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INCONTRO DI GIOVANNI
PAOLO II CON LA COMUNITÀ POLACCA
Giovedì, 24
dicembre 1992
“In lui era la vita... la vita era la luce... la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l’hanno accolta... Egli era nel mondo, eppure il mondo non lo
riconobbe... Venne fra la sua gente... il Verbo era Dio... tutto è stato fatto
per mezzo di lui... di tutto ciò che esiste... Venne fra la sua gente, ma i suoi
non l’hanno accolto. A quanti l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli
di Dio” (cf. Gv 1, 1-12).
Carissimi connazionali,
Vorrei che ci soffermassimo in raccoglimento su questi brani del Prologo di
San Giovanni. Egli dice le stesse cose che conosciamo dalla relazione di San
Luca. Ciò che verrà letto oggi a mezzanotte nel Vangelo della Messa dei pastori.
Dice le stesse cose, ma in modo diverso, arriva più in profondità. Arriva al
cuore stesso del mistero e tuttavia parla dello stesso avvenimento.
San Luca descrive dettagliatamente l’arrivo di Gesù fra la sua gente, il suo
arrivo nella città di Davide, città di Betlemme. Racconta che egli, Maria e
Giuseppe invano hanno cercato un tetto sotto il quale ripararsi e non l’hanno
trovato: “I suoi non l’hanno accolto!”.
Certamente questo risvolto della vicenda è profondamente umano, perché il
Natale è un avvenimento umano che ritorna sempre e in varie dimensioni. L’uomo
che ha bisogno di una casa, che cerca un po’ di benevolenza da parte degli
altri, che cerca una porta aperta. Non la trova! Che moltitudine di situazioni
umane indica quell’unica frase del Vangelo di Giovanni: “I suoi non l’hanno
accolto”. Passando in rassegna varie situazioni possibili e concrete che
conosciamo direttamente o grazie alle informazioni che ci arrivano da diversi
continenti, dalla nostra Europa, dalla Penisola Balcanica, soffermiamoci sulla
nostra situazione polacca.
A mezzanotte ascolteremo il Vangelo di Luca, domani ascolteremo quello di
Giovanni. Che cosa dice questo Vangelo di noi, che cosa dice del bambino nel
seno della madre, del bambino che deve ancora nascere, custodito nel seno della
madre, e che cosa dice delle porte chiuse. È un particolare che non può non
sconvolgere, se si partecipa, anche se solo da lontano, a ciò che sta vivendo
attualmente la nostra società, il nostro Paese, e che del resto non è un caso
isolato. È difficile non rimanere sconvolti. Perciò a Natale occorre una grande
preghiera affinché i suoi lo accolgano. Egli viene fra la sua gente. Fra la sua
gente: tutti sono la sua gente visto che egli è la Parola del Padre, il
primogenito dell’intera creazione. Viene fra la sua gente, se deve nascere in
terra polacca. Non bisogna forse fare il possibile per aprirgli la porta? Nello
spirito della nostra millenaria tradizione natalizia secondo la quale la sera
della vigilia si mette sulla tavola un piatto in più per un viaggiatore
sconosciuto, per un ospite sconosciuto. E qui si tratta di un ospite speciale
che esce dal seno della madre per entrare nella sua famiglia. Senza rischiare un
grande rimorso di coscienza si può forse chiudere la porta davanti a lui? Dire:
che perisca, che muoia di fame e di freddo?
Ci sono certamente altre situazioni alle quali si riferiscono le parole del
Vangelo di Giovanni. Sicuramente è così. Bisogna considerare anche il contesto
del sistema. Non ci sono forse i sistemi della vita umana, sociale, economica
che permettono che alcuni restano fuori dalla porta? Tuttavia alla radice di
tutto c’è il bambino non ancora nato. Nel nostro futuro molto dipende dalla
soluzione di questo problema: potrà nascere o potrà essere ucciso impunemente?
“Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto”. La sua gente non può
passare accanto a questo problema con indifferenza. Esso fa pagare a una
coscienza sensibile un prezzo molto alto. La sensibilità delle coscienze umane,
femminili, materne, non può essere offuscata, distrutta, perché in quel caso
verrebbe distrutta la sostanza stessa dell’esistenza della nazione, come ha
detto il poeta: “Il più grande dei dolori è l’avvelenamento dello spirito
nazionale” (cf. Z. Krasinski, Psalmy przysztosci).
In occasione di questo “Oplatek” romano preghiamo dunque di tutto cuore per
la nostra Patria che sta vivendo un momento critico nella storia delle
coscienze, della legislazione polacca, nella storia della responsabilità comune
e quella dei responsabili della comunità, non solo dei governanti, ma anche di
coloro che scrivono, che pubblicano, che sono coinvolti a causa del loro
mestiere. Preghiamo, preghiamo molto affinché quella parola chiave dei Vangeli
di Giovanni e di Luca illumini la nostra vita polacca e trovi in essa un giusto
riscontro. Che non rimanga un’illusione.
A tavola lasciamo il piatto in più per gli ospiti sconosciuti. Ma
quest’ospite noi lo conosciamo! Lo conosciamo, anche se egli è ancora atteso e
sta solo per nascere, ma lo conosciamo. Infatti nel bambino non ancora nato, non
ancora rivelato, sicuramente c’è Gesù. Colui che ha trovato chiuse le porte
delle case di Nazaret, delle case di Betlemme. Sicuramente al giudizio
universale dove saremo giudicati dell’amore, ci sarà anche questa constatazione:
Non ero ancora nato e non Mi avete permesso di nascere, non Mi avete accolto!
“In lui era la vita”. Si, in lui è la vita. Tutta la sua missione messianica
è una missione vivificante. “In lui era la vita”. Anche se gli uomini gli hanno
tolto la vita. Anche se la sua breve vita in terra di Palestina si è conclusa
con la morte, una morte umana. Oltre la soglia della morte egli ha confermato la
vita che era in lui e che è in lui. Il terzo giorno è risuscitato. Quella vita è
per noi. Perciò è così importante il diritto dell’uomo alla vita: dal momento
del concepimento fino all’ultimo respiro perché all’uomo è destinata la vita più
grande di quella umana, la vita in Dio. “Ha dato loro potere di diventare figli
di Dio”.
Rimanendo sempre nella prospettiva del Prologo di Giovanni, preghiamo,
preghiamo ardentemente, dappertutto, qui a Roma, in Polonia e dovunque ci sono i
nostri connazionali, affinché quella vita che era in lui, nel Neonato di
Betlemme, sia la luce degli uomini e illumini le tenebre, e le tenebre non
riescano ad accoglierla.
Le tenebre dell’Avvento erano la preparazione alla venuta della luce. Stiamo
vivendo l’Avvento della storia. Si avvicina l’anno 2000 dalla nascita di Cristo
e avvertiamo che le tenebre cercano di accogliere la terra, in vari modi
difendono i loro diritti fingendosi la luce. La luce splende nelle tenebre, le
tenebre non l’hanno accolta.
È l’augurio che in questa vigilia voglio fare a tutti i presenti, a S.E.
l’Ambasciatore e alla sua consorte, a tutti i sacerdoti e al loro Vescovo, a
tutti i religiosi e alle religiose che risiedono a Roma, presso la Sede di
Pietro, a tutti i connazionali qui presenti che vivono a Roma e fuori Roma, in
questa terra, e a tutti i connazionali in Polonia e in tutto il mondo.
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Copyright 1992 - Libreria Editrice Vaticana
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