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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI CARDINALI, ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, ALLA CURIA E
ALLA PRELATURA ROMANA IN OCCASIONE DEGLI AUGURI NATALIZI

Martedì, 22 dicembre 1992

 

Lo Spirito Santo parla alla Chiesa e a noi mediante il Concilio del nostro secolo
Signori Cardinali, Carissimi fratelli e sorelle!

1. L’11 ottobre scorso si sono compiuti trent’anni dall’inaugurazione del Concilio Vaticano II. L’11 ottobre dell’anno 1962 si celebrava la memoria liturgica della Divina Maternità di Maria – una circostanza in se stessa altamente significativa. L’immediata prossimità del Natale, solennità nella quale ci raccoglieremo ancora una volta nella contemplazione della nascita verginale del Figlio di Dio dall’umile Fanciulla di Nazaret, ci riporta all’atmosfera gioiosa di quel giorno nel quale i Vescovi, convenuti da ogni parte del mondo, avviarono, sotto lo sguardo materno di Maria Santissima, il grandioso evento ecclesiale. Nell’odierna circostanza, nella quale ho la gioia di incontrare i venerati componenti del Collegio cardinalizio, della Curia e della Prelatura romana per la bella consuetudine della presentazione degli auguri, mi è perciò spontaneo scegliere proprio il XXX anniversario del Concilio come tema della nostra riflessione pre-natalizia.

Ringrazio, innanzitutto, il caro e venerato Cardinale Decano per i nobili sentimenti che, a nome di voi tutti, ha espresso e per gli auguri che mi ha presentato. Li ricambio con vivo affetto invocando dal Salvatore divino copiosi doni di grazia su di Lei, Signor Cardinale, sugli altri Porporati e Vescovi e su tutti voi – Sacerdoti, Religiosi, Religiose e laici – che con generosità e costanza prestate la vostra opera a servizio della Santa Sede. Tra le persone qui presenti non poche parteciparono al Concilio, contribuendo – sotto la guida dello Spirito Santo – a quella grande opera di Magistero e insieme di programmazione della missione apostolica e pastorale della Chiesa. Altri, invece, che in qualche maniera appartengono già alla generazione postconciliare, sono “entrati nel lavoro” dei loro predecessori, per compiere di giorno in giorno, di anno in anno, ciò che lo Spirito Santo, il quale costantemente parla alla Chiesa (cf. Ap 2, 29), ha detto a noi mediante il Concilio del nostro secolo. A Lui, al Paraclito, allo Spirito del Padre e del Figlio, allo Spirito di Gesù Cristo, indirizziamo l’espressione della nostra costante gratitudine per questo suo “parlare”, che nel Concilio si è manifestato in maniera così intensa ed efficace.

Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI, co-artefici e protagonisti della grande opera conciliare

2. Eleviamo contemporaneamente il nostro pensiero riconoscente a coloro che in maniera diretta, operando nella carità e nell’umiltà, sono diventati cooperatori dello Spirito di Verità e co-artefici dell’opera del Vaticano II. Mi riferisco innanzitutto al periodo preparatorio del Concilio. In senso largo si potrebbe dire che tutta la vita, l’esperienza e l’insegnamento della Chiesa, soprattutto a partire dal Concilio di Trento e poi attraverso il Concilio Vaticano I, hanno preparato il Vaticano II. Un Concilio si realizza sempre in un determinato momento storico, ma emerge anche dal sottosuolo della storia della Chiesa, sin “dagli inizi”. Riguardo alla sua preparazione immediata, va ricordato il grande contributo dato dal Papa Pio XII. I documenti conciliari mostrano quanto ciascuno di essi debba a tutta la tradizione della Chiesa e, in special modo, all’insegnamento di quel Papa. Come poi non essere grati alla Divina Provvidenza per il dono di un Papa quale Giovanni XXIII?

