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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI ALLA RIUNIONE DEL CONSIGLIO
DELLE CONFERENZE EPISCOPALI D’EUROPA
Venerdì, 16 aprile 1993
Venerati fratelli nell’Episcopato!
1. La liturgia di questi giorni propone alla nostra riflessione l’invito
della Prima Lettera di Pietro a costruire “un edificio spirituale”, per offrire
sacrifici graditi a Dio (cf. 1 Pt 2, 5). Sono parole che ci aiutano a
comprendere, ancor più a fondo, il valore e la portata dell’impegno della Chiesa
in questo singolare periodo della storia europea: impegno di rinnovata
evangelizzazione e di fattivo concorso alla costruzione della “nuova Europa”,
aperta alla solidarietà universale. In tale contesto, il presente incontro può
definirsi, in un certo senso, “storico”, giacché non solo imprime al Consiglio
delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE) un deciso impulso nella linea della
sua azione ormai consolidata da molti anni, ma contribuisce ad adeguarlo ai
“segni” e alle “sfide” del momento presente, in modo da renderlo efficace
strumento per la nuova evangelizzazione in vista del terzo Millennio del
Cristianesimo. Si tratta di ricercare insieme le vie più idonee per
evangelizzare l’Europa, e di promuovere un autentico rinnovamento sociale
fondato su Cristo risorto, “pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e
preziosa davanti a Dio” (1 Pt 2, 4). I Pastori si stringono perciò a
Cristo, in lui pongono la loro fiducia, su di lui, e solo su di lui, fondano i
loro progetti apostolici e missionari. Con questi intendimenti ci siamo
incontrati nell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per l’Europa, svoltasi
nell’autunno del 1991, ed “uniti nel nome di Cristo, abbiamo pregato affinché
potessimo ascoltare ciò che lo Spirito dice oggi alle Chiese d’Europa (cf. Ap
2,7-11-17) ed esse sappiano discernere le vie per la nuova evangelizzazione del
nostro continente” (Dichiarazione conclusiva, proemio).
2. Da quell’importante assemblea sinodale sono scaturiti orientamenti e
proposte che il CCEE, nella sua nuova composizione, dovrà approfondire e
realizzare. Si è già iniziato a studiare tutto ciò nella riunione tenutasi qui,
in Vaticano, all’inizio dello scorso dicembre, e della quale il presente
incontro può considerarsi eco e prolungamento. I Presidenti delle Conferenze
Episcopali Europee, chiamati ora a fare parte del rinnovato CCEE, ne hanno
eletto il nuovo Presidente nella persona di Monsignor Miloslav Vlk, Arcivescovo
di Praga, un Paese dell’Est europeo. Come non rimarcare questo dato altamente
significativo, che fino a qualche anno fa sarebbe stato difficile anche soltanto
immaginare? E come non ringraziare ancora una volta Iddio per aver reso ciò
possibile, rinsaldando i rapporti fra le Chiese dell’Europa occidentale ed
orientale? Mentre cordialmente saluto ciascuno di voi, venerati Fratelli
nell’Episcopato, esprimo di cuore a Mons. Miloslav Vlk e ai due Vice Presidenti,
Mons. Karl Lehmann, Vescovo di Mainz e Mons. István Seregély, Vescovo di Eger, i
miei sentimenti di stima e di affetto, uniti a vive felicitazioni per la fiducia
in loro riposta dai Pastori che qui rappresentano l’intero continente europeo.
Con gioia adempio inoltre il dovere di indirizzare, in questo momento, un
pensiero riconoscente a quanti negli anni precedenti hanno guidato, con la loro
esperienza, il CCEE: il Card. Roger Etchegaray, Presidente dell’Organizzazione
dalla sua nascita fino al 1979, il Card. Basil Hume, che l’ha diretto dal 1980
al 1987 e il Card. Carlo Maria Martini, attivo e stimato suo responsabile dal
1987 ad oggi.
3. La storia del CCEE prende il suo avvio negli anni immediatamente
successivi al Concilio come risposta al bisogno, avvertito da molti, di
opportune forme di collaborazione fra le Chiese d’Europa. Dopo i primi simposi –
nel 1967 a Noordwijkerhout (Paesi Bassi) e nel 1969 a Coira (Svizzera) – che
erano aperti ai vescovi dell’intero continente europeo, fu fondato a Roma,
nell’incontro del 23-24 marzo 1971, il “Consilium Conferentiarum Episcopalium
Europae”, i cui statuti vennero approvati il 10 gennaio 1977 dalla Congregazione
per i Vescovi. Seguirono altri simposi, tutti svoltisi a Roma, mentre, grazie a
regolari contatti fra i rappresentanti delle varie Conferenze Episcopali,
soprattutto dell’Europa occidentale, che potevano fra loro facilmente comunicare
ed incontrarsi, si è sempre più intensificato lo scambio di informazioni, di
esperienze e di punti di vista sui principali problemi pastorali di ogni
nazione, favorendo l’affermarsi di uno spirito di reale collaborazione e
fraterna comunione a dimensione europea. Né va sottaciuto il contributo dato al
dialogo ecumenico con le diverse Confessioni cristiane mediante un apposito
gruppo di lavoro misto creato nel 1971 tra il CCEE e la Conferenza delle Chiese
Europee (KEK). Speciale attenzione è stata riservata anche alle problematiche
delle altre religioni. I frutti di tale paziente opera di ascolto e ricerca
fraterna sono consolanti: è, infatti, maturato un clima di reciproco rispetto e
si è estesa la collaborazione tra i cristiani dell’intero continente,
preoccupati tutti di recare agli uomini del nostro tempo l’annuncio evangelico
della salvezza.
4. Se ci si ferma ad analizzare gli argomenti affrontati nelle varie
assemblee generali del CCEE si nota nel tempo una certa evoluzione: nei primi
anni l’accento è posto sulle tematiche tipiche del postconcilio, in seguito
l’interesse viene rivolto a problemi più specificamente europei. A fronte delle
profonde e complesse trasformazioni della società negli ambiti culturale,
politico, etico e spirituale, è maturata sempre più la coscienza di una nuova
evangelizzazione. Dopo gli eventi del 1989, che hanno visto crollare ideologie
per lunghi anni dominanti e cadere storiche barriere fra i popoli dell’Europa,
l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per l’Europa svoltasi nel 1991 ha
rappresentato in tale prospettiva una tappa importante e provvidenziale.
“L’Europa – ricorda la Dichiarazione conclusiva – non deve oggi semplicemente
fare appello alla sua precedente eredità cristiana: occorre infatti che sia
messa in grado di decidere nuovamente del suo futuro nell’incontro con la
persona e il messaggio di Gesù Cristo” (n. 2). L’Europa è pertanto chiamata ad
una necessaria opera di coraggiosa “autoevangelizzazione”, missione a cui la
Chiesa intende provvedere nel contesto delle mutate situazioni sociali e
politiche, che favoriscono sicuramente un più proficuo incontro e “scambio dei
doni” fra le Comunità ecclesiali dell’Est e dell’Ovest. Auspico di cuore, e per
questo prego, che il Signore benedica gli sforzi sin qui profusi dal vostro
organismo ed infonda sempre più aperto slancio alla vostra azione quanto mai
importante per il futuro del continente.
5. Il CCEE si trova, in effetti, di fronte a delicati compiti in ordine alla
nuova evangelizzazione dell’Europa: occorre provvedere alla promozione di una
sempre più intensa comunione fra le diocesi e fra le Conferenze Episcopali
Nazionali, all’incremento della collaborazione ecumenica tra i cristiani e al
superamento degli ostacoli che minacciano il futuro della pace e del progresso
dei popoli, al rafforzamento della collegialità affettiva ed effettiva e della
“communio” gerarchica. Venerati Fratelli nell’Episcopato, mi sia permesso di
offrirvi qui qualche riflessione che spero utile per meglio impostare i vostri
lavori, in questa fase di rinnovamento e di programmazione. Alla luce della
positiva esperienza degli anni passati, il CCEE, che è un organismo
continentale, si occuperà dei problemi connessi con la situazione e i compiti
della Chiesa in Europa. Se è vero che, in base alle esigenze della
sussidiarietà, ciascuna Conferenza nazionale si dedica a quanto è di sua
precipua competenza, così come il Pastore di una diocesi si consacra al servizio
della porzione di popolo cristiano affidata alle sue cure, è tuttavia facilmente
intuibile che essa non può ridurre il suo orizzonte ai confini della Nazione,
dal momento che la realtà riveste sempre un particolare “taglio” europeo. Il
compito del CCEE è allora quello di analizzare le problematiche da tale
angolatura, valutandone le implicazioni sovranazionali e con questo fornendo un
valido aiuto agli Episcopati di ogni regione e ai Pastori delle Chiese locali.
6. Conoscere l’uomo europeo e quanto lo concerne è indispensabile per
l’adempimento della missione salvifica del popolo di Dio nel continente. Ma una
tale e aggiornata conoscenza è ugualmente importante perché il CCEE possa
autorevolmente presentarsi dinanzi all’opinione pubblica, nelle diverse sue
istanze, come testimone e portavoce di una incisiva presenza della Chiesa. La
comunità dei credenti ha così modo di far sentire la sua voce anche negli ambiti
civili, voce di una comunità concorde e tutta protesa ad annunciare il vangelo
della speranza e della carità. Da questo punto di vista risulta quanto mai
opportuno il dialogo con le altre Confessioni cristiane, riunite nel KEK. La
collaborazione, tuttavia, deve essere coltivata soprattutto in vista del
ristabilimento progressivo della piena unità fra i cristiani nel “vecchio”
continente, nel quale si sono prodotte da principio le divisioni e le sofferte
lacerazioni. Così, oltre che alla sussidiarietà, il CCEE deve ispirare la
propria azione alla solidarietà, nei suoi molteplici aspetti: solidarietà fra
gli Episcopati cattolici, solidarietà nella ricerca dell’unità fra tutti i
cristiani, solidarietà, infine, con l’Europa, continente nel quale popoli
diversi sono incamminati sulla strada dell’intesa politico-sociale ed economica.
Mediante il CCEE, la Chiesa cercherà di infondere alla comunità continentale un
“supplemento d’anima”, ravvivando in essa quella che potrebbe dirsi “l’anima
dell’Europa”.
7. Come non rendersi conto, venerati e carissimi Fratelli nell’Episcopato,
che tutto ciò si collega strettamente con la svolta storica del nuovo Millennio?
Una missione evangelizzatrice di vaste dimensioni tutti ci incalza. Occorre
riscoprire e rinsaldare le radici cristiane delle diverse nazioni e dell’intero
continente; occorre far emergere il lievito cristiano che ha permeato le
molteplici espressioni del suo patrimonio culturale e promuovere la presenza del
fermento evangelico nell’“oggi” e nel “domani” dell’Europa, specialmente dinanzi
ai tentativi, non così nascosti, di emarginare la fede e la verità salvifica da
ogni manifestazione della vita pubblica. E non si potrebbe pensare, proprio
nell’ottica di questa urgenza evangelizzatrice, ad un “programma” europeo in
vista del prossimo giubileo della fede dell’anno 2000?
8. La solidarietà, che deve animare le relazioni fra le diverse componenti
della società ecclesiale e civile, non mancherà di spingere il CCEE ad allargare
gli orizzonti e ad avviare contatti ed intese anche con le Chiese e i popoli
“fuori dell’Europa”. Non si tratta soltanto di un problema organizzativo e di
rapporti permanenti da tessere con analoghe organizzazioni operanti negli altri
continenti. L’obiettivo è ben più alto e più essenziale è il compito che lo
attende. Si tratta, infatti, di mettere in luce la stretta solidarietà che
esiste fra l’Europa e i Paesi dell’Africa, dell’Asia e delle Americhe, nei
confronti dei quali il continente europeo, e le Chiese in esso operanti, hanno
meriti ma anche debiti da assolvere. Crescere in questa coscienza e far maturare
nella solidale consapevolezza di essere gli uni responsabili degli altri,
soprattutto dei più poveri e meno fortunati, sarà la vostra ansia costante, in
adempimento di quel Vangelo della carità e della pace che in questo tempo di
Pasqua il Risorto proclama con potenza per l’intera umanità.
9. Ci rivolgiamo, allora, a Cristo vincitore della morte e del peccato per
riaffermare la nostra disponibilità a costruire con l’offerta di noi stessi
quell’“edificio spirituale” in cui regna la sua giustizia e il suo amore. Certo,
grande è la consapevolezza del nostro limite, ma altrettanto potente è la
certezza della sua presenza e del suo costante intervento salvifico. La missione
dei credenti, venerati Fratelli nell’Episcopato, è sempre e dappertutto rivolta
al futuro. Verso il futuro escatologico, del quale siamo certi nella fede, e
verso il futuro storico, del quale possiamo essere umanamente incerti. Pensiamo
ai primi evangelizzatori del continente europeo, ai Santi Pietro e Paolo; a San
Benedetto, Padre del monachesimo in occidente, che tanto rilievo ha avuto nella
formazione dell’Europa cristiana; pensiamo ugualmente a quanti hanno spianato le
vie del Vangelo verso nuovi popoli, come Agostino, Bonifacio o i santi Fratelli
di Tessalonica, Cirillo e Metodio. Neppure essi erano sicuri dell’umana riuscita
della loro missione e persino della loro stessa sorte. Potente più di ogni
incertezza fu la fede e salda la speranza; più potente fu l’amore di Cristo che
li “spingeva” (cf. 2 Cor 5, 14). Nella loro audacia apostolica si rese
visibile lo Spirito operante e santificatore. Come loro, anche noi siamo
invitati ad essere, nell’epoca in cui viviamo, strumenti docili ed efficaci
dell’azione dello Spirito. Invochiamo per questo Maria, Stella
dell’evangelizzazione, ed a Lei affidiamo lo sviluppo del nuovo CCEE, al
servizio del continente europeo e del suo cristiano avvenire.
Con tali sentimenti, vi ringrazio per il lavoro di questi giorni e rinnovo a
ciascuno fervidi e fraterni auguri pasquali. Unisco una particolare benedizione
apostolica per le vostre persone e le comunità ecclesiali affidate alle vostre
cure pastorali.
© Copyright 1993 - Libreria Editrice Vaticana
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