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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AL CORPO DIPLOMATICO ACCREDITATO PRESSO LA SANTA SEDE*

Sabato, 11 gennaio 1992

 

Eccellenze, Signore, Signori,

1. Gli auguri che il vostro Decano, il Signor Ambasciatore Joseph Amichia, mi ha appena rivolto a vostro nome e a quello dei Governi che voi rappresentate, mi hanno vivamente commosso. Ve ne ringrazio di cuore. La vostra presenza qui, questa mattina, evoca in me le conquiste e le speranze dei popoli della terra. La Provvidenza mi ha dato la gioia di visitare molti di essi; in questo momento, rivedo tutti quelli che ho potuto incontrare e gli altri sono ben presenti al mio spirito.

A mia volta, vorrei porgervi i miei fervidi auguri per la vostra felicità personale e familiare e per il successo delle importanti missioni che vi sono state affidate. Non dimentico certo i vostri Governi, né i vostri compatrioti: che Dio conceda ad essi di poter realizzare le loro aspirazioni comuni, affinché ogni società conosca più giustizia, più benessere spirituale e materiale e quindi più pace! Questi sono i miei auguri. Questa è la mia preghiera.

Sono inoltre felice di porgere il benvenuto ai diplomatici che hanno assunto le proprie funzioni nel corso degli ultimi mesi e mi rallegro di vedere la famiglia dei popoli sempre più ampiamente rappresentata presso la Santa Sede. Ne sono tanto più soddisfatto in quanto tale presenza diversificata è segno, per molti, di un ritorno alla democrazia. Ed è sempre, per la Chiesa cattolica, il momento per manifestare a ogni paese, che intenda allacciare rapporti diplomatici con la Sede apostolica, il suo reale desiderio di trovarsi accanto alle nazioni che s’impegnano sinceramente per il progresso dei popoli. Il Signor Ambasciatore Amichia ha presentato acutamente il panorama dei principali avvenimenti del 1991, così come le più importanti attività della Chiesa cattolica e quelle della Santa Sede. Infatti, l’anno trascorso è stato ricco di sviluppi prevedibili, ma anche di svolgimenti inattesi.

1991: l’anno delle guerre:

La guerra del Golfo

2. Purtroppo, il 1991 è stato un anno nel corso del quale la guerra ha occupato la scena principale.

Ve ne ricorderete, la guerra detta “del Golfo” doveva scoppiare pochi giorni dopo il nostro incontro del 12 gennaio. Essa ha lasciato dietro di sé - come ogni guerra - il suo sinistro corteo di morti, di feriti, di distruzioni, di rancori e di problemi non risolti. Non si possono certo dimenticare gli strascichi del conflitto: ancora oggi, le popolazioni dell’Iraq continuano a soffrire atrocemente. La Santa Sede ha ricordato, come sapete, gli imperativi etici che, in ogni circostanza, devono prevalere: il carattere sacro della persona umana, da qualunque parte essa si trovi; la forza del diritto; l’importanza del dialogo e del negoziato; il rispetto dei patti internazionali. Sono queste le uniche “armi” che rendono onore all’uomo, come Dio ha voluto!

La guerra in Jugoslavia

3. L’anno 1991 si è concluso ancora nel frastuono delle armi. Immagini sconvolgenti ci hanno mostrato popolazioni civili letteralmente travolte dai combattimenti che lacerano la Jugoslavia e soprattutto la Croazia. Case distrutte, popolazioni costrette all’esodo, economia annientata, chiese e ospedali sistematicamente bombardati: chi non sarebbe sconvolto da questi gesti che la ragione condanna? Conoscete i miei numerosi appelli alla pacificazione e al dialogo. Vi è familiare la posizione della Santa Sede sul riconoscimento degli Stati nuovamente sorti dalla congiuntura europea. Mi limiterò oggi a sottolineare che i popoli hanno il diritto di scegliere il loro modo di pensare e di vivere insieme. Spetta ad essi dotarsi dei mezzi che consentano loro di realizzare le proprie aspirazioni legittime, liberamente e democraticamente determinate. D’altronde, la comunità delle nazioni ha elaborato testi e strumenti giuridici che definiscono felicemente i diritti e i doveri di ognuno, e prevedono contemporaneamente le strutture di collaborazione atte ad armonizzare i necessari rapporti tra Stati sovrani, sia a livello regionale che a livello internazionale. Non è certo con le bombe che si può costruire l’avvenire di un paese o di un continente.

