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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DELLA REGIONE SUD-OVEST DELLA FRANCIA
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Venerdì, 7 febbraio 1992

 

Cari confratelli nell’Episcopato,

1. È con grande gioia che vi do il benvenuto stamane nel cuore dell’Urbe, dove venite ogni cinque anni in pellegrinaggio presso le tombe degli Apostoli Pietro e Paolo. Manifestate in tal modo la vostra comunione con il Successore di Pietro e visitate gli uffici della curia che vegliano sulla vita e la crescita della Chiesa universale. Vi porgo il benvenuto più cordiale e ringrazio in particolare il vostro Presidente, Mons. Pierre Eyt, per le parole che ha appena pronunciato, presentandoci in modo preciso e dettagliato la Regione apostolica del “Sud-Ovest”, in cui adempite la vostra missione di successori degli Apostoli. Ne ha illustrato le caratteristiche principali: nell’affrontare le difficoltà della nostra epoca, voi incontrate molti uomini e donne provati dalla vita; ma testimoniate la speranza indefettibile di quanti Cristo chiama a servirlo nei suoi fratelli. Successori degli Apostoli! È questo il nome che voi assumete, il dono che avete ricevuto, la grazia che fa vivere la Chiesa. Siete stati inviati, dice il Decreto Christus Dominus, per “perpetuare l’opera di Cristo... insieme col sommo pontefice e sotto la sua autorità” (n. 2). Più avanti, lo stesso Decreto spiega in tutta la sua luce la bellezza e la grandezza della vostra missione quando afferma che la diocesi, “aderendo al suo pastore e da lui unita per mezzo del vangelo e della eucaristia nello Spirito santo, costituisce una chiesa particolare, nella quale è veramente presente e agisce la chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica” (cf. n. 11).

2. Il vostro posto in mezzo al popolo affidato alle vostre cure, il vostro posto di padri delle diocesi mi porta a ricordare con voi, in questo incontro, alcuni problemi che attualmente molti di voi devono affrontare riguardo all’organizzazione della vita diocesana e, in particolare, della riorganizzazione delle parrocchie. Nei rapporti che avete presentato sullo stato delle vostre diocesi avete sottolineato la necessità di procedere a certi raggruppamenti, visti i cambiamenti nella ripartizione della popolazione di diverse regioni e tenendo anche conto della diminuzione del numero dei sacerdoti. Questi ultimi spesso si affaticano in corse incessanti tra i molti luoghi di culto in cui si prodigano fino allo stremo affinché le comunità riescano a strutturarsi in modo dinamico. Possiamo attenderci molti di questi cambiamenti per la vitalità stessa del popolo di Dio, poiché queste trasformazioni hanno come obiettivo la formazione di comunità di fedeli più numerose, in cui le ricchezze di ciascuno contribuiranno a edificare “sulla roccia” la Casa che Dio ci chiede di costruire. In un primo tempo, occorre certamente dissipare le legittime preoccupazioni sollevate da ogni cambiamento. È difficile sostituire il contatto personale con i parrocchiani garantito dalla presenza costante di un parroco. Ma la parrocchia è anche una “determinata comunità di fedeli” (CIC, can. 515), che raccoglie i battezzati e rende visibile la Chiesa. In essa e per essa Cristo invia il suo popolo in missione nel mondo. Attraverso le parrocchie che fondate o riorganizzate, offrite ai cristiani la possibilità di abitare questo mondo rispondendo alla loro vocazione battesimale. Le comunità cristiane, grazie alla loro presenza negli agglomerati in cui la popolazione risiede e lavora, saranno punti di appoggio indispensabili, segni dell’azione del Signore nel suo popolo. Cellula viva, tale è la funzione della parrocchia in questo Corpo di Cristo che è la Chiesa. Ma so anche che rispettate per quanto possibile, nelle piccole località in cui non si può mantenere una parrocchia, il desiderio degli abitanti di riunirsi e di celebrare diverse liturgie nelle loro chiese, che amano e che, di solito, i comuni mantengono con cura. Questi santuari sono segni visibili della fede ricevuta dalle generazioni precedenti; esortate i cristiani a mantenerli vivi. Riguardo alle parrocchie raggruppate nelle zone rurali, o a quelle delle città, è bene notare che i rimproveri e i sospetti di ieri non si appuntano più su di loro: persone impegnate in movimenti diversi oggi si integrano meglio nell’insieme dei parrocchiani e partecipano agli stessi gruppi di animazione. Il Decreto sull’apostolato dei laici ha ricordato infatti che la parrocchia offre un luminoso esempio di apostolato comunitario, “fondendo insieme tutte le differenze umane che vi si trovano e inserendole nell’universalità della chiesa” (GS 10). È questo un argomento di riflessione da riprendere spesso, poiché la missione del Figlio di Dio, venuto “per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11, 52), trova nella parrocchia il mezzo per realizzarsi in verità. Vorrei cogliere questa occasione per rendere omaggio dinanzi a voi alla figura dei pastori di anime, spesso sconosciuti, che lavorano nella vigna del Signore e “sopportano il peso del giorno e del caldo”, come amo ripetere seguendo San Paolo. La riorganizzazione delle parrocchie mette i sacerdoti al centro di vasti gruppi, al tempo stesso stimolanti e difficili da animare. Nel procedere ai raggruppamenti necessari, cercate di organizzare le comunità in modo che il sacerdote possa esercitare il suo ministero conducendo una vita equilibrata. D’altronde, solo la presenza e l’esempio di questi uomini, che hanno dato tutto per seguire Cristo e diventare “pescatori di uomini”, può aiutare i giovani ad ascoltare la chiamata a servire nel sacerdozio. Il vostro Presidente ha giustamente insistito su questo punto. Vi attendete da queste riorganizzazioni un nuovo slancio per la missione della Chiesa particolare. E avanzate prudentemente, di concerto con i sacerdoti e i fedeli, il che è molto auspicabile affinché tutti si sentano chiamati a far vivere le comunità. Ricordo le celebri pagine di Sant’Ignazio di Antiochia: “Abbiate a cuore di fare ogni cosa nella concordia, sotto la guida del vescovo che occupa il posto di Dio, dei presbiteri, che occupano il posto del senato degli Apostoli, e dei diaconi, cui è stato affidato il servizio di Gesù Cristo” (cf. Lettera ai Magnesi, 6, 1).