Siamo grati per la grande intuizione che lo portò a scoprire l’“ora” del Concilio, il “kairós” divino recante in sé l’imperativo interiore della sua convocazione. Giovanni XXIII agì come quel padre di famiglia che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche (cf. Mt 13, 52), per mostrare la “novità” del Vangelo, appunto, in ciò che in essa vi è di eterno e di immutabile. “È necessario – egli diceva nel Discorso di apertura del Concilio – che questa dottrina certa ed immutabile... sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Altra cosa è infatti il deposito stesso della fede, vale a dire le verità contenute nella nostra dottrina, e altra cosa è la forma con cui quelle vengono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stessa portata” (AAS 54 [1962] 792).

Siamo grati, ancora, a Cristo Signore per il Papa Paolo VI, il quale portò a compimento l’impresa del Concilio, iniziandone poi l’attuazione pratica in circostanze talvolta drammatiche, ma procedendo sempre con calma, moderazione ed equilibrio. Col “Credo del popolo di Dio”, Paolo VI risaliva agli inizi apostolici, ma apriva al tempo stesso la Chiesa al “Dialogo di salvezza”, indicando e spiegando le vie che essa avrebbe dovuto percorrere nel mondo contemporaneo. Fu questo il contenuto della Ecclesiam suam – la prima Enciclica in cui l’indimenticabile Pontefice definiva, nella prospettiva del Concilio, gli ambiti del dialogo salvifico, descrivendoli come grandi cerchi concentrici. Quante persone bisognerebbe adesso richiamare alla nostra memoria, sia tra i protagonisti che tra i collaboratori della grande opera conciliare! In essa tutto l’Episcopato della Chiesa universale, tutti i Vescovi del mondo esercitarono il loro specifico ministero di fronte a tutte le Chiese dell’“oikumene” terrestre.

E poi i teologi, gli esperti, gli uditori, i collaboratori interni, gli operatori dei mass media al servizio dell’assemblea conciliare... un apporto assai prezioso per il Concilio fu quello dei rappresentanti delle altre Chiese e Comunità cristiane, la cui presenza contribuì a far sì che il Vaticano II tracciasse coraggiosamente le linee di un rinnovato ecumenismo per la ricerca dell’unità tra i cristiani divisi: “perché tutti siano una cosa sola” (Gv 17, 21).

Guardare al Concilio attraverso l’esperienza del periodo postconciliare

3. Nel fare oggi memoria con vivo senso di riconoscenza di tutte queste persone e delle loro multiformi attività, non possiamo non rendere grazie allo Spirito Santo, il quale – secondo la promessa del Signore – è con noi sino alla fine del mondo per insegnarci ogni cosa e ricordare al momento giusto tutto ciò che Gesù ha detto (cf. Gv 14, 26). La nostra riflessione sul passato diventa ancora più significativa, se guardiamo al Concilio attraverso l’esperienza del periodo postconciliare. La Chiesa, pur essendo in ogni angolo della terra la stessa di ieri, vive e realizza in Cristo il suo “oggi”, che ha preso il via soprattutto dal Vaticano II. Questo “oggi” ha trovato una sua espressione anche nei documenti postconciliari a carattere universale. Penso al Codice di Diritto Canonico della Chiesa Latina e al Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, la cui futura redazione era stata annunciata dallo stesso Papa Giovanni insieme col Concilio.

A suo tempo si disse che questi erano da considerare, in certo senso, come gli ultimi documenti del Vaticano II. Analoga valutazione va fatta oggi (e forse con ancor maggior ragione) a proposito del Catechismo della Chiesa Cattolica, solennemente consegnato alla comunità dei credenti nei giorni scorsi dopo intensi anni di lavoro dell’apposita Commissione presieduta dal Signor Cardinale Joseph Ratzinger, appassionato indagatore di quella Verità di cui vive la Chiesa.

