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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI ALL
’ASSEMBLEA PLENARIA
DEL PONTIFICIO CONSIGLIO
«COR UNUM»

Sabato, 9 maggio 1992

 

Signori Cardinali,
Cari Confratelli nell’Episcopato,
Cari amici,

1. La vostra assemblea plenaria mi offre la felice occasione di ricevervi nel momento in cui continuate con instancabile energia la vostra riflessione e la vostra azione al servizio della carità evangelica in tutto il mondo. Ringrazio vivamente il vostro Presidente, il Cardinale Roger Etchegaray per la presentazione che mi ha appena offerto dei vostri lavori e saluto i nuovi membri e collaboratori del vostro Consiglio. Naturalmente, nelle vostre persone, la mia riconoscenza va a quanti voi rappresentate che operano generosamente per sostenere i nostri fratelli e sorelle più deboli.

L’anno scorso, avete celebrato in una discreta intimità il ventesimo anniversario della fondazione del Pontificio Collegio Cor unum da parte del mio predecessore Paolo VI. Oggi, il nostro incontro mi consente di rendere grazie insieme a voi per il lavoro compiuto nel corso di questi due decenni. Abbiamo conosciuto molte gravi situazioni e molti avvenimenti dolorosi; voi non avete smesso di essere presenti in essi, quali testimoni dell’amore che Cristo ci chiede di portare a ogni persona umana, specialmente quando essa viene colpita dalla sofferenza, dall’angoscia, dall’emarginazione, dalla persecuzione o dall’esilio.

2. Grazie alla diversità delle attività del vostro Consiglio, adempite al meglio a una vasta missione: moltiplicando gli incontri, le visite nei paesi più colpiti e la partecipazione ai lavori di numerose istanze ecclesiali o civili, siete in grado di ascoltare appelli urgenti che non sono sempre quelli meglio conosciuti dall’opinione pubblica. Spetta a voi discernere i bisogni più urgenti e più giusti, sia per organizzare operazioni di soccorso, sia per aiuti allo sviluppo a più lungo termine. Così, voi potete organizzare collaborazioni e coordinare azioni che sono tanto più efficaci quanto si riesce ad evitare la dispersione degli sforzi. In tutto questo, voi sapete non perdere mai di vista l’essenziale rispetto della dignità delle persone, dal Nord al Sud del pianeta.

3. Desidero sottolineare particolarmente la qualità del lavoro compiuto, sotto la vostra spinta, dai responsabili della Fondazione per il Sahel; grazie all’indipendenza che le fornisce il suo statuto, grazie anche alla sua animazione da parte di un consiglio composto dai rappresentanti degli stessi paesi in cui essa opera, essa offre agli abitanti di queste regioni la possibilità di essere compartecipi del proprio sviluppo.

Di recente, vi ho chiesto di prendervi cura della Fondazione “Populorum progressio”, riprendendo l’intenzione di Papa Paolo VI di associarsi a tutti coloro che cercano di aiutare gli indios, i campesinos e altri gruppi deboli in numerosi paesi dell’America Latina. Nell’anno del quinto centenario dell’evangelizzazione di questo continente, mi sembra essenziale che la Chiesa vi intensifichi la sua azione di carità evangelica. La Fondazione vuol significare l’appoggio e la partecipazione della Santa Sede, e dei cristiani di tutto il mondo, alla coraggiosa azione condotta dai Pastori e dai fedeli dei paesi coinvolti in favore dei poveri, troppo spesso rimasti fuori dallo sviluppo del loro paese e dalla solidarietà che potevano attendersi dai discepoli di Cristo.

Vorrei sottolineare ancora la vostra continuata collaborazione con le organizzazioni di ispirazione religiosa cristiane o non cristiane, con le istituzioni internazionali e con le organizzazioni non governative; perché è importante che tutte le buone volontà si uniscano dinanzi all’ampiezza dei compiti necessari per far progredire l’uomo e la società verso la civiltà dell’amore che non possiamo rinunciare a costruire.

