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VIAGGIO APOSTOLICO DI GIOVANNI PAOLO II
IN ANGOLA E SÃO TOMÉ E PRÍNCIPE

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI RAPPRESENTANTI DI ALTRE COMUNITÀ E
CONFESSIONI RELIGIOSE NEL SEMINARIO MAGGIORE

Luanda (Angola) - Domenica, 7 giugno 1992

 

Amati fratelli e sorelle in Cristo Signore,

1. Comincio col ringraziarvi per l’occasione e il piacere che mi offrite di poter stare oggi insieme a voi e parlarvi un poco di tutto ciò che abbiamo nel cuore. In questo momento, ricordo le parole del Vangelo che attestano la presenza ineffabile del Signore: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 20). Siamo qui riuniti nel Suo nome, e per questo possiamo dire con gioia che Gesù è qui in mezzo a noi. Il Signore vuole stare con noi con la Sua luce, la luce dello Spirito di Verità (Gv 16, 13). La Sua presenza costituisce per noi una forza irresistibile che ci colma di fiducia e di speranza di fronte alle sue promesse. In Lui rivolgo a tutti e a ciascuno il mio caloroso saluto. Sono a conoscenza degli sforzi compiuti in tutto il Paese per l’avvicinamento ecumenico delle varie Chiese e Comunità ecclesiali, nonostante le recenti difficoltà e gli errori del passato. Mi congratulo vivamente per questo avvicinamento fraterno, poiché può significare una crescente maturità nella fede. Chi sa dialogare con i fratelli di altre Chiese e Comunità ecclesiali, sa anche dialogare con Dio e sa ascoltare la Sua parola. A questo proposito, ringrazio di cuore per le cortesi parole che mi sono state rivolte, a nome di tutti, dal Pastore... Al calore della presenza di Cristo, “Primogenito tra molti fratelli” (Rm 8, 29), questo incontro con voi è per me motivo di gioia, e mi spinge a un felice e fiducioso dialogo fraterno. Vorrei ricordare qui tre motivi per cui noi tutti dobbiamo impegnarci in questo cammino ecumenico: l’amore verso Cristo, il dovere di evangelizzare, e il consolidamento della pace nella vostra Patria.

2. Il vincolo più forte che ci unisce è senza dubbio l’amore per Gesù Cristo. Per noi tutti è fondamentale amare il Signore e siamo tutti onorati di essere Suoi discepoli. Ma saremo riconosciuti come Suoi discepoli solo se ci ameremo gli uni gli altri (cf. Gv 13, 35). Se amiamo sinceramente Gesù Cristo, dobbiamo compiere anche i Suoi comandamenti, poiché non è possibile amarlo senza osservare la Sua parola (cf. Gv 14, 21). Da qui si deduce che l’amore verso Gesù Cristo passa necessariamente attraverso il nostro amore fraterno. Per questo, il dialogo, che è come il pulsare del cuore dell’ecumenismo, deve essere innanzitutto il dialogo della carità, che si basa sulla comprensione, l’ascolto e il rispetto reciproco. Sforziamoci, quindi, di promuovere ciò che ci unisce, e di comprendere, con umiltà e serena lucidità, nella fedeltà ai tesori della verità divina, ciò che ci separa. È basandosi su questo dialogo di carità che le Chiese e le Comunità ecclesiali in Angola potranno collaborare alla ricostruzione e allo sviluppo del paese, nell’apostolato sociale. Mi è gradito sapere che la Caritas, attenta allo spirito del Vangelo, ha cercato in questi anni di non compiere alcuna discriminazione quando ha avuto la possibilità di aiutare le popolazioni. Allo stesso modo, progetti, fra gli altri, di aiuto ai rifugiati, di riunione delle famiglie disperse dalla guerra, di ricostruzione del mondo rurale, di promozione e sviluppo, possono lodevolmente portare il segno della collaborazione ecumenica.