3. È bene dar forza a realtà quali i decanati e le zone apostoliche, ma, in diversi campi dell’evangelizzazione, si avverte il bisogno di istanze diocesane. Penso non soltanto ai servizi amministrativi abituali, ma anche alla direzione o all’animazione di settori importanti della pastorale, come quelli che sono stati appena ricordati: la catechesi e la formazione dei giovani e degli adulti, la liturgia, la comunicazione, la cultura, il lavoro, la salute, il mutuo soccorso soprattutto verso le persone che sono escluse o emarginate, la presenza pastorale presso gli immigrati, i prigionieri e l’apostolato specializzato in diversi ambienti o la riflessione su i problemi che si pongono nella società. È necessario che, in questi campi o in altri ancora, i sacerdoti e i fedeli siano sostenuti e orientati. Ma una diocesi non ha sempre i mezzi per affrontare tante esigenze, che richiedono competenza e molto tempo a quanti hanno l’incarico degli studi e dell’animazione. Non sarebbe forse opportuno, a questo proposito, sviluppare la collaborazione tra diocesi limitrofe della Regione e creare servizi comuni? Sarebbe questo, potremmo dire, un modo di dare un’esistenza più concreta alla “provincia ecclesiastica”, quali che siano, d’altra parte, gli appartenenti alle diocesi che si associano per motivi pratici. In una scala diversa, le istanze nazionali vi aiutano a risolvere problemi che si pongono a tutto il paese e che esigono un trattamento d’insieme. D’altronde, e non è meno importante, i diversi consigli che hanno visto la luce in questi ultimi anni nelle diocesi, in conformità alle disposizioni del Codice e sotto l’impulso dei sinodi, svolgono un ruolo di primo piano. Istanze quali i consigli presbiterali e i consigli pastorali favoriscono una partecipazione attiva dei sacerdoti e dei laici all’adempimento della missione ecclesiale, grazie a una collaborazione meditata tra tutti, sotto la responsabilità del vescovo che ha il compito di guidare la vita ecclesiale nell’unità. Nei consigli pastorali, la partecipazione dei laici e le loro responsabilità vengono opportunamente affermate. Spesso sono i sinodi diocesani, o altre strutture analoghe, che coinvolgono un gran numero di fedeli, ad aver dato vita a una mobilitazione che continua nella organizzazione di questi consigli. A partire da questi impulsi dei sinodi, come affermano i vostri rapporti, si è potuta intraprendere la riorganizzazione territoriale in condizioni favorevoli, le collaborazioni tra sacerdoti e laici sono progredite, la vita liturgica e la preghiera comunitaria hanno avuto un nuovo slancio. In definitiva, ciascuno è stato confermato nella sua missione. Tutto ciò manifesta una vitalità incoraggiante nelle diocesi. Pur sapendo, se ce ne fosse bisogno, rimodellare con flessibilità i nuovi strumenti al servizio dell’evangelizzazione, occorre rallegrarsi per la loro apparizione. Una fruttuosa cooperazione consentirà a ogni cristiano di avvertire in profondità che la Chiesa, la diocesi e la parrocchia gli appartengono e che, in verità, “sua res agitur”! Ogni battezzato ha un suo posto nella Chiesa, poiché Cristo lo aspetta lì. Ogni battezzato è un figlio della Chiesa che, secondo la felice formula del Cardinale de Lubac, non è soltanto “la mera unione di quanti, ciascuno per suo conto, avrebbero aderito al Vangelo e successivamente messo in comune la loro vita religiosa, sia secondo il loro progetto personale o le indicazioni delle circostanze, sia secondo le prescrizioni del Maestro. Essa non è un organismo esteriore creato o adottato di colpo dalla comunità dei credenti” (Catholicisme, p. 38).