L’Irlanda del Nord

4. Dobbiamo anche ricordare un altro conflitto a cui sembra di essere abituati: penso qui all’Irlanda del Nord. Da anni, il protrarsi della violenza si oppone ai tentativi di soluzione politica. Possiamo rassegnarci a questa piaga che sfigura l’Europa? Nessuna causa può giustificare il fatto che i diritti dell’uomo, il rispetto delle legittime differenze e l’osservanza della legge siano disprezzate a tal punto in questo territorio. Esorto tutte le parti a riflettere dinanzi a Dio sui loro comportamenti.

Ricordo in questo momento le parole di un santo “europeo” che ho canonizzato di recente, Padre Raphaël Kalinowski. Mentre la Polonia lottava, il secolo scorso, per difendere la sua dignità e la sua indipendenza nazionale, pur partecipando egli stesso a questo combattimento, osò scrivere: “la patria ha bisogno di sudore, non di sangue!”. Sì, Eccellenze, Signore, Signori. L’Europa ha bisogno di donne e di uomini che si mettano insieme al lavoro affinché l’odio e il rifiuto dell’altro non abbiano più diritto di cittadinanza su questo continente che ha dato dei santi, modelli di umanità, su questo continente che ha saputo far scaturire idee feconde ed esportare istituzioni che rendono onore al genio umano.

Il Corno d’Africa Lo Sri Lanka

5. Oltre a queste guerre dalle smisurate dimensioni, altri focolai di conflitti turbano ancora l’esistenza dei popoli della terra. Non potendo citarli tutti, menzionerò le rivalità etniche che segnano il Corno d’Africa. Se gli Eritrei hanno ottenuto la loro autonomia, altre forze centrifughe continuano a minare l’Etiopia. Nella vicina Somalia, lo Stato è crollato e la frammentazione della società rende praticamente impossibile ogni assistenza umanitaria. Il sistema federale resta ancora una promessa nel Sudan, reso esangue da una guerra cominciata nel 1983. Ancora più lontano da noi, anche lo Sri Lanka non cessa di dibattersi tra offensive e rappresaglie che seminano migliaia di vittime.

Non sapremmo rassegnarci a un tale stato di cose. I responsabili politici, in modo tutto particolare, hanno il grande dovere di favorire tutto ciò che può porre termine ai combattimenti fratricidi. Essi devono far maturare il dialogo, promuovere progetti di società adeguati alle aspirazioni di questi popoli e accrescere l’aiuto umanitario indispensabile. Fortunatamente, la diplomazia, in particolare nella sua dimensione multilaterale, consente scambi e soluzioni concertate in un mondo sempre più interdipendente; l’Organizzazione delle Nazioni Unite riveste a tale riguardo un’importanza e un significato che a nessuno sfugge. Auspico che, dopo l’accorta gestione del Signor Javier Pérez de Cuellar, il nuovo Segretario generale, il Signor Boutros Ghali, possa, forte della sua esperienza internazionale, continuare a fare di questa insostituibile Istituzione uno spazio privilegiato per la promozione della pace e la soluzione negoziata delle controversie.

Guardare verso l’avvenire:

Le lezioni della storia

6. Nel momento in cui inizia un anno nuovo, un anno pieno di interrogativi, ognuno di noi è portato a fare il punto e a guardare verso il futuro.

La persistenza dei conflitti e delle tensioni che ho appena ricordato, genera un sentimento di tristezza. Tristezza di dover constatare che non sempre si giunge a trarre vantaggio dalle lezioni della storia, antica o recente. Poiché infine, riporre la propria fiducia soltanto nella lotta armata per far valere il proprio punto di vista, addurre situazioni ereditate dal passato per esimersi dall’aprire nuove vie di comprensione e di giustizia, distruggere sistematicamente tutto quanto costituisce la ricchezza delle società cui ci si oppone, o ancora disprezzare ostentatamente il diritto o le convenzioni umanitarie per meglio dominare l’avversario, tutto questo è regressione. La pace e la riconciliazione iniziano sempre con uno sguardo di benevolenza che rispetta nell’altro - persona o popolo - la sua dignità.