Non si può non aggiungere che tali documenti – in particolare il Catechismo – sono nati come frutto delle proposte degli Episcopati, espresse specialmente per il tramite dei Sinodi. Si tratta di un dato assai significativo, che dice molto sia in merito a ciò di cui vive la grande comunità del popolo di Dio in tutto il mondo, sia in merito a ciò di cui essa ha bisogno per vivere. C’è inoltre un particolare che non dev’essere dimenticato: l’assemblea conciliare fu seguita con grande interesse dai mass media, i quali svolsero indubbiamente un prezioso compito di informazione nei confronti dell’opinione pubblica, ma indulsero anche non di rado a una interpretazione piuttosto parziale dei lavori, presentando il Concilio come luogo di scontro tra tendenze conservatrici e progressiste. In verità, sarebbe molto ingiusto nei confronti di tutta l’opera del Concilio chi volesse ridurre quello storico evento a una simile contrapposizione e lotta tra gruppi rivali. La verità interna del Concilio è ben diversa: è la verità che emerge dalla parabola evangelica del padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche (cf. Mt 13, 52).

E ciò che soprattutto conta è che quell’uomo sa di trovarsi di fronte a un grande Tesoro affidatogli da Dio stesso. Lui – quell’uomo – sa di essere, di quel Tesoro, soltanto amministratore e servitore, non proprietario. Il Tesoro gli è stato solo affidato.

Un Concilio ecclesiologico e trinitario Le radici dell’antropologia teologica del Vaticano II

4. Il Concilio Vaticano II passerà alla storia come Concilio soprattutto ecclesiologico. La Chiesa è stata e rimane il suo tema centrale: la Chiesa – realtà umana e storica, ma al tempo stesso istituzione divina e mistero di fede. Per questa ragione tutti i tentativi di ridurre la realtà ecclesiale a dimensioni – ad esempio – soltanto sociologiche, risultano inadeguati e addirittura fuorvianti, perché non tengono conto di quel mistero che rappresenta il “constitutivum” più profondo ed essenziale della Chiesa, come realtà divino-umana. Perciò il Concilio, che è ecclesiale nel suo nucleo, è anche profondamente trinitario: “un popolo adunato dalla comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (San Cipriano, De Orat. Dom., 23; citato in: Lumen gentium, 4).

Il vertice e il nucleo più profondo della “teo-logia” – la verità su Dio, comunione di Persone nell’assoluta unità della Divinità – costituisce, al tempo stesso, la fonte da cui prende inizio la ecclesiologia. La Chiesa è nata e sempre nasce dal seno dell’eterno Padre, il quale ha tanto amato il mondo da mandare il proprio Figlio unigenito (cf. Gv 3, 16) e mediante l’opera del Figlio, cioè mediante il suo sacrificio redentore, ha mandato nel mondo anche lo Spirito Santo.

Ci troviamo qui nel centro stesso dell’“economia trinitaria”. La Chiesa – nella dimensione costitutiva del mistero – è realtà profondamente cristologica e pneumatologica. Questa verità sulla Chiesa manifesta in modo evidente fin dalle prime pagine della Lumen gentium, ed è poi presente in tutto il Magistero conciliare. Affondano qui anche le radici dell’antropologia teologica del Vaticano II. In Cristo infatti si rivela pienamente il mistero dell’uomo (cf. Gaudium et spes, 22). “Si rivela”: benché la verità sull’uomo sembri essere completamente accessibile alla conoscenza umana, sia a quella pre-scientifica che alle varie branche della scienza sull’uomo, tuttavia la pienezza di quella conoscenza nasce solo sulla base “dell’immagine e della somiglianza con Dio”. Cristo “rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (Gaudium et spes, 22). In questa vocazione si trova la risposta, teologicamente corretta, alla domanda: “Chi è l’uomo?”.

Il Concilio si pone nella linea di tutta la tradizione, quando insegna che l’uomo, essendo “la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso, non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé” (Gaudium et spes, 24).

In tale affermazione raggiungiamo le profondità del Mistero trinitario: quel “dono sincero di sé”, infatti, si rende possibile per noi a partire dalla divina “Communio” delle Persone nell’unità della vita trinitaria. Il Concilio parla addirittura di una “certa similitudine tra l’unione delle Persone divine e l’unione dei figli di Dio nella verità e nella carità” (Gaudium et spes, 24). Questa antropologia conciliare illumina il senso profondo dell’uomo in quanto creato a immagine e somiglianza di Dio. Al tempo stesso, essa ci permette di comprendere la vera identità del “mondo”, facendocelo scoprire come mondo degli uomini, dell’intera famiglia umana “nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive; il mondo che è teatro della storia del genere umano, e reca i segni degli sforzi dell’uomo, delle sue sconfitte e delle sue vittorie; il mondo che i cristiani credono creato e conservato nell’esistenza dall’amore del Creatore, mondo certamente posto sotto la schiavitù del peccato, ma dal Cristo crocifisso e risorto, con la sconfitta del Maligno, liberato e destinato, secondo il proposito divino, a trasformarsi e a giungere al suo compimento” (Gaudium et spes, 2).

