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VIAGGIO APOSTOLICO DI GIOVANNI PAOLO II
IN ANGOLA E SÃO TOMÉ E PRÍNCIPE

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PRESULI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE
 DELL’ANGOLA E DI SÃO TOMÉ E PRÍNCIPE

Luanda (Angola) - Domenica, 7 giugno 1992

 

Signor Cardinale,
Carissimi Confratelli nell’Episcopato,

1. Ringrazio il buon Dio per questa opportunità di rinnovare la comunione e la fratellanza ecclesiale che abbiamo vissuto insieme durante la vostra recente visita “ad limina”. Siete venuti alla Sede di Pietro per manifestare la vostra fede apostolica. Adesso, con gioia immensa, il Successore di Pietro è venuto nella vostra terra per confermarvi e rafforzarvi nel vostro servizio al Vangelo, che è “potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rm 1, 16). Questo incontro sarà quindi la continuazione spirituale e tematica della vostra visita “ad limina”, poiché la mia presenza oggi in mezzo a voi vuole essere segno e conferma del fatto che tutta la Chiesa è con voi e voi siete, con la Chiesa e nella Chiesa, solleciti nel “conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace” (Ef 4, 3). Ringrazio di cuore per il saluto fraterno che il Signor Cardinale Alexandre do Nascimento mi ha appena rivolto, pieno di grande speranza e consolazione. A ciascuno di voi, venerabili confratelli, e alle vostre rispettive diocesi – senza dimenticare quella di M’Banza Congo – estendo il mio abbraccio incoraggiante e vi assicuro un posto particolare nella mia preghiera e nel mio cuore di Pastore della Chiesa universale.

2. La sera della domenica di Pasqua, Gesù apparve ai suoi discepoli nel cenacolo e disse: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20, 21). Obbedienti al mandato missionario di Cristo, essi partirono per tutto il mondo, portando nel loro cuore e sulle loro labbra la Buona Novella del perdono e della pace. Essi partirono... e molti altri partirono dopo di loro. Nell’anno di grazia 1491, alcuni giunsero in questi paraggi, illuminando le genti con il Vangelo e con la grazia. Oggi vive qui un popolo di figli che Dio ha preso per mano e a cui ha annunciato in suo Figlio, la vita eterna, che rinnova il cuore umano nella verità e nell’amore. I cristiani incontrarono in Gesù Cristo il Redentore del mondo: “è colui che è penetrato, in modo unico e irripetibile, nel mistero dell’uomo ed è entrato nel suo «cuore»” (Redemptor hominis, 8). Perciò la Chiesa in Angola, rallegrandosi dei suoi numerosi figli, Gli ha dedicato questo Giubileo di Azione di Grazia e Rinnovamento nella fedeltà al Vangelo, promuovendo una seria presa di coscienza dell’essere cristiani e il conseguente impegno di servire fedelmente Cristo nella vita di ogni giorno. Sia benedetta la divina Provvidenza che mi ha permesso di essere presente tra voi in questo giorno: un giorno memorabile, poiché è quello della chiusura delle celebrazioni giubilari, ma anche perché vi si celebra liturgicamente la Pentecoste, quando lo Spirito Santo discende sulla Chiesa per confermarla nella fedeltà verginale al Suo Sposo e spingerla sempre più lontano, fino ai confini della terra, lungo i cammini dell’uomo. Come un tempo gli Apostoli nel cenacolo, lasciamo che i nostri cuori trabocchino delle meraviglie operate da Dio nell’unità dello Spirito che ci ha consacrati e inviati.