Le responsabilità dell’Europa

7. In un siffatto contesto, l’Europa ha una particolare responsabilità anche a motivo del suo elevato grado di civilizzazione. Essa è in cammino verso la sua unità. Possiede tutto un patrimonio giuridico e delle regole di condotta internazionale che dovrebbero consentirle di affrontare le incertezze dell’avvenire immediato con una certa sicurezza.

Le trasformazioni che avvengono nella Yugoslavia oppure in quella che fino a queste ultime settimane era l’Unione Sovietica sembrano esigere la messa in opera di nuovi meccanismi di collaborazione politica. È probabile inoltre che sia richiesta una maggiore solidarietà a tutti per venire in aiuto di popolazioni sempre più impoverite e per evitare che queste evoluzioni si verifichino in un ambiente di povertà.

Sicurezza, cooperazione e salvaguardia della dimensione dell’uomo devono essere i pilastri su cui poggerà l’avvenire dei popoli. Questo è vero per le Repubbliche Baltiche che hanno ritrovato la loro indipendenza, per l’Albania che è tornata nella grande famiglia europea, così come per la nuova realtà che è succeduta all’Unione Sovietica. L’affermazione delle particolarità nazionali pone e porrà dei problemi che dovranno essere risolti con saggezza perché tutti si sentano sicuri sulla propria sorte, perché possano marciare al proprio ritmo, perché si sentano rispettati nella propria specificità e perché trovino il loro posto nella comunità di destini che dovrà essere l’Europa di domani.

Questi sono compiti che riguardano tutti gli Europei. Essendo caduti i muri, nessuno può invocare la mancanza di informazioni sulle condizioni di vita del suo vicino per giustificare la propria indifferenza: la solidarietà nel senso più vasto del termine diviene ormai il primo dei doveri. O gli Europei si salveranno insieme, oppure periranno insieme!

Il posto e il ruolo dei cristiani (problemi propri delle società occidentali, azione umanitaria . . .)

8. Su questa via si troveranno i cristiani, cattolici, ortodossi e protestanti, chiamati a svolgere un ruolo di primo piano e desiderosi di avere il posto che spetta loro. Molti valori propri della modernità hanno la loro matrice nel cristianesimo e, oggi come ieri, i discepoli di Gesù, fedeli all’insegnamento del loro Maestro, devono essere il “sale della terra” (Mt 5, 13). Bisogna ancora che questa possibilità sia loro concessa. Constatiamo, infatti, persino in paesi dalla radicata tradizione cristiana, che le Chiese non trovano sempre aiuto e comprensione per i loro progetti e le loro realizzazioni. La Scuola cattolica, per esempio, è talvolta più tollerata che considerata quale controparte nel progetto educativo nazionale. Chi potrebbe, ciononostante, negare il servizio che essa rende alla società, non fosse che per il suo contributo alla formazione della coscienza? Nelle scuole governative, l’insegnamento religioso viene troppo spesso emarginato. Se l’informazione è al tempo stesso un diritto, un dovere e un bene, dobbiamo senza dubbio congratularci per l’importanza e prestazioni dei mezzi di comunicazione sociale. Essi sono un fattore spesso decisivo nella maturità personale e sociale dell’uomo. Tuttavia, non è raro - e questo è certamente riprovevole - che l’informazione religiosa venga ridotta al folklore o che la religione e le sue più nobili espressioni siano messe in ridicolo. Chi, oggi, potrebbe pensare all’Europa senza i cristiani? Sarebbe come privarla di una delle sue dimensioni portanti, come impoverire la sua memoria e dimenticare il ruolo determinante svolto dai cristiani nei cambiamenti sopraggiunti nel Centro e nell’Est dell’Europa nel 1989 e nel 1990.

Confido che, nonostante le difficoltà passeggere che affliggono il dialogo ecumenico, le grandi famiglie spirituali radicate in questo “vecchio” continente sapranno portarsi all’altezza dei compiti storici che le attendono per dare all’Europa un “supplemento d’anima”, condizione indispensabile per la sua armonia e la sua irradiazione. A questo riguardo, la riunione dei giovani a Czestochowa, lo scorso agosto, e la recente assemblea speciale del Sinodo per l’Europa mi riempiono di speranza.

