The Holy See
back up
Search
riga

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI ALL
ASSEMBLEA PLENARIA
DEL PONTIFICIO CONSIGLIO «IUSTITIA ET PAX»

Giovedì, 12 novembre 1992

 

Cari Cardinali,
Cari fratelli nell’Episcopato,
Cari amici,

1. L’Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio “della Giustizia e della Pace” mi offre la gradita occasione di incontrare voi che dedicate queste giornate allo studio del tema: “La dottrina sociale della Chiesa al servizio della «nuova Evangelizzazione»”. Porgo i miei ringraziamenti al Cardinale per la presentazione che ha fatto dei vostri lavori, e saluto con piacere i membri del Consiglio, venuti da tutte le parti del mondo, così come il Monsignore vicepresidente e il personale permanente del Dicastero. La vostra presenza ravviva nella mia memoria le celebrazioni che, l’anno scorso, hanno segnato il Centenario della pubblicazione dell’enciclica Rerum novarum. E vorrei ringraziarvi per il vostro contributo alla celebrazione di quest’Anno della Dottrina sociale, sia sul piano internazionale che nei vostri rispettivi paesi. Numerose iniziative hanno aiutato a far valere la ricchezza inesauribile e le esigenze sempre attuali del primo documento dell’insegnamento sociale della Chiesa nell’epoca moderna.

2. L’anno centenario ha sollecitato un nuovo esame della presenza e dell’influenza di questa dottrina nelle Chiese particolari, e anche nuovi impegni per diffonderla in maniera più ampia e più approfondita nei più diversi ambienti. L’insegnamento sociale della Chiesa deve essere diffuso ovunque: si tratta del bene di ogni singolo popolo e della comunità internazionale; si tratta di rendere la società più conforme all’eterno disegno di Dio creatore e agli appelli esigenti del Vangelo, a cominciare dalla giustizia e dalla carità che sono le condizioni essenziali affinché la pace possa essere instaurata in tutto il mondo. La missione di riflessione e d’animazione del vostro Consiglio vi porta a ricordare ai cristiani le responsabilità che la dottrina sociale mette in rilievo, e, affinché la sua applicazione entri a far parte della vita quotidiana, questa dottrina deve avere la sua giusta collocazione nella catechesi, nella predicazione, nella formazione scolastica, nei seminari e nelle università, nella formazione permanente dei pastori e dei laici.

3. Esaminando il programma della vostra sessione, sono lieto di constatare che non vi limitate a un semplice bilancio, all’indomani del centenario dell’enciclica Rerum novarum, ma cercate di collocare in maniera adeguata la dottrina sociale nella missione dell’evangelizzazione, fondamentale per la Chiesa: essa è considerata in ogni luogo come uno “strumento di evangelizzazione”, così come auspicavo nell’enciclica del centenario (Centesimus annus, 54)? Essa è compresa e accettata negli ambienti culturali e pastorali così diversi presenti all’interno della Chiesa? E se si è convinti che questa dottrina è destinata, per la sua stessa natura, a dare sostegno all’edificazione di una società giusta, sul piano nazionale come sul piano internazionale, non bisognerebbe interrogarsi su cosa si fa affinché essa arrivi agli uomini e alle donne da cui dipende la sorte di queste società, all’interno e all’esterno della Chiesa? Essa costituisce uno degli strumenti privilegiati che lo Spirito Santo ha donato alla Chiesa affinché quest’ultima possa essere presente in maniera adeguata nel mondo e affinché possa servirlo efficacemente. Pur mantenendo sempre l’identità evangelica innata della dottrina sociale e la sua coerenza, i cristiani devono adattare la sua applicazione secondo i diversi ambienti e tenendo conto delle loro evoluzioni nel tempo. I bisogni non sono sempre gli stessi, né, perciò, le maniere per soddisfarli.

4. Dal 1989, come affermavo nella Enciclica Centesimus annus (cf. in particolare il capitolo III), abbiamo affrontato nuove sfide. Visto che il cosiddetto “socialismo reale” è stato superato e abbandonato e che la visione dell’uomo e del mondo a cui esso si ispirava è diventata sempre meno credibile, ci si dirigerà verso nuove idolatrie? Se non si tratterà più dell’idolatria della classe e del prestigio equivoco e ambiguo dell’ideologia marxista, significherà cedere il loro posto al culto del successo economico individuale e al culto della libertà senza norme né limiti? Non si rischierà così di sostituire un asservimento con un altro? I grandi cambiamenti a cui abbiamo assistito lanciano quindi alla dottrina sociale della Chiesa nuove sfide. E, come ben sapete, tali sfide si presentano in maniera diversa a seconda che esse vengano considerate nelle ricche società del Nord, che ciò nonostante nascondono una grande miseria, o nel Sud, che non riesce a riemergere dall’abisso del sottosviluppo con la sua povertà in continua crescita, o ancora nell’Est e nel Centro Europa, e persino altrove, nelle società affrancate dai regimi marxisti, in cui non è chiara la via da seguire. È proprio in queste situazioni diverse e preoccupanti che il vostro ruolo di pastori e di laici incaricati in maniera particolare della diffusione della dottrina sociale della Chiesa deve essere esercitato, per farne uno “strumento d’evangelizzazione” capace di aiutare a ritrovare il cammino che conduce alla felicità temporale, degna immagine della felicità eterna alla quale Dio ci invita. È un vero e proprio servizio che la Chiesa vi affida e che esige da noi, come da tutti coloro che si adoperano nello stesso senso, quello di perseverare nello studio e nell’applicazione dell’insegnamento sociale tradizionale, quello di praticare un discernimento cosciente e di adattarlo, senza tradirne il vero senso né la coerenza interna, alle diverse culture e alle nuove situazioni. Il Concilio Vaticano II non ha insegnato, nella sua Costituzione pastorale che “tale adattamento della predicazione della parola rivelata deve rimanere legge di ogni evangelizzazione” (Gaudium et spes, 44)?

Il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace esiste per animare e accompagnare questo compito esaltante, che non esito a chiamare missione.

Tengo a ringraziare qui i suoi responsabili e i suoi consulenti, tutti i suoi collaboratori che, con il loro discreto servizio quotidiano, rendono possibile il compimento di questa missione al servizio della Santa Sede, ma anche al servizio di tutta la Chiesa e, infine, del mondo nel quale noi viviamo e in cui noi tutti abbiamo la nostra parte di responsabilità.

Per sostenervi nei vostri lavori e nei vostri impegni per la dottrina sociale, invoco su voi tutti la benedizione del Signore.

 

© Copyright 1992 - Libreria Editrice Vaticana

 

top