3. Il Concilio Vaticano Secondo indica il servizio all’unità – la communio – come una dimensione fondamentale della nostra missione episcopale: “Il Romano Pontefice, quale successore di Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli. I Vescovi, invece, singolarmente presi, sono il principio visibile e il fondamento dell’unità nelle loro chiese particolari” (Lumen gentium, 23). Questa communio è un’idea fondamentale e centrale dell’autocoscienza della Chiesa. Infatti si autodefinisce come un mistero di “comunione trinitaria in tensione missionaria” (Pastores dabo vobis, 12). La Chiesa è comunione ed esiste per questa missione: essere “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1). Al centro di questo mistero, si trova la comunione dei Vescovi tra di loro. Siete, cari fratelli, legittimi successori degli Apostoli e membri del Collegio Episcopale, avendo per vostro capo il Successore di Pietro: di conseguenza dovete sentirvi strettamente uniti a lui e tra di voi, come membra di un solo corpo (cf. CD 6). Sento di dovervi rinnovare qui la mia più viva gratitudine per l’indefettibile testimonianza di fedeltà e di adesione alla Cattedra di Pietro, gloria questa che vi onora e vi accredita come pastori mossi dalla passione di vedere tutta la famiglia umana riunita sotto un solo Pastore – Nostro Signore Gesù Cristo – e decisi a impedire, a costo della propria vita, che il lupo disperda e catturi le pecore (cf. Gv 10, 11-13. 16). Potete immaginare quanta consolazione provo nel vedere queste comunità ecclesiali angolane che riuniscono in sé più del 50% della popolazione nazionale! Tuttavia, cari fratelli, non possiamo accontentarci delle mete raggiunte, se consideriamo i vasti orizzonti di possibile espansione e approfondimento cristiano che si aprono dinanzi ai nostri occhi. Questa comunità angolana, già evangelizzata, andrà a evangelizzare!

4. Il Vescovo svolge un servizio di unità nella sua diocesi. Ricordo qui con piacere quelle parole del Concilio piene di speranza per le diocesi ancora alle prese con limitazioni di ogni genere: “In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, in virtù del quale si raccoglie la Chiesa una santa, cattolica e apostolica” (LG 26). Siete il punto di convergenza e di propulsione di questa vita di comunione. Quali vescovi, non possiamo mai stancarci di meditare su questa realtà della communio. Poiché il nostro ministero viene proprio a rispondere alla necessità più profonda dell’essere umano: aprirsi alla comunità di vita e di verità in Cristo. “Dinanzi ai nostri contemporanei, così sensibili alla prova delle concrete testimonianze di vita, la Chiesa è chiamata a dare l’esempio della riconciliazione anzitutto al suo interno; e per questo tutti dobbiamo operare per pacificare gli animi, moderare le tensioni, superare le divisioni, sanare le ferite eventualmente inferte tra fratelli, quando si acuisce il contrasto delle opzioni nel campo dell’opinabile, e cercare invece di essere uniti in ciò che è essenziale per la fede e la vita cristiana, secondo l’antica massima: «in dubiis libertas, in necessariis unitas, in omnibus caritas»” (Reconciliatio et paenitentia, 9). Il grande compito che si presenta alla Chiesa, nelle sue diverse comunità, è quello di divenire annuncio di pace e luogo di riconciliazione e amicizia per tutti gli uomini di buona volontà, invitandoli ad essere artefici di pace. So che il vostro cuore di Pastori soffre dinanzi a tutto quanto rappresenta un ostacolo alla concordia fra la vostra gente. Questa sofferenza deve costituire uno stimolo per il vostro zelo – allo stesso tempo fervido e paziente – che vi spingerà ad essere portatori di Dio alle vostre comunità e portatori delle vostre comunità a Dio.

5. Vi spetta fratelli, il nobile compito di essere i primi a proclamare le “ragioni della vostra speranza” (cf. 1 Pt 3, 15); questa speranza che si fonda sulle promesse di Dio, sulla fedeltà alla sua parola e che ha come certezza incrollabile la risurrezione di Cristo, la sua vittoria definitiva sul male e sul peccato. Lo Spirito del Signore non cessa di sorprenderci, facendo emergere nuovi ed esigenti segni dei tempi, autentici cammini di speranza. Tra questi mi limito a ricordarvene tre, di cui abbiamo già parlato all’epoca della Visita “ad limina”. In primo luogo, siamo testimoni di una promettente fioritura di vocazioni consacrate nelle vostre comunità cristiane: esse potranno, con la grazia di Dio e l’impegno di tutta la comunità ecclesiale, rappresentare la risposta alla grave carenza di pastori e religiosi che ancora affligge il cammino delle vostre diocesi. Il vostro popolo avrà sempre più bisogno di ministri di Cristo che predichino la sua parola e comunichino la vitalità dello Spirito. Ma “come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?” (Rm 10, 14-15).