Dare fiducia all’uomo. I segni di speranza

Conferenza di pace di Madrid (rapporti con l’Islam)

9. Non si può, in effetti, perdere la fiducia nell’uomo! Bisogna aver fiducia nella sua buona volontà, nella sua creatività. Prima di tutto perché, “fatto a immagine di Dio” (cf. Gen 1, 16), è capace di amare. In secondo luogo, perché possiede l’energia del bene, che forse non è tenuta nel suo giusto valore. I diversi organismi internazionali, comprese le organizzazioni cattoliche, testimoniano questa volontà di effettiva fratellanza. Il loro lavoro per alleviare le sofferenze e per promuovere lo spirito di tolleranza e di servizio, contribuisce ad armonizzare i rapporti umani e a risolvere i problemi più urgenti. Grazie ad essi, molti ritrovano la gioia e la speranza. La Santa Sede, da parte sua, segue con interesse tutte queste attività, in particolare grazie ad alcuni dei suoi organismi che, l’anno scorso, sono stati presenti su parecchi “fronti” umanitari. Vorrei ricordare qui, fra gli altri, l’attività del Pontificio Consiglio “Iustitia et Pax”, quella del Pontificio Consiglio “Cor Unum” e del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Servizi Sanitari. Se prendiamo in considerazione l’attività svolta in campo diplomatico, osserviamo anche qui dei segnali promettenti. Penso, per esempio, a l’incontro di Madrid dello scorso autunno, durante il quale, per la prima volta, arabi e israeliani si sono seduti attorno allo stesso tavolo e hanno accettato di trattare argomenti che, fino ad allora, erano ritenuti vietati. La perseveranza di uomini illuminati e desiderosi di lavorare per la pace, ha permesso di mettere in moto un meccanismo di dialogo e di negoziati che consentirà ai popoli della regione - in particolare ai più svantaggiati, come i Palestinesi e i Libanesi - di guardare al futuro con maggiore fiducia. È tutta la comunità internazionale che dovrebbe mobilitarsi per accompagnare questi popoli del vicino Oriente lungo l’arduo cammino della pace. Quale benedizione se questa Terra Santa, dove Dio ha parlato e che Gesù ha calcato, potesse diventare il luogo privilegiato dell’incontro e della preghiera dei popoli, se la Città santa di Gerusalemme potesse essere simbolo e strumento di pace e di riconciliazione!

È qui che i credenti devono compiere una missione di importanza primaria. Dimenticando il passato e guardando al futuro, sono chiamati al pentimento, sono chiamati a rivedere il loro comportamento e a ritrovare la loro condizione di fratelli grazie al Dio unico che li ama e li invita a collaborare al suo progetto sull’umanità. Il dialogo fra Ebrei, Cristiani e Musulmani mi sembra prioritario. Conoscendosi meglio, apprezzandosi reciprocamente e vivendo, nel rispetto delle coscienze, i molteplici aspetti della loro religione, essi saranno, in questa regione del mondo e altrove, “artefici di pace”. Come ho scritto nel mio Messaggio in occasione della XXV Giornata Mondiale della Pace, “una vita religiosa, se è autenticamente vissuta, non può non produrre frutti di pace e di fraternità, perché è nella natura della religione promuovere un vincolo sempre più stretto con la divinità e favorire un rapporto sempre più solidale tra gli uomini” (n. 2).

Ahimè, so quanto è difficile questa amicizia fra credenti. Quanti appelli giungono alla Santa Sede per deplorare situazioni in cui i cristiani, in particolare, sono oggetto di discriminazioni tremende e ingiustificabili, sia in Medio Oriente che in Africa! Esistono paesi in cui, per esempio, la religione musulmana è maggioritaria e i cristiani, ancora oggi, non hanno neppure la possibilità di avere un solo luogo di culto a disposizione. In altri casi non è loro possibile partecipare alla vita politica del paese come cittadini a pieno diritto. In altri casi ancora, viene loro semplicemente consigliato di partire. Mi rivolgo a tutti i dirigenti dei paesi che hanno fatto l’esperienza benefica del dialogo interreligioso, perché affrontino tale problema con serietà e realismo. Ne va del rispetto della coscienza della persona umana, della pace civile e della credibilità delle convenzioni internazionali.

Progressi in Asia (Corea, Cambogia, Cina, Vietnam)

10. Se guardiamo all’Asia, osserviamo l’emergere di una identità regionale che si afferma sempre di più, soprattutto grazie all’azione costante delle organizzazioni regionali che favoriscono la cooperazione e l’amicizia fra civiltà e popoli spesso molto diversi. Così, nei mesi passati, è stato possibile compiere gesti politici coraggiosi: le due Coree si sono riavvicinate ed è intervenuto un accordo in Cambogia, che ha permesso alle fazioni coinvolte di iniziare insieme un cammino che paesi amici disinteressati aiutano a tracciare. Altri due paesi hanno richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica. La vasta Cina, che è stata particolarmente presente sulla scena mondiale. Speriamo che si possa stabilire con essa una feconda cooperazione internazionale. La Santa Sede guarda con simpatia a questo grande paese di alta cultura e dalle risorse umane e naturali fuori dal comune. Si sforza anche di seguire la vita della piccola comunità cattolica che vi risiede. Il Papa incoraggia i suoi figli cinesi a continuare a vivere la loro fede nella fedeltà al Vangelo e alla Chiesa di Cristo. Li esorta a servire la loro patria e i loro fratelli con generosità, come hanno sempre fatto. Una parola anche per il caro Vietnam, i cui sforzi per un’apertura economica vanno sostenuti. Anche lì esiste una comunità cattolica il cui vigore apostolico è degno di lode. La Santa Sede spera ardentemente che si intensifichi il dialogo intrapreso con le autorità civili e che venga consolidata la situazione e lo sviluppo di questa Chiesa locale, così solidale con le aspirazioni del paese. Nel ricordare le sorti di queste immense popolazioni, non possiamo dimenticare gli uomini e le donne più svantaggiati, forse, e più esposti a precarietà di ogni genere: gli esiliati e i rifugiati. Pensiamo, per esempio, al dramma che stanno vivendo quanti tra loro si trovano nei campi di Hong Kong, della Thailandia, della Malesia e di altri paesi, o quanti sono stati rimpatriati a forza. A tale proposito, pur riaffermando che queste persone hanno gli stessi diritti degli altri uomini, è opportuno insistere sul dovere, da parte della comunità internazionale, di assumersi le proprie responsabilità per accoglierli, e, allo stesso tempo, di favorire, nei paesi d’origine, condizioni socio-politiche che permettano loro di vivere nella libertà, nella dignità e nella giustizia. Non vorrei concludere questa breve panoramica sull’Asia senza menzionare un persistente focolaio di tensione: il Timor orientale, che ho avuto la grande gioia di visitare. Come ho ricordato in numerose occasioni, è necessario un dialogo continuo affinché tutte le componenti della realtà del Timor gettino le basi di una vita politica e sociale in armonia con le aspirazioni della popolazione. La Santa Sede, da parte sua, non ha trascurato nessuna occasione, sia sul piano ecclesiale, sia sul piano diplomatico, per invitare quanti hanno una responsabilità e si preoccupano del benessere di questa zona, a lavorare per mettere fine a queste controversie che sono durate anche troppo.

L’Africa sulla via della democratizzazione:
Sulle vie della pace (Sudafrica, Angola, Mozambico, Eritrea)

11. Dobbiamo soffermarci ora sull’Africa, dove spira il vento della democratizzazione. Un fatto sembra imporsi, e rappresenta un immenso progresso: quanti lavorano per costruire nuove società, si sforzano soprattutto di rafforzare la libertà di espressione, la libertà di associazione, la possibilità di prendere delle iniziative. Si tratta qui di una evoluzione da incoraggiare, sia dal punto di vista dell’assistenza politica, sia da quello dell’assistenza economica o tecnica. Come scrivevo nell’Enciclica Centesimus annus, sarà necessario “abbandonare la mentalità che considera i poveri - persone e popoli - come un fardello e come fastidiosi importuni, che pretendono di consumare quanto altri hanno prodotto. I poveri chiedono il diritto di partecipare al godimento dei beni materiali e di mettere a frutto la loro capacità di lavoro, creando così un mondo più giusto e per tutti più prospero” (n. 28). Vanno notati, in questo Continente, altri segnali positivi. Il Sudafrica, per esempio, non si lascia abbattere dalle difficoltà per proseguire il suo cammino verso una società senza “apartheid”. L’Angola compie i suoi primi passi di nazione indipendente e il Mozambico sembra aver intrapreso un processo di pace. Tutto questo ha potuto verificarsi grazie alla tenacia di protagonisti nazionali, ma anche grazie alla mediazione e all’assistenza di paesi amici. Si tratta di un bell’esempio di solidarietà internazionale che ci piacerebbe vedere applicato ad altri focolai di tensione assai preoccupanti.

