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VIAGGIO PASTORALE IN SENEGAL, GAMBIA E GUINEA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI RAPPRESENTANTI DEL CORPO DIPLOMATICO
NELLA NUNZIATURA APOSTOLICA*

Dakar (Senegal) - Venerdì, 21 febbraio 1992

 

Eccellenze, Signore, Signori,

1. Nel corso delle visite pastorali che ho potuto compiere, apprezzo gli incontri con i membri del Corpo diplomatico la cui presenza nella capitale manifesta i vincoli di una nazione con la comunità mondiale. Ringrazio vivamente il vostro Decano per le parole che ha appena pronunciato: egli ha manifestato la vostra attenzione per diversi aspetti della missione della Chiesa e, in particolare, per la sua azione in favore dello sviluppo e della pace. A Dakar oggi, sono felice di ricevervi, in un paese che, nella tradizione della sua lunga storia, occupa un posto importante in questa parte del continente africano e i cui dirigenti partecipano attivamente alla vita internazionale. La Santa Sede, come sapete, intrattiene volentieri rapporti diplomatici con i paesi che lo desiderano; in funzione della missione specifica della Chiesa cattolica, essa porta il suo contributo al dialogo che non smette di intensificarsi fra i governi in tutto il pianeta. Giunto per l’ottava volta in Africa, vorrei condividere con voi le riflessioni che mi ispirano l’ospitalità del Senegal e l’illuminazione del messaggio evangelico sulla situazione umana di questo continente. È sull’urgenza e l’ampiezza della solidarietà della comunità internazionale che vorrei riflettere con voi.

2. La preoccupazione più immediata, quando si considera la situazione attuale dell’Africa, è evidentemente la pace. Duri conflitti, autentiche guerre perdurano in numerose regioni. Queste situazioni vi sono note, ma non posso fare a meno di ricordare qui la difficile condizione in cui si trova la vicinissima Liberia. I paesi che formano la Comunità economica dell’Africa dell’Ovest si adoperano per ottenere la pacificazione. Noi speriamo che questi sforzi permettano di risparmiare a un popolo già duramente provato nuove sofferenze, l’esaurimento delle sue forze e la distruzione della sua economia. La gran parte degli scontri mortali di cui siamo testimoni impotenti si verifica all’interno delle nazioni. È spesso difficile per gli altri Stati assicurare un arbitrato rispettando l’indipendenza dei paesi coinvolti. Ma gli Stati vicini non devono forse accogliere i rifugiati, controllare lo svilupparsi dei gruppi armati, bloccare i rifornimenti di armi o impedire il loro transito? Questa è una delle prime forme di solidarietà per costruire la pace, che sarà tanto più durevole quanto più grande sarà il numero di controparti che la adotteranno. Tuttavia, vorrei insistere su un altro aspetto, senza dubbio meno facile da cogliere concretamente, ma non meno importante. Di fronte ai conflitti e alle sofferenze che essi comportano, nessuna azione diplomatica o politica, sarà realmente efficace se non porrà in pratica l’aspirazione degli uomini a una solidarietà che non viene fermata dalle frontiere. Le responsabilità affidate ai dirigenti hanno ragion d’essere solo al servizio dei loro popoli. Agire per la pace è una missione profondamente umana. La nobiltà della politica e della diplomazia consiste nel situarsi a questo livello di motivazione, per superare le tentazioni di indifferenza o di ripiego su se stessi, per vincere le forze distruttrici, per lavorare a delle autentiche riconciliazioni, per costruire una società solidale.

3. Sotto forme diverse, le tensioni e i conflitti risultano spesso come attacchi ai diritti dell’uomo. Quando il semplice diritto alla vita è minacciato, quando il minimo dei mezzi materiali viene a mancare, quando le aspirazioni legittime alla vita in famiglia, all’istruzione e a un lavoro rimangono insoddisfatte, una società non può vivere in pace. L’organizzazione della società ha come scopo primario il rispondere a queste esigenze. Le definizioni giuridiche dei diritti non hanno valore se non sono fondate sul rispetto dell’essere umano, soggetto dei diritti. La dignità dei popoli presuppone che le loro giuste aspirazioni, le loro tradizioni, o le loro convinzioni possano esprimersi liberamente. In una società rispettosa dei diritti di ognuno, le responsabilità sono condivise, i rapporti sociali permettono iniziative e associazioni costruttive. La libertà di coscienza si realizza realmente nella libertà di vivere in comune la propria religione. Gli uni e le altre hanno davanti a sé le stesse possibilità e lo stesso futuro aperto. Signore, Signori, se ricordo questi semplici principi, è perché mi sembra che chiariscano il grande movimento democratico che vediamo diffondersi attualmente nel mondo, e particolarmente in Africa. Le iniziative e la loro messa in opera emergono da ogni nazione. Ma è chiaro che il sostegno della comunità internazionale può e deve favorire il progresso dello Stato di diritto e della democrazia. Posso ricordare qui gli sforzi compiuti in questo senso in Europa, ove la Conferenza per la sicurezza e la cooperazione ha riconosciuto che i suoi scopi essenziali erano condizionati dal rispetto dei diritti umani e della giustizia sociale negli Stati chiamati a aiutarsi reciprocamente? Per fare un altro esempio, penso ugualmente al seminario che l’Ufficio internazionale del Lavoro terrà fra qualche giorno a Dakar sull’abolizione del lavoro dei bambini. È certamente il segno che molte preoccupanti questioni devono essere affrontate nell’ambito di una collaborazione determinata dalle forze vive di tutte le nazioni. È utile riflettere su ciò che implica la vita democratica. In un’epoca di profondi cambiamenti nel mondo, ho voluto presentare, in un documento solenne, l’analisi che fa la Chiesa di questi importanti aspetti della vita delle nazioni: “Un’autentica democrazia è possibile solo in uno stato di diritto e sulla base di una retta concezione della personalità umana. Essa esige che si verifichino le condizioni necessarie per la promozione sia delle singole persone, mediante l’educazione e la formazione di veri ideali, sia della “soggettività” della società mediante la creazione di strutture di partecipazione e di corresponsabilità” (Enciclica Centesimus annus, 46). Sono convinto che la solidarietà tra le nazioni sarà tanto più costruttiva quanto più si ispirerà chiaramente a una simile concezione della vita comune applicata senza discriminazioni a tutta la famiglia umana.