3. Ma, cari fratelli, l’ecumenismo è intimamente legato all’evangelizzazione. Dobbiamo far nostra l’ardente supplica che Gesù ha elevato al Padre nell’ultima Cena: “perché tutti siano una sola cosa, come Tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 21). Queste parole ardono nel nostro cuore, costituendo per tutti un progetto e un dovere ineludibili. Come ha detto Papa Paolo VI, “la presentazione del messaggio evangelico non è per la Chiesa un contributo facoltativo: è il dovere che le incombe per mandato del Signore Gesù, affinché gli uomini possano credere ed essere salvati” (Evangelii nuntiandi, 5). La Chiesa è stata voluta da Dio e istituita da Cristo per essere, nella pienezza dei tempi, segno e strumento del piano divino di salvezza (cf. Lumen gentium, 1), il cui centro è il mistero di Cristo. Sappiamo che Dio può salvare gli uomini in molti modi, ma desidera salvarli dentro la verità (cf. 1 Tm 4, 12). E la verità è Cristo, poiché “non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati” (At 4, 12). Se Cristo è l’unico Salvatore degli uomini e noi lo possediamo, abbiamo il grande dovere di comunicarlo a tutti gli uomini, affinché tutti si possano salvare nell’abbondanza della Sua grazia. Innanzitutto, dobbiamo unirci a Lui per mezzo della fede, lasciando che la sua vita si manifesti dentro di noi, ma poi, dobbiamo portarlo in tutti gli ambienti in cui si svolgano attività umane. Che sarà dell’umanità se progredisce nella conoscenza della tecnica e nell’ignoranza dei valori umani consacrati nel Vangelo? “L’uomo – diceva il mio predecessore Paolo VI – può organizzare la terra senza Dio, ma «senza Dio egli non può alla fine che organizzarla contro l’uomo»” (Populorum progressio, 42).

4. Il momento che vivete nella vostra Nazione costituisce una sfida patriottica rivolta a tutti i cristiani, affinché si impegnino nel consolidamento della pace nazionale. La Chiesa ha realmente ricevuto dal Signore il ministero della riconciliazione (cf. 2 Cor 5, 18) e ogni cristiano, a modo suo, è chiamato ad essere promotore della pace, soprattutto fra i fratelli meno fortunati. I cristiani dell’Angola potranno svolgere più efficacemente questa missione di riconciliazione e di consolidamento della pace, se lavoreranno tenendosi per mano, in spirito ecumenico. Così ho detto nell’ultimo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace: “Senza ignorare né sminuire le differenze, la Chiesa è convinta che in ordine alla promozione della pace, ci siano alcuni elementi o aspetti che possono essere utilmente sviluppati e realizzati insieme con i seguaci di altre sedi e confessioni...” (n. 5).

Infine l’apostolato ecumenico è un dovere di ogni cristiano consapevole della propria fede. Se non abbiamo colpa delle divisioni cristiane, dal momento che siamo nati all’interno di esse e vi siamo stati educati, ne saremo tutti colpevoli se non faremo nulla per superarle.

Voglia il Signore compiere tutto il bene che ha cominciato in voi, in particolare il bene della pace e dell’unità dei cristiani. Questa unità sarà frutto dell’azione dello Spirito Santo che “abita nei credenti..., produce quella meravigliosa comunione dei fedeli e tanto intimamente tutti unisce in Cristo, da essere il principio dell’unità della Chiesa” (Unitatis redintegratio, 2). Per questo, la celebrazione di oggi della Festa della Discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli, la Pentecoste, racchiude un invito ad aprirci alla Luce che viene dall’alto, affinché tutti siamo guidati alla crescita nella Verità che il Signore ha promesso, come opera del Suo Spirito (cf. Gv 16, 13): “Vieni, Spirito Santo! Riempi i Cuori dei Tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del Tuo amore!”.

 

© Copyright 1992 - Libreria Editrice Vaticana

 

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