Affronta situazioni difficili (Ruanda, Burundi, Zaire, Ciad, Togo, Liberia, Madagascar)

12. Poiché la felice evoluzione che segnalavo in Africa è lungi dal verificarsi in tutti i paesi. Come dimenticare le rivalità etniche che turbano il Ruanda, o il Burundi, paese che comunque ha intrapreso un cammino di riconciliazione nazionale? Mi rivolgo alla comunità internazionale, affinché queste popolazioni non vengano assolutamente abbandonate a se stesse. Lo Zaire è nel mirino dell’attualità. La dissoluzione delle strutture statali non facilita l’elaborazione di un progetto di società che risponda alle aspirazioni della maggioranza. Purtroppo anche le popolazioni del Ciad sperimentano in queste ultime settimane sconvolgimenti che minacciano una pace civile già precaria. D’altronde, le incertezze della democrazia nel Togo sono preoccupanti, e dovrebbe essere fatto tutto il possibile per evitare scontri disastrosi. La Liberia continua, da parte sua, a dibattersi in una guerra civile che non solo ha distrutto tutte le infrastrutture del paese, ma ha costretto anche numerose persone all’espatrio. Il Madagascar, dove da molti mesi una profonda crisi politica, sociale ed economica sembra tenere in ostaggio un intero popolo, appare ancora oggi alle prese con preoccupanti congiunture. Che le popolazioni di tutti questi paesi, già provate da tante calamità naturali, da una storia tormentata e da un’endemica povertà, non siano abbandonate! È il grido che, a nome loro, rivolgo oggi a tutta la comunità internazionale!

Alcune note di ottimismo

13. Per lasciare il continente africano su una nota un po’ più ottimista, vorrei tornare a un piccolo popolo che, dopo trent’anni di guerra, ha appena assaporato i suoi primi mesi di pace: parlo dell’Eritrea. I frutti della pacificazione hanno ancora, è vero, un sapore amaro, se si pensa agli orfani, alla deficienza alimentare e alla vastità dell’opera di ricostruzione. Ma, con il ritorno della pace e il sostegno di buoni amici, tutto diventa possibile. Che a queste popolazioni non manchino l’aiuto e la comprensione! Naturalmente, la vicina Etiopia non dovrebbe essere trascurata. Essa dovrebbe poter assumere istituzionalmente la diversità dei popoli che la compongono. L’Africa si muove, quindi vive. Le sue popolazioni sono sempre più consapevoli della propria dignità, e anche meglio informate. Hanno diritto alla nostra sollecitudine. La aspettano. La Chiesa cattolica porta avanti, su questo Continente, come sapete, un’opera paziente e perseverante, spesso sconosciuta all’opinione pubblica. Si tratta del lavoro di missionari esemplari, dal disinteresse e dall’abnegazione ammirevoli, che spesso pagano con la propria vita il loro impegno apostolico. Mi è gradito rendere loro omaggio dinanzi a questo auditorio, e incoraggiarli nella loro testimonianza di fede e di carità, che fa onore a tutta la Chiesa.

