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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI AD UN CONGRESSO INTERNAZIONALE
DI LAVORATORI DEMOCRATICI CRISTIANI

Martedì, 10 settembre 1991

 

Signor Presidente, Signore, Signori,

L’indomani del primo Congresso dell’Internazionale dei Lavoratori Democratici Cristiani che vi ha scelto per dirigere questa nuova organizzazione, vi siete preoccupati di farmi visita. Venendo incontro a questo desiderio, vi accolgo volentieri e vi auguro il benvenuto in questa casa.

Il nostro incontro si colloca durante l’Anno che ho consacrato alla dottrina sociale della Chiesa. Abbiamo commemorato l’enciclica Rerum Novarum, ormai centenaria, e il suo messaggio è stato approfondito un po’ in tutti i posti del mondo. Da parte mia ho proseguito il suo insegnamento con un documento nuovo. Ho peraltro scritto, nella mia recente enciclica, che papa Leone XIII era stato attento alle esperienze e alle riflessioni sociali dei cristiani del suo tempo (cf. Ioannis Pauli PP. II, Centesimus annus, 4). Ciò basta a mostrare l’interesse che presenta l’impegno dei lavoratori stessi in un’azione ispirata dall’etica cristiana della vita economica e politica.

Le circostanze presenti, con i cambiamenti intervenuti nel mondo in questi ultimi anni, inducono a riprendere una riflessione di fondo su ciò che la vita economica implica: si tratta di avere una chiara coscienza della posta in gioco, umana innanzitutto, che le condizioni di lavoro, di produzione e di scambio implicano. Questi termini astratti non devono mai far dimenticare la dignità delle persone che sono in gioco, cominciando dalle più sfavorite e vulnerabili. Le responsabilità esercitate nell’ordine politico come in quello economico, spessissimo in stretta correlazione, acquistano la loro reale grandezza quando è il servizio a tutto l’uomo che motiva ultimamente le decisioni. È in questo senso che la Chiesa sviluppa il suo insegnamento sociale. Apprezzo il fatto che voi troviate in esso l’ispirazione della vostra azione; e mi auguro che diate a voi stessi il modo di studiarla e di metterla in opera con tutte le esigenze che essa comporta.

I raggruppamenti nella vostra organizzazione di lavoratori delle diverse nazioni e di diversi continenti risponde senza dubbio alla dimensione internazionale sempre più importante dei problemi che incontrate, e anche all’impossibilità di risolverli in un ambito troppo ristretto. Come si potrebbe adesso concepire una difesa della giustizia sociale che si fermasse ad una frontiera, e che ignorasse la sorte di innumerevoli fratelli e sorelle, stranieri certo, ma in verità vicini, qualsiasi siano i loro paesi o le loro culture?

E quando si parla di giustizia, a maggior ragione in un’ottica cristiana, non si può far passare sotto silenzio un’esigenza di solidarietà. La presenza in mezzo a voi di rappresentanti dei lavoratori del Terzo Mondo illustra bene questo proposito. Le separazioni tra nazioni che hanno livelli di sviluppo tragicamente diseguali potranno essere sormontati, o quantomeno attenuati, solo se la preoccupazione della solidarietà è sinceramente, condivisa dall’insieme delle parti: l’azione politica è necessaria, ma non raggiunge i suoi obbiettivi se non grazie alla cooperazione di tutte le forze vive di una società, o grazie alle iniziative che esse prendono. Il tema della solidarietà ha caratterizzato da molto tempo il mondo del lavoro; bisogna dargli oggi tutta la dimensione che la situazione dell’umanità nel suo insieme richiede.

Signore, Signori, sperando che la vostra organizzazione apporterà un notevole contributo al progresso sociale nel mondo, invoco su di voi il sostegno della grazia divina e la benedizione del Signore.

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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