Abbiamo qui quella che potremmo chiamare la cosmologia teologica del Concilio, intimamente permeata dalla verità soteriologica. La creazione e la redenzione del mondo si inquadrano nell’unità del disegno divino. La Chiesa, la cui missione è radicata nel mistero della creazione e della redenzione – è costituzionalmente universale, perché tutto ciò che esiste proviene da Dio-Creatore, e ogni uomo è stato abbracciato dall’amore salvifico di Dio in Cristo Redentore. Ecco la ragione per cui la Chiesa si trova sempre “in statu missionis”.

I grandi lumi del Vaticano II sorgente di gioia particolare e di intensa ispirazione

5. In questo giorno, che ci vede qui raccolti, alle soglie della grande Solennità del Natale per scambiarci gli auguri, noi chiediamo al Signore che questi grandi lumi del Vaticano II diventino per ciascuno sorgente di gioia particolare e di intensa ispirazione. Gesù, Figlio del Padre, che nella notte di Betlemme entra nel mondo, è il testimone più fedele – testimone “oculare” – del Mistero trinitario di Dio. Egli, Figlio della Vergine di Nazaret, viene per offrire a tutti – agli uomini e a ogni creatura – la testimonianza che Dio ha amato il mondo, e la misura di tale amore si esprime nel fatto che “ha dato il suo Figlio Unigenito” (cf. Gv 3, 16) e per mezzo dello Spirito Santo lo dà continuamente. Dio, che secondo le parole pronunciate da San Paolo nell’Areopago è Colui in cui “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17, 28), si è rivelato in Cristo quale Padre e Figlio e Spirito Santo. Egli non solo abbraccia l’universo, conservandolo nell’esistenza con la potenza della sua Provvidenza creativa, ma al tempo stesso lo permea con il mistero della Comunione divina, cioè con il suo amore salvifico.

Il Concilio ha mostrato come questa Comunione più alta è iscritta dentro il mistero stesso della Chiesa e della sua missione, diventando la fonte e il modello della sua vita e del suo multiforme dinamismo. È sotto l’ispirazione di quella Comunione divina che diventa possibile quello “scambio dei doni”, grazie al quale il Corpo mistico di Cristo è uno nella molteplicità delle Chiese sparse sull’intera faccia della terra. È uno anche nella speranza ecumenica di quell’unità dei cristiani, da Cristo incessantemente domandata al Padre. È uno nel suo riferimento alla famiglia umana sempre più numerosa. In questa prospettiva l’attività missionaria diventa lo spazio privilegiato, in cui lo scambio dei doni tra la missione salvifica e la vita e la cultura dei vari popoli si attua in una sempre più grande ricchezza (cf. Redemptoris missio). La Chiesa è una nel continuo incontro con le molteplici realtà che costituiscono il “mondo dell’uomo”: con tutte le sue “vittorie e sconfitte”, con il progresso e il sottosviluppo, con le sue conquiste civili, economiche e politiche, con la sua ardente ricerca della pace e con la continua minaccia della guerra.

Tutte le forze centrifughe, le forze del disprezzo, dell’odio e della distruzione si incontrano – grazie alla Chiesa – con quell’amore salvifico che si è manifestato pienamente nel mistero della Croce sul Golgota, ma il cui inizio si è avuto a Betlemme, nella notte della nascita del Redentore. “Natus est nobis hodie Salvator mundi”.