L’America Latina: processo di pace in America centrale, ma anche ad Haiti e Cuba

14. La nostra ultima tappa ci porta infine verso l’America Latina che, in questo 1992, celebrerà il quinto centenario dell’epopea di Cristoforo Colombo verso le Americhe. Sarà anche l’anniversario della prima evangelizzazione. Avrò io stesso, se Dio vuole, la gioia di presiedere l’assemblea generale dell’Episcopato latinoamericano a Santo Domingo, il prossimo ottobre. Queste terre sono state fecondate dal Vangelo, e le mie visite pastorali mi hanno permesso di constatare che queste comunità vivono una fede profonda, e sono animate dalla volontà di testimoniare Cristo in tutte le circostanze e in tutte le situazioni. Anche lì gli aspetti positivi non mancano. La democratizzazione si è fatta strada. I paesi della regione dispongono ormai di governi eletti e i gruppi armati, ad eccezione del Perù, hanno deposto le armi o ne stanno negoziando la deposizione. Penso al Salvador, al Guatemala e alla Colombia. Esistono numerosi progetti per la messa in atto di programmi che rispettino la specificità culturale india o nera. Inoltre, l’integrazione economica, con il vasto movimento di solidarietà regionale e internazionale che implica, si sta anch’essa facendo strada. Tutto questo dimostra che è possibile passare dal confronto alla cooperazione. Bisognerebbe che ciò fosse contagioso, poiché esistono comunque delle zone d’ombra. Sto pensando, in particolare, ad Haiti, dove tutto un popolo è alle prese con la povertà, vittima di una logica implacabile di violenza e di odio, che non gli permette di esprimere le sue aspirazioni alla pace e alla democrazia. Anche lì mi auguro che la Comunità internazionale si dedichi soprattutto ad aiutare gli haitiani ad essere essi stessi artefici del proprio futuro. Non dimentico neanche Cuba, ancora troppo isolata. La Santa Sede spera che i suoi abitanti conoscano, insieme a condizioni di vita più prospere, la gioia di poter costruire una società in cui ciascuno si senta sempre più partecipe di un progetto comune, liberamente scelto. Altri problemi più generali riguardano alcuni paesi, come, ad esempio, la cultura e lo smercio della droga nei paesi andini, o la lotta armata sovversiva, che sconvolge la vita politica e sociale del Perù, non risparmiando neppure la Chiesa. La povertà e il debito estero rappresentano seri ostacoli per uno sviluppo sereno e costante.

Un continente segnato dal Vangelo e dalla sua logica, il che dovrebbe contribuire alla soluzione dei problemi concreti

15. Tutte queste società, permeate di tradizione cristiana, possiedono fortunatamente risorse morali e umane che non dobbiamo mai trascurare ma, al contrario, far fruttificare. La Chiesa cattolica è ben consapevole della sua missione in questo “continente della speranza”, e i suoi fedeli sono in prima linea tra le forze vive del paese che lo compongono. Si sforzano di essere testimoni di Cristo. Ho avuto il privilegio di constatarlo in occasione del mio recente viaggio apostolico in Brasile. I cattolici portano all’evoluzione di questa immensa nazione dalle enormi possibilità il contributo del loro impegno nel rinnovamento politico e sociale così necessario per giungere a una maggiore giustizia e a un migliore sviluppo. Quest’anno in cui diverse manifestazioni di vasta portata segneranno le celebrazioni del quinto centenario della prima evangelizzazione, essi sono chiamati, in profonda unione con i loro pastori, a intensificare il proprio impegno per il rinnovamento della società, per lo sviluppo integrale dell’uomo e la salvaguardia dei valori della famiglia, che certe legislazioni, purtroppo, tentano di indebolire. Soltanto l’ascolto attento dell’altro, la sollecitudine verso i suoi bisogni e il rispetto del diritto sono i mezzi civili che permettono di superare gli interessi egoistici e di aprirsi alle necessità dell’insieme. Penso, per esempio, all’urgenza di una migliore e più serena collaborazione fra l’Ecuador e il Perù. Incoraggio vivamente i responsabili di questi paesi, così profondamente segnati dal messaggio di pace e di carità del Vangelo, a evitare tutto ciò che potrebbe esacerbare le divergenze e a impegnarsi coraggiosamente sulla via del dialogo chiarificatore e dei contatti previsti. L’incontro dei presidenti ecuadoriano e peruviano, che si tiene in questi giorni a Quito, rappresenta una tappa significativa. Prego Dio di rafforzare le loro intenzioni e di illuminare i loro scambi.

Conclusione

16. Eccellenze, Signore, Signori, eccoci giunti al termine del nostro incontro. Abbiamo ricordato le sfide e le speranze del mondo di oggi, di cui ognuno di noi, nel posto che Dio gli ha assegnato, è responsabile. Nel corso dei prossimi mesi, cercheremo insieme di contribuire al bene temporale e spirituale degli uomini e delle società. Chiedo a Dio di darci saggezza, previdenza e compassione, affinché nessuna miseria ci lasci insensibili, nessuna ingiustizia indifferenti, nessuna divisione rassegnati! I cristiani rinnovino la loro fede e la loro speranza alla fonte del mistero inestinguibile del Natale, che potrebbe essere riassunto in una sola parola: la Pace! Pace agli uomini che Dio ama e visita!

Che Egli vi accompagni nel corso dei prossimi mesi e che vi benedica insieme a tutti i vostri cari!


*L'Osservatore Romano 12.1.1992 pp.6, 7.

 

© Copyright 1992 - Libreria Editrice Vaticana

 

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