4. Un importante lavoro di studio viene anche condotto per meglio illuminare, alla luce del Vangelo, alcuni dei problemi più gravi del nostro mondo. In particolare, voi vi apprestate a far ascoltare la voce della Chiesa cattolica riguardo ai due flagelli che non si è riusciti a debellare nella nostra epoca: da una parte, elaborate un documento sulla fame nel mondo e le sue molteplici implicazioni; spero che le vostre riflessioni e i vostri appelli siano ascoltati e suscitino al tempo stesso nuovi slanci di generosità e disposizioni necessarie da parte delle persone responsabili a tutti i livelli. D’altra parte, in collaborazione con il Pontificio Consiglio della Pastorale per i migranti e gli itineranti, preparate uno sguardo d’insieme dei dolorosi problemi dei rifugiati e illuminate alcune responsabilità e alcuni doveri troppo spesso ignorati.

5. Vorrei soffermarmi un momento su una preoccupazione centrale nei vostri lavori: il tema della vostra Assemblea la esprime chiaramente: “Perché cresca la nostra carità evangelica”.

La vostra esperienza degli aiuti e dell’azione per lo sviluppo vi ha mostrato le molteplici esigenze che la loro efficacia presuppone. Ed è indispensabile che esse siano soddisfatte nel miglior modo possibile sul piano tecnico. Non è men vero che la migliore gestione economica e scientifica dello sviluppo rischia di essere una risposta fredda ai bisogni umani se non è animata dalla carità, per parafrasare San Paolo. Dinanzi alla violenza che colpisce in questo mondo, dinanzi all’angoscia delle persone ferite dalla vita, dinanzi alle vittime di tante ingiustizie provocate dalle “strutture del peccato”, la prima reazione cristiana deve provenire dalla prima legge evangelica: la legge dell’amore senza altra misura che l’amore che viene da Dio, che l’amore che salva l’umanità con l’offerta del Figlio, che l’amore posto nei cuori dallo Spirito di santità.

Bisogna osare dirlo a tempo e a distempo: senza discriminazione, gli uomini e le donne di tutti i paesi del mondo sono creature amate da Dio; la loro fratellanza è fondata in Cristo che ci ha chiesto di amare come Lui ci ha amati. Come potrebbe un credente gestire i beni della terra, difendere la giustizia, alleviare la sofferenza, promuovere la dignità della persona, se, in ogni istante, non fosse colmato dal più grande dei doni e dalla più grande delle virtù, la carità che non finirà mai? Un cristiano, responsabile di organizzazione di mutuo soccorso o di promozione dello sviluppo, responsabile nell’ordine economico o politico, può forse adempiere degnamente alla missione di servizio che gli viene affidata se prescinde dalla prima ragione per andare verso i fratelli, la carità di Cristo?

Cari amici, voi avete ricevuto in particolare la missione di essere animatori dell’azione caritativa in tutte le sue dimensioni e testimoni dell’amore dell’uomo. Spetta a voi ricordare alle comunità cristiane che la carità concretamente esercitata è il dovere di tutti. Riprendete spesso la parola di Giovanni: “non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità” (1 Gv 3, 18). La Chiesa conta su di voi per invitare instancabilmente gli artigiani della pace, le persone assetate di giustizia, i costruttori della civiltà, ad attingere dalle fonti infinite dell’amore che viene da Dio la forza per superare le contraddizioni del male e del peccato per servire l’uomo nella verità.

6. Invoco su tutti voi, e sui numerosi membri degli organismi che animate, la grazia poderosa di Cristo Gesù, il Figlio di Dio che è venuto per essere il fratello di tutti gli uomini, morto e risorto per vincere il peccato e la morte. Con voi, affido a Lui la vostra opera di misericordia, di giustizia e di pace perché la illumini e la renda feconda nella verità del suo amore.

Di tutto cuore, chiedo a Dio di colmarvi delle sue benedizioni.

 

© Copyright 1992 - Libreria Editrice Vaticana

 

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