Servire all’amore con la sola forza della verità portata al mondo dal Verbo Incarnato

6. Ci avviciniamo al mistero di quella Nascita con profonda umiltà e gratitudine per poter servire all’Amore, che – apparentemente sconfitto dall’odio – vince con la propria potenza; inizialmente sopraffatto dal padre della menzogna, trionfa con la forza della sola verità portata al mondo dal Verbo Incarnato. A Colui che è venuto nella notte di Betlemme per servire, rendiamo grazie per il dono di poter servire. Rendiamo grazie insieme con tutti coloro che nella Chiesa compiono vari ministeri. Rendiamo grazie con l’intero sacerdozio ministeriale della Chiesa. Rendiamo grazie in unione con il peculiare ministero di testimonianza del Regno che è proprio dei Religiosi e delle persone consacrate. Rendiamo grazie insieme con gli sposi che contemplano la Sacra Famiglia nella notte di Betlemme, e poi durante la fuga in Egitto, e in seguito a Nazaret – rileggendo in tutti questi eventi il divino significato del loro amore umano a servizio della vita e dell’educazione dei figli.

Rendiamo grazie insieme con coloro che soffrono, con gli anziani, con le persone sole e abbandonate. Rendiamo grazie anche con le giovani generazioni che in Cristo apprendono questa fondamentale verità: servire significa regnare. Rendiamo grazie tutti noi, qui riuniti, e rende grazie colui che se ha diritto a un nome – esso è quello soltanto di servo dei servi di Dio – sì, semplicemente un servo.

Oggi è una occasione particolare per ringraziare Voi, Venerabili e cari fratelli, per la vostra preziosa partecipazione a quel “ministerium petrinum”, che il Signore ha voluto a servizio della multiforme “comunione”, mediante la quale si manifesta nella realtà umana l’ineffabile mistero di Dio. Rendiamo grazie quest’anno anche per la IV Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano. Rendiamo grazie per il lavoro dei Sinodi: dell’Africa, dell’Europa, del Libano, dell’Armenia; e per il lavoro già avviato del prossimo Sinodo sulla vita religiosa. Ancora una volta rendiamo grazie per i frutti di tutti i Sinodi dei Vescovi del post-concilio, ricordando in particolare le recenti Esortazioni postsinodali Christifideles laici e Pastores dabo vobis. Affidiamo al Signore i compiti – gli attuali nuovi compiti e quelli futuri – di tutte le Chiese e comunità cristiane, pregando “perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 21).

Se i cristiani saranno uniti fra loro, potranno meglio adempiere il compito sempre attuale, ma oggi particolarmente urgente, della carità verso quanti sono nel bisogno. Domenica scorsa, nella prospettiva del Natale, ho reso visita alla mensa della Caritas diocesana che si trova al Colle Oppio. Ho trovato là un gran numero di immigrati, rifugiati e nomadi: persone che mancano di tutto e sono impossibilitate spesso a far valere persino i loro diritti fondamentali. A quanto già va facendo la diocesi di Roma per venir loro incontro, non può non unirsi l’impegno anche della Santa Sede, che, nel rispondere alla sua missione universale di servizio, sente di doversi anzitutto preoccupare di quanti, in questa nostra Città, versano in condizioni così precarie. Tale consapevolezza si fa ancor più profonda nel clima del Natale, che ci riporta al mistero del Figlio di Dio, venuto sulla terra per condividere sino in fondo la condizione degli uomini, soprattutto quella dei poveri, dei poveri di tutti i tempi, e quindi anche quella dei poveri del nostro tempo, di questa fine del ventesimo secolo.

Dinanzi al presepe avvertiamo come l’appello all’amore e alla condivisione divenga per ciascuno invito impellente a realizzare la “civiltà dell’amore”. Dinanzi al presepe questo appello si fa preghiera. Ma ecco, viene nel mondo la Preghiera più potente, il più forte grido al Padre. Per il momento, quella Preghiera è solo il debole vagito di un bambino appena nato, ma in esso già si esprime il “Primogenito di tutte le creature”. Egli viene “per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11, 52). Egli viene perché tutti “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10).

“Christus natus est nobis, venite adoremus”.

 

© Copyright 1992 - Libreria Editrice Vaticana

 

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