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VIAGGIO APOSTOLICO A SANTO DOMINGO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AL CORPO DIPLOMATICO
NELLA SEDE DELLA NUNZIATURA APOSTOLICA*

Santo Domingo (Repubblica Dominicana) - Domenica, 11 ottobre 1992

 

Eccellenze,
Signore e Signori,

1. È per me motivo di particolare soddisfazione poter tenere questo incontro con un gruppo di persone qualificate quale è il Corpo Diplomatico accreditato presso il Governo della Repubblica Dominicana, così come con i rappresentanti delle Organizzazioni Internazionali. Esprimo a tutti il mio più cordiale saluto, che estendo ai Governi, alle Istituzioni e alle popolazioni che rappresentate. Le alte funzioni diplomatiche che svolgete vi rendono oggetto di apprezzamento e di attenta considerazione da parte della Santa Sede, soprattutto in quanto si tratta di un’attività al servizio della grande causa della pace, dell’avvicinamento e della collaborazione fra i popoli e di uno scambio fecondo per arrivare a rapporti più umani e giusti in seno alla comunità internazionale. La commemorazione del V Centenario dell’Evangelizzazione dell’America dà al nostro incontro un significato particolare. Infatti, questa fausta ricorrenza – che costituisce un motivo per ringraziare Dio poiché il seme del Vangelo ha dato come frutto questa realtà viva e rigogliosa che è la Chiesa Latinoamericana – ci pone, allo stesso tempo, di fronte a un momento cruciale per i popoli di questo Continente che, insieme ai cambiamenti profondi che si sono avuti in ambito internazionale, soprattutto in Europa, devono affrontare sfide socio-economiche urgenti e con caratteristiche nuove nella loro attuale configurazione.

2. Consapevole dell’importanza di questo momento storico, la Chiesa Cattolica, sempre tanto vicina all’uomo latinoamericano nelle sue gioie e nelle sue speranze, nelle sue tristezze e nelle sue angosce (cf. Gaudium et spes, 1), ha voluto dare risalto a questo evento celebrando la IV Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano, che avrò la gioia di inaugurare domani in questa capitale. La Sede apostolica condivide con partecipazione le ansie pastorali dei Vescovi dell’America Latina e si augura che la nuova evangelizzazione riceva un grande impulso da questa Conferenza e si proietti nella vita delle istituzioni e dei popoli, che cinquecento anni fa hanno ricevuto la luce della fede. Tutto ciò fa sì che questo incontro con il Corpo Diplomatico acquisti una rilevanza particolare. Il mio messaggio si rivolge a tutti i presenti, ma in questa occasione speciale, anche e in modo particolare, ai Governi della Nazioni di questo Continente.

3. La storia di questi cinque secoli ha reso i popoli dell’America Latina una comunità di Nazioni. Il passato, con le sue luci e ombre, chiarisce e illumina la realtà del presente. Ma è il futuro di questo Continente che deve essere oggetto dello sforzo deciso e generoso di quanti dedicano la loro vita al servizio del bene comune della società. Perciò, con tutto il rispetto e la deferenza, mi rivolgo ai responsabili dei Governi dell’America Latina affinché diano un impulso decisivo al processo di integrazione latinoamericano che possa condurre i loro popoli a occupare il posto che spetta loro sulla scena mondiale. Sono molti e molto importanti i fattori a favore di questa integrazione. Infatti, possiamo constatare, in primo luogo, la presenza della religione cattolica, professata dalla maggioranza dei latinoamericani. Si tratta di una componente che – per la sua stessa natura – si trova su un piano diverso e più profondo di quello della semplice unità sociopolitica. Senza dubbio, nel promuovere l’amore, la fratellanza e la convivenza fra gli uomini come fattore sostanziale della sua missione, la Chiesa Cattolica non può non favorire l’integrazione dei popoli che, per le loro comuni radici cristiane, si sentono fratelli (cf. Gaudium et spes, 42). Oltre a questa comunità di fede constatiamo anche stretti legami culturali e geografici. L’America Latina costituisce una delle realtà geoculturali più significative del mondo contemporaneo. Il fattore linguistico, infatti, favorisce enormemente la comunicazione e l’avvicinamento fra le diverse mentalità. D’altra parte, l’unità geografica è determinante nel processo di configurazione delle comunità nazionali e internazionali. Infine, il passato storico, che è in gran parte comune ai diversi paesi dell’America Latina, costituisce un ulteriore elemento unificante.

