunità religiose inserite in mezzo al popolo, possono essere, e in realtà spesso lo sono, una espressione significativa di questa “scelta per i poveri”.

Ma è di somma importanza sapere che questa presenza, per essere in accordo con le intenzioni del cuore di Cristo, deve essere vissuta in perfetta armonia con lo spirito dei fondatori di ogni istituto e con le caratteristiche proprie della vita consacrata.

7. Proporre a tutte le famiglie religiose un unico modello di vita e di missione, l’inserimento in mezzo al popolo, sarebbe dimenticare l’importanza insostituibile dell’azione che molte religiose, in consonanza con il loro carisma peculiare, devono svolgere nei diversi ambienti sociali.

Le religiose che, per indole e fini propri dei loro istituti, lavorano in questi ambienti, siano certe che sono un nucleo di evangelizzazione più che necessario, e che stanno fornendo un grande servizio alla causa di Cristo nella società, considerata come un tutto organico.

Naturalmente, questa vostra azione si differenzia sostanzialmente da quella che compete ai laici, per sua stessa vocazione. Non sarà mai una sua imitazione, poiché questo toglierebbe la caratteristica all’essenza della vostra vocazione religiosa.

Quanto alle religiose che, sempre in accordo con il carisma del loro istituto e con la legittima indicazione dell’Autorità competente, si sono inserite in mezzo al popolo, condividendo la vita e i lavori dei più poveri, siano certe che saranno operaie efficaci del Vangelo nella misura in cui conserveranno la loro identità come consacrate.

È, senza dubbio, molto lodevole lo sforzo generoso e la buona intenzione con cui aiutano le popolazioni povere, spesso abbandonate alla loro sorte. Però è necessario che queste piccole comunità osservino certi criteri, che assicurino la loro autenticità religiosa. Tra questi: la garanzia che possano vivere in comunità, secondo le caratteristiche di ogni istituto, la vita di preghiera, comunitaria e personale, che esige nella comunità i tempi e i luoghi di silenzio; la completa disponibilità a obbedire alle esigenze delle superiore dell’istituto; un’attività apostolica che corrisponda, prima di tutto, non a una scelta personale, ma a una scelta dell’istituto, in armonia con il carisma e con la pastorale diocesana, della quale il Vescovo è il primo responsabile (cf. Congr. pro Institutis Vitae Consecr. et Societatibus Vitae Apost., Orientamenti sulla formazione negli Istituti religiosi, 2 febbraio 1990, 28).

Pertanto, qualunque sia il lavoro a cui vi dedicate, non potrà mai diminuire, in qualsiasi modo, la vita di preghiera continua, come dice il Signore: bisogna “pregare sempre senza stancarsi” (Lc 18, 1). La vita religiosa esige che si combini, in una forte unità, il tempo dedicato all’intimità con Dio e il tempo consacrato alle diverse attività.

8. Con grande gioia voglio ricordare ora la raccomandazione che feci ai Vescovi brasiliani del Regionale Nord-Uno, nella loro visita “ad limina”, nel chiedere loro “di promuovere e seguire gli Istituti di vita contemplativa, la cui presenza nella Chiesa è tanto più importante quanto maggiori le necessità pastorali del popolo” (Ioannis Pauli PP. II, Ai vescovi del Brasile, 21 mag. 1990: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIII, 1 (1990) 1374).

Carissime religiose contemplative, il Papa vi assicura che siete un grande tesoro della Chiesa. Senza la vostra amorevole immolazione, senza la vostra continua intercessione, senza il vostro gioioso sacrificio, il lavoro della Chiesa si vedrebbe privato di una delle maggiori fonti di energia. Siete nel cuore della Chiesa. Siete come un motore nascosto che le fornisce energia per la sua attività feconda. Perseverate nella vostra funzione indispensabile della preghiera, contribuendo all’azione dello Spirito che vivifica tutto l’organismo ecclesiale.

9. Carissime sorelle, meditate su questa doppia fedeltà che il Papa vi ricorda, che Dio vi chiede. Non dubitate che da essa dipenda l’incomparabile efficacia della vostra vocazione e missione nella Chiesa. Questa fedeltà sarà sempre il vostro punto di riferimento per qualsiasi rinnovamento, per ogni e qualsivoglia “riproposta”, che ricerchi, in modo autentico, la vera vitalità della vita religiosa.

Termino questo incontro ringraziando Dio, ancora una volta, per il dono della vostra vita consacrata, che arricchisce in modo singolare tutta la Chiesa. E chiedo, al tempo stesso, che la nuova evangelizzazione desiderata da tutti, sia vitalizzata da un rifiorire di autentiche vocazioni religiose in Brasile, autentiche religiose.

Con tutto il cuore benedico tutte le famiglie religiose, tutte e ognuna di voi, affidandovi alle cure materne della sempre Vergine Maria, Nostra Signora Aparecida. E termino questo incontro ringraziando Dio per la beatificazione di Madre Paolina.

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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