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VISITA PASTORALE A VICENZA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI DEGENTI DELL'OSPEDALE CIVILE VICENTINO

Piazzale dell'Ospedale civile di Vicenza - Domenica, 8 settembre 1991

 

Cari fratelli e sorelle!

1. Sono lieto di cominciare questa giornata di domenica, con la visita a voi, degenti e personale sanitario di questo grande Ospedale. Rivolgo un pensiero deferente al Signor Commissario straordinario dell’Unità Sanitaria Locale e lo ringrazio per le cortesi parole che poc’anzi mi ha rivolto.

Provengo dal Santuario di Monte Berico, dove ho venerato e pregato anche per voi, questa mattina presto, la Santa Vergine, patrona della Diocesi e della Città. E vorrei davvero comunicare a ciascuno, quale che sia la vostra personale condizione, il senso di dolcezza materna e di consolante speranza, che l’antica immagine ispira nei devoti che a Lei si rivolgono. Maria ci è sempre vicina, “adesso e nell’ora della nostra morte”; nella situazione attuale, spesso segnata dalla sofferenza, e soprattutto nel momento in cui si apre a noi la prospettiva dell’eternità beata.

In questo luogo, dove il dolore s’intreccia con l’amore, “vita e morte si affrontano in un meraviglioso duello” (Sequenza pasquale). Noi crediamo, per fede e per esperienza, che il duello è vinto dal Cristo: essendo morto, sì, ma risorto, Egli è presente e vivo. È nel suo nome infatti che qui, come in innumerevoli Case di cura, uomini e donne, spiritualmente liberi ed evangelicamente ispirati, si prodigano a favore di quanti soffrono. Mi è stato detto inoltre che, qui, persone meno fortunate, colpite talora da infermità per le quali la scienza non ha ancora trovato efficaci rimedi, trovano sostegno nell’amorevole servizio di numerosi volontari, tra i quali tante mamme di famiglia.

Avrei voluto, se il tempo me l’avesse consentito, entrare in ogni reparto, salutare e benedire ciascuno personalmente, cari degenti, e ringraziare coloro che per professione medica o per volontaria dedizione si adoperano nella vostra assistenza. Il Signore sa che vi porto tutti nel cuore.

2. A Lui affido le pene e le speranze di ciascuno di voi. In forza del messaggio che proviene dal Vangelo (“Io ero malato, - dirà Gesù alla fine del mondo -, e voi mi avete visitato”: Mt 25, 36) e spinto dagli stessi sentimenti che Egli provava di fronte alla sofferenza, io non mi stanco di ribadire l’alto valore dell’esistenza umana e la sua intangibilità. La vita va accolta, protetta e rispettata dal primo istante sino al suo termine naturale, seguendo quei fondamentali orientamenti etici che la vera Medicina di ogni tempo, fin dall’antichità precristiana, ha riconosciuto, accettato e promosso.

Quando il dolore è illuminato dalla Parola di Dio, al di fuori della quale è difficile dare valide risposte ai tanti inquietanti interrogativi che esso pone, si entra in una nuova prospettiva spirituale che gli dà senso e valore.

3. Conservare la speranza quando si soffre non è facile. È possibile che insorga un sentimento di profondo abbattimento e di ribellione interiore. S’affaccia la tentazione di lasciarsi andare e di dubitare dell’aiuto di Dio. Occorre, invece, non smarrire mai le ragioni della speranza. Assume, così, il suo giusto valore il compito degli operatori sociali e sanitari, buoni samaritani del nostro tempo, che sanno “fermarsi” e “commuoversi” (Lc 10, 33). Come il personaggio della parabola evangelica, essi manifestano uno spirito pronto a chinarsi sul prossimo sofferente, a lenirne le ferite e a farsi carico della sua situazione. Chi soffre fisicamente o spiritualmente è debole e si sente solo. Ha quindi sicuramente bisogno di cure mediche, ma ancor più gli reca giovamento e conforto la solidarietà di fratelli e sorelle che si fermino accanto a lui a condividerne la pena. Servire chi soffre è, pertanto, non solo un servizio o una professione sociale: è fondamentalmente una “missione”, che consiste nell’accompagnare il malato, aiutandolo a non perdersi di coraggio e ad affrontare serenamente la prova.

Così sostenuto, egli riacquista fiducia, perché sa di non essere ingannato o abbandonato, e trova così la forza di combattere contro il male e di sperare in ogni situazione. La scuola del dolore interessa tutti, malati e sani, e può diventare un cammino di vita caratterizzato da messaggi forti ed incisivi, diretti a tutte le componenti della odierna società, sopraffatta, talora, dalla paura e dallo scoraggiamento.

4. La sofferenza non ha nella medicina una risposta esaustiva. Essa resta un mistero. Per i credenti, tuttavia, si tratta di un mistero di salvezza. Dio chiede a chi soffre di avere fede e sperare nell’impossibile umano che, tuttavia, è possibile al Signore. Solo con la conversione intima del cuore, la prova può trasformarsi e diventare, in unione con la Croce di Cristo, redenzione per la persona e la società.

Carissimi fratelli e sorelle, accogliete con umile docilità la volontà divina e fate del dolore cristianamente vissuto una missione d’amore. “Nel programma messianico di Cristo, che è insieme il programma del Regno di Dio, la sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore e per far nascere opere di amore verso il prossimo, per trasformare tutta la civiltà umana nella “civiltà dell’amore”” (Ioannis Pauli PP. II, Salvifici doloris, 30).

La Madonna di Monte Berico, alla quale tante volte anche voi ricorrete con fiducia, vi sia accanto, vi sostenga in ogni circostanza ed apra sempre il vostro cuore alla speranza.

Con affetto imparto a ciascuno di voi e ai vostri cari la mia benedizione.

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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