Fratelli miei, affinché l’evangelizzazione nuova e rinnovata, promessa e impegno di questo Giubileo, si estenda fino agli estremi confini di questo Paese, dovrete incrementare “il più che sia possibile le vocazioni sacerdotali e religiose, e in modo particolare quelle missionarie” (CD 15). Permettetemi di ricordarvi il Seminario, istituzione che, secondo la felice espressione del mio predecessore Papa Pio XII, dovranno essere come “la pupilla dei vostri occhi”. La Chiesa di domani passa attraverso i Seminari di oggi. Con il trascorrere del tempo la responsabilità non sarà più nostra. Ma adesso la responsabilità è nostra ed è pesante. Il suo generoso adempimento è un grande atto di amore verso il gregge.

6. I venti dello Spirito soffiano anche sulla famiglia: è un altro cammino di speranza e una sfida pastorale che vi si presenta. Sin dall’arrivo del Vangelo, è stata data un’attenzione tutta particolare a questo settore in cui la vita ha la sua fonte e la sua prima scuola. Vorrei rinnovare qui tutto il mio sostegno e la gratitudine della Chiesa per quanto fate in favore della vita familiare. Se da una parte l’istituzione familiare gode di grande stima in seno alle tradizioni africane, sappiamo anche che essa si confronta con nuovi modelli e controvalori, che non sempre rispettano il suo vincolo sacro e il diritto alla vita del figlio concepito. Tra le vostre molteplici attività al servizio della vita vi è la vostra attenzione e la campagna contro l’“abominevole crimine” dell’aborto (cf. GS 51); infatti il disprezzo del carattere sacro della vita nel seno materno indebolisce l’autentica struttura della civiltà.

7. Il terzo cammino di speranza è l’alta percentuale di giovani nelle vostre nazioni. I giovani sono la speranza della Chiesa e della società, poiché rappresentano la sua possibilità di permanenza. Dopo tanti anni di instabilità e di violenza, essi avvertono la necessità di ascoltare una parola che sia realmente la Parola di Dio, che venga a colmare il vuoto spirituale che l’ateismo e altre ideologie materialistiche hanno lasciato nelle loro anime. Siate testimoni di speranza per i giovani, minacciati dall’alternarsi di false illusioni e dal pessimismo di sogni che svaniscono. Hanno bisogno che indichiate loro la via del ritorno al Padre (cf. Lc 15, 11-32), affinché raggiungano la suprema libertà dei figli di Dio, affinché possano farsi carico del proprio futuro, impegnandosi liberamente in un amore pieno e fruttuoso che offra loro la possibilità di costruire una vita nobile e feconda in Gesù Cristo. Nell’ambito di questo amore e di questa vita al servizio degli altri, ricordate loro il diritto e il dovere di lavorare per la loro Patria. In verità spetterà agli abitanti dell’Angola e di São Tomé con un’istruzione superiore rinnovare la mentalità delle proprie società originarie e promuovere l’uso razionale delle tecniche moderne. Soltanto essi, rompendo la rigidità di schemi ancestrali, potranno imprimere un vigoroso impulso alla modernità. “Specialmente nelle regioni economiche meno progredite – dice il Concilio Vaticano Secondo – dove si impone l’impiego di tutte le risorse ivi esistenti, danneggiano gravemente il bene comune”, in particolare tutti quelli che, godendo di doti intellettuali e beni economici, si lasciano prendere dal desiderio e dalla tentazione di emigrare. In tal modo, “privano la propria comunità dei mezzi materiali e spirituali di cui essa ha bisogno” (GS 65). L’amore dei giovani per la propria gente dovrà essere più forte della tentazione di stabilirsi in un Paese moderno, anche se sembra più facile che modernizzare il proprio. Nelle vostre mani avete la possibilità di indicare alle giovani generazioni il modello supremo di servizio: Gesù Cristo. Egli non rifiutò la Croce, affinché gli uomini avessero vita e l’avessero in abbondanza (cf. Gv 10, 10). In questo contesto saprete dedicare un’attenzione particolare al campo dell’istruzione e della formazione professionale, che consentirà di dotare i vostri Paesi di una “élite” dirigenziale e imprenditoriale. Segno di questa vostra attenzione e strumento prezioso è l’Università Cattolica dell’Angola, la cui apertura è imminente e alla quale auguro lunga vita e un fruttosio servizio alla causa dello sviluppo integrale dell’uomo e della Nazione.