4. Signore, Signori, è chiaro che non possiamo fermarci all’analisi dei principi, per quanto essenziali essi siano. La comunità internazionale deve fare fronte ai problemi quotidiani dei popoli. Da parte sua, la Chiesa non smette di affermare che la solidarietà del mondo intero è al servizio dello sviluppo integrale dell’uomo. Mi sono spesso pronunciato su questo argomento, ma credo sia doveroso ritornarvi oggi di fronte ai rappresentanti di numerosi paesi di tutti i continenti. Il fatto più evidente - ma è sufficientemente colto nel mondo? - è che non ci si può rassegnare a vedere la carestia minacciare ancora e sempre milioni di uomini, di donne e di bambini su questa terra. La denutrizione è ancora drammaticamente diffusa, con tutte le sue conseguenze sulla salute. L’aiuto reciproco viene esercitato, ma non senza lentezza e difficoltà. Bisogna agire e agire subito. Al di là di queste situazioni di urgenza, sappiamo comprendere le aspirazioni dei popoli dell’Africa che vogliono realizzare il proprio sviluppo in condizioni politiche ed economiche favorevoli. Bisogna aiutarli ad aumentare la loro produzione e l’insieme delle loro attività economiche, a conservare le loro risorse naturali, a sviluppare le infrastrutture. Tutto ciò suppone delle cooperazioni regionali, oggi ancora insufficienti e una buona integrazione negli scambi mondiali. Tuttavia, ci si rende conto sempre di più che non bisogna accontentarsi di valutare le necessità o di organizzare mercati. Non è sufficiente ridurre un debito o creare nuovi crediti. La realtà umana non si lascia rinchiudere in poche cifre. Non mi stancherò di ripetere che la vera solidarietà per lo sviluppo suppone la collaborazione fra le persone e fra le comunità, il sostegno delle loro iniziative, la valorizzazione delle loro specifiche qualità e delle loro eredità culturali. In poche parole, questa collaborazione costituisce di per sé una comunità che deve essere all’opera e che pone in comune più che semplici risorse e conoscenze. Essa deve condividere lo stesso rispetto per i popoli e lo stesso amore per l’uomo.

5. Al momento del mio primo viaggio in Africa, colpito dai drammi vissuti nel Sahel, avevo lanciato un appello alla solidarietà da Ouagadougou. Dieci anni dopo, essendo tornato nello stesso luogo, l’avevo solennemente rinnovato durante un incontro con numerosi artefici generosi dello sviluppo. Oggi di nuovo, davanti a voi, ho il dovere di levare la mia voce e di interpellare la famiglia umana, in nome dei suoi membri più bisognosi. In quest’epoca in cui ci si meraviglia di vedere abolite le distanze, in un momento in cui le informazioni vengono trasmesse istantaneamente dappertutto, constatiamo con tristezza che fra i popoli sussistono altre enormi distanze: tragiche differenze di aspettative di vita e di mezzi disponibili per l’istruzione o la salute, differenze profonde nel godere della libertà, si traducono in un riconoscimento tanto disuguale della dignità umana! Nel momento in cui tutti dovrebbero avvicinarsi, che peso grava su alcuni fratelli e alcune sorelle quando vengono definiti “stranieri”, “rifugiati”, “emigrati”! Che uso facciamo dei beni della terra, dei beni dell’intelligenza e del cuore? Cristo ci dice: “dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” (Lc 12, 34). Tanti tesori ci sono affidati; possiamo noi, per egoismo, tenerli per noi? Come possiamo ignorare che sono dei beni comuni, dei beni per la vita dell’unica umanità? È il momento che la famiglia umana prenda coscienza dei propri autentici doveri: che l’uomo si metta al servizio dell’uomo, che impegni tutti i suoi talenti e le sue risorse spirituali e materiali per le cause della pace, del diritto, del benessere di tutti gli uomini che sono in verità suoi fratelli!

Eccellenze, Signore, Signori, vi affido questo appello con solennità, poiché voi rappresentate dei popoli che sono chiamati a rafforzare i propri vincoli reciproci da un capo all’altro del mondo. In missione in un paese ricco delle qualità dei suoi abitanti, ma povero di mezzi materiali, voi siete al primo posto nella lotta per la solidarietà umana.

Che l’Altissimo vi assista nel vostro compito!


*L'Osservatore Romano 23.2.1992 p.6.

 

© Copyright 1992 - Libreria Editrice Vaticana

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