4. Signore e Signori, la necessità dell’integrazione latinoamericana è una convinzione pacificamente condivisa da molti e confermata anche dalle mete già raggiunte in materia economica e di rappresentazione parlamentare. È vero però che l’integrazione richiede sforzo, perché implica un cambiamento di mentalità. Infatti richiede, fra l’altro, di considerare come un beneficio particolare ciò che accomuna tutti. Per questo è necessario, prima di tutto, superare i vari conflitti e tensioni che turbano la convivenza pacifica fra i paesi e generano sfiducia e antagonismi reciproci. In questo contesto vorrei rivolgere un pressante appello per la soluzione pacifica delle controversie. La possibilità di qualsiasi conflitto armato deve essere esclusa con ferma decisione. Un paese fratello vinto e umiliato è, in una certa misura, un danno concreto e immediato anche per il vincitore. A maggior ragione bisogna opporsi fermamente alla violenza armata all’interno di una stessa comunità nazionale. Se chi impugna le armi lo fa perché si sente privato della sua dignità e leso nei diritti civili, con la guerriglia, oltre ad attentare alla vita delle persone e ai principi della convivenza pacifica, contribuisce a perpetuare odi e vendette di generazione in generazione. Signori Ambasciatori: una politica di pacificazione e di integrazione ha come requisito indispensabile il rispetto dei diritti umani. Infatti, la solidarietà richiede la promozione dell’inalienabile dignità di ogni persona. Per questo mi sembra particolarmente appropriato ripetere qui la riflessione che facevo nell’Enciclica Centesimus annus: “Dopo il crollo del totalitarismo comunista e di molti altri regimi totalitari e “di sicurezza nazionale”, si assiste oggi al prevalere, non senza contrasti, dell’ideale democratico, unitamente a una viva attenzione e preoccupazione per i diritti umani. Ma proprio per questo è necessario che i popoli che stanno riformando i loro ordinamenti diano alla democrazia un autentico e solido fondamento mediante l’esplicito riconoscimento di questi diritti” (n. 47).

5. Mosso dalla mia sollecitudine pastorale, dinanzi alle gravi conseguenze scaturite per i popoli dell’America Latina dal problema del debito estero, ho rivolto pressanti appelli affinché si trovino soluzioni adeguate a questo drammatico problema. Però, in contraddizione con gli sforzi realizzati per alleggerire la crisi economica, si verificano fenomeni come la fuga di capitali, l’accumulazione di ricchezze nelle mani di pochi o il fatto che somme e risorse considerevoli vengono investite in obiettivi non direttamente collegati con lo sviluppo desiderato, come l’attuale tendenza a una politica degli armamenti in America Latina: questo fa sì che alcuni fondi che dovrebbero essere destinati a risolvere tante necessità, come il problema dell’educazione, della salute o quello grave della casa, vengano di fatto deviati verso l’incremento dell’arsenale bellico, trascurando ulteriormente le numerose aspettative degli uomini e delle donne latinoamericane. Mi vengono in mente le domande che, a questo proposito, vengono poste nell’Enciclica Sollicitudo rei socialis: “Come giustificare il fatto che ingenti somme di denaro, che potrebbero e dovrebbero esser destinate a incrementare lo sviluppo dei popoli, sono invece utilizzate per l’arricchimento di individui o di gruppi, ovvero assegnate all’ampliamento degli arsenali di armi, sia nei Paesi sviluppati sia in quelli in via di sviluppo, sconvolgendo così le vere priorità?” (n. 10; cf. n. 24). In un Continente in cui non si riesce a contenere il processo di impoverimento, in cui i tassi di disoccupazione e sottoccupazione sono così alti, e in cui, per contrasto, le possibilità e le risorse sono abbondanti, non si può più rimandare un adeguato investimento del capitale disponibile allo scopo di creare nuovi posti di lavoro e di aumentare la produzione. La povertà, disumana e ingiusta, deve essere sradicata. Per questo deve essere potenziato il fattore umano che è il fattore chiave del progresso di un popolo. Infatti, investire nell’educazione dell’infanzia e dei giovani significa assicurare un futuro migliore a tutti. Che vasto campo d’azione c’è qui per la solidarietà dei popoli e dei Governi, così come per le vostre analisi e i vostri suggerimenti di aiuto e di appoggio! Dio conceda ai responsabili del bene comune lungimiranza e saggezza per riuscire a trovare le misure da prendere e una ferma volontà per metterle in pratica.

6. Signore e Signori: posso assicurarvi che nella Santa Sede troverete sempre un attento interlocutore per tutto ciò che riguarda la promozione della fratellanza e della solidarietà fra i popoli, così come per tutto ciò che possa favorire la pace, la giustizia e il rispetto dei diritti umani.

Prima di concludere questo incontro, desidero ringraziarvi vivamente per la vostra presenza, e allo stesso tempo esprimere i voti più sinceri per la prosperità dei vostri paesi, per il conseguimento degli obiettivi delle istituzioni da voi rappresentate, per il buon esito della vostra missione e la felicità dei vostri cari.

Molte grazie.


*L'Osservatore Romano 13.10.1992 p.7.

 

© Copyright 1992 - Libreria Editrice Vaticana

 

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