4. Tra le forze vive delle vostre Chiese particolari, i vostri rapporti mettono in chiara evidenza il ruolo svolto dai religiosi e dalle religiose che sono ben inseriti nella comunità diocesana, secondo i propri carismi. Desidero lodare il contributo prezioso della vita religiosa alla vita di una diocesi. “Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito” (1 Cor 12, 4), ricorda l’Apostolo delle genti. Con una formula molto ricca, la Costituzione Lumen gentium invita i religiosi a porre “ogni cura, affinché per loro mezzo la Chiesa ogni giorno meglio presenti Cristo... o mentre egli contempla sul monte, o annunzia il regno di Dio alle turbe, o risana i malati e i feriti e converte a miglior vita i peccatori” (n. 46). La luce dei monasteri contemplativi, la predicazione, la partecipazione alla pastorale parrocchiale, la cura dei malati, l’insegnamento, le opere caritative, sono questi alcuni dei campi di azione in cui i religiosi e le religiose delle vostre diocesi si prodigano con grande dedizione, non sminuita dal loro invecchiamento né dalla scarsità del loro numero. In certi casi, alcuni Istituti devono rinunciare a determinate attività, abbandonare certi luoghi. È importante che questi cambiamenti vengano decisi in pieno accordo con il vescovo, che rimane il primo responsabile delle istituzioni cattoliche al servizio del popolo di Dio. Auspico che il contributo specifico dei religiosi e delle religiose conservi tutta la sua importanza, in buona intesa con voi, affinché i doni ricevuti da alcuni servano alla crescita dell’intero Corpo. Insieme a voi, vorrei rendere grazie per l’immensa opera compiuta dai religiosi e dalle religiose nel vostro paese. Essi hanno contribuito grandemente alla costituzione del suo patrimonio cristiano. Rimangono oggi testimoni e servitori esemplari, nonostante condizioni spesso difficili. Portate alle comunità anziane o più recenti la mia ammirazione per la loro fedeltà e il loro dinamismo, porgete loro il caldo incoraggiamento del Vescovo di Roma che conta sulla loro preghiera e chiede con fervore a nostra Signora e ai loro Santi fondatori di vegliare su di loro.

5. Cari confratelli nell’Episcopato, nel concludere questo incontro vorrei confermarvi nel vostro servizio personale nella Chiesa, questa madre sulle cui ginocchia noi abbiamo “imparato tutto”, e che prefigura la Gerusalemme celeste già presente in mezzo a noi. Con speranza, prego la Vergine Maria di intercedere ogni giorno per voi presso suo Figlio affinché la vostra missione vi dia molta gioia. Invoco su di voi la protezione di uno dei vostri predecessori in questa regione della Francia, Sant’Ilario di Poitiers, che diceva: “È bene, e motivo di gioia per dei fratelli abitare insieme, perché abitando lo stesso luogo formano una cellula della Chiesa; vengono chiamati fratelli perché sono d’accordo nella carità che dà ad essi un solo volere” (Commentaire sul le Psaume, 132).

Di cuore invoco su ciascuno di voi la benedizione di Dio.

 

© Copyright 1992 - Libreria Editrice Vaticana

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