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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI ALLA «RIUNIONE DELLE OPERE
PER L’AIUTO ALLE CHIESE ORIENTALI» (ROACO)

Giovedì, 25 giugno 1992

 

Signor Cardinale,
Venerati Confratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Cari membri e amici della “Riunione delle Opere
per l’Aiuto alle Chiese Orientali” (ROACO)!

1. Mi è gradito rivolgervi un caloroso benvenuto, in occasione del vostro incontro per coordinare gli aiuti ai cristiani d’Oriente. Saluto con affetto il Signor Cardinale Achille Silvestrini, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, e lo ringrazio per le parole di saluto che mi ha rivolto a nome di voi tutti. Saluto pure il Segretario della Congregazione, Monsignor Miroslav Marusyn, il Delegato apostolico in Gerusalemme e Palestina, i Presuli che partecipano all’Assemblea, i Collaboratori della Congregazione e tutti voi qui presenti. Le vostre riunioni semestrali, che hanno avuto inizio nel 1968, si vanno sempre più strutturando, crescendo nel coordinamento e quindi nell’efficacia operativa. So che, in questi tempi, particolare attenzione avete dedicato al metodo più opportuno per svolgere la vostra opera. Voi siete un prezioso aiuto per il Papa, al quale consentite di esercitare in modo più efficace il ministero di presiedere “alla carità universale”. Questa celebre espressione di Sant’Ignazio di Antiochia ci ricorda che il cuore della Chiesa è l’amore, e che il Successore di Pietro è il custode della carità, colui che ad essa crea i ponti, perché le Chiese non si chiudano in se stesse, ma si aprano alla comunione, concretamente manifestata nella solidarietà, che anche voi, da tanti anni e instancabilmente, promuovete. Ringrazio, pertanto, tutti voi, e ciascuno in particolare, per questo prezioso servizio, che già tante sofferenze ha lenito e molte si propone ancora di alleviare, prevenendone e rimuovendone, quando possibile, le cause, sollecitando e sostenendo l’iniziativa di coloro che sono nel bisogno, curando le piaghe della povertà e dell’emarginazione, favorendo una ripresa coraggiosa dove flagelli naturali o il peccato dell’uomo hanno seminato le tenebre della sofferenza e dell’oppressione.

2. La Sede di Pietro è la voce che raccoglie il grido di ogni Chiesa, il grido di ogni uomo che soffre. Lo raccoglie e lo fa giungere all’orecchio di altre Comunità ecclesiali e di altri uomini, perché la legge dell’amore mostri al mondo concretamente il volto di Cristo, morto per garantire alla vita una vittoria definitiva sulla morte. Il vostro cuore aperto alle necessità dei fratelli d’Oriente è un segno di tale universale sollecitudine che è elemento costitutivo del cristiano. In un’epoca in cui sembrano trionfare i particolarismi, la Chiesa risplende proprio per questa universalità, per questa coscienza fattiva che laddove un uomo soffre, lì occorre recare la Buona Novella con la parola della fede e con la mano tesa nel gesto della solidarietà. La Sede di Roma, costruita sulla roccia di Pietro e chiamata ad essere promotrice infaticabile di questa universalità, vi esprime la sua gratitudine, sicura e lieta di far giungere a tutti voi anche la riconoscenza dei popoli, delle comunità e dei singoli che voi non cessate di beneficare.

3. La vostra preoccupazione, già in se stessa così aperta all’universalità, si rivolge in particolar modo a Paesi, dove le lotte, la guerra o l’instabilità sociale sembrano farsi croniche, o dove la fatica di ricominciare a vivere la speranza a volte sembra far emergere esigenze e aspirazioni contraddittorie, e dove può essere in agguato la tentazione di credere che lo sviluppo di una comunità vada necessariamente a scapito del progresso di un’altra. Oggi più che mai i credenti in Cristo, coloro che sono stati battezzati nella sua morte e risurrezione e si nutrono del Pane della Vita, devono presentarsi uniti e concordi. Il servizio della carità, una carità aperta a tutti senza discriminazioni, è un grande servizio all’incontro delle Chiese. Già il Concilio ci ricorda che “la cooperazione di tutti i cristiani esprime vivamente quella unione, che già vige tra di loro, e pone in una luce più piena il volto di Cristo servo” (Unitatis redintegratio, 12). Svolgete, carissimi, questa “diaconia” lavorando con i fratelli di altre Chiese a servizio dell’uomo. La mutua conoscenza maturata nella comune sollecitudine per il bene di tutti costituisce un veicolo privilegiato per l’unità, perché non richiude le Chiese su se stesse, ma le apre al comune servizio al mondo, “perché il mondo creda” (Gv 17, 21), e in questo modo contribuisce a relativizzare ciò che altrimenti sembrerebbe insormontabile. Maria, la Donna santa che con il suo fiat contribuì a dare un corpo al Dio-Carità, interceda per voi e per i vostri cari.

Di cuore imparto a Voi e alle Opere che rappresentate la benedizione apostolica.

 

© Copyright 1992 - Libreria Editrice Vaticana

 

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