8. Spetta a voi, sempre nella vostra qualità di artefici di concordia e di unità, l’opera di riconciliazione nel vostro Paese. Cari Pastori, come Conferenza Episcopale dell’Angola e São Tomé, la vostra responsabilità ha un ampio orizzonte, che abbraccia tutta la nazione. Con la grazia che scaturisce dalla comunione della fede, con la forza morale che acquistano i vostri interventi unanimi, con la collaborazione e il discernimento presenti nell’ambito della conferenza Episcopale, siate servitori del vostro popolo, aprendo strade di maggiore giustizia e di progresso sociale per tutti. Il vostro contributo in quest’ora particolare delle vostre Nazioni è quello di tutelare e rafforzare quella “visione della dignità della persona, la quale si manifesta in tutta la sua pienezza nel mistero del Verbo incarnato” (Centesimus annus, 47); il vostro annuncio del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa, trasmettendo ai cittadini lo spirito e la struttura della libertà, del servizio, della solidarietà e della giustizia, costituirà il fermento della società in costruzione e della sua cultura politica. Dio vi aiuti, cari fratelli, a illuminare questa strada su cui i popoli dell’Angola e di São Tomé stanno compiendo ora i primi passi, nella speranza di trovare la loro vera identità e la soluzione alle gravi privazioni che li affliggono.

9. “Pace a voi!”: Il Successore di Pietro è venuto a offrire alle vostre Nazioni, diocesi e famiglie, questo dono pasquale di Gesù: il dono della riconciliazione e della pace, nella speranza che essa riposi e dimori abbondantemente nel cuore di questi amati popoli. Nel corso della mia visita pastorale sto spargendo questo messaggio di speranza e di riconciliazione, sapendo a priori che sarete in grado di accoglierlo e approfondirlo con la medesima responsabilità pastorale con cui avete preparato il vostro popolo al suo incontro col Papa.

Fratelli carissimi, che condividete con me la sollecitudine spirituale dell’Episcopato, nell’indimenticabile Eucaristia di questa mattina abbiamo potuto invocare e annunciare insieme il dono del Paraclito divino. Nel vostro ministero episcopale, vivete e affidatevi sempre più a questa “potenza dall’alto” (Lc 24, 49) che vi renderà instancabili nella costruzione dell’unità e intrepidi nella missione. Illuminati dallo Spirito, saprete riconoscere i segni dei tempi e indicare ai vostri fedeli la rotta da seguire. In ciascuno di essi sia rafforzato l’“uomo nuovo”, affinché ognuno risponda nel miglior modo possibile, con coerenza e fedeltà, al mandato divino: “mi sarete testimoni” (At 1, 8).

Rinnovo la mia gratitudine a tutti voi per il lavoro che svolgete mentre, avvalendomi della potente intercessione della Beata Vergine Maria, Madre di Gesù e Madre nostra, Regina e Patrona delle vostre Nazioni, invoco su di voi e sui vostri fedeli, in una nuova Pentecoste, l’abbondanza dei doni dall’alto, di cui è pegno la benedizione apostolica che affettuosamente vi imparto nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

 

© Copyright 1992 - Libreria Editrice Vaticana

 

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