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VIAGGIO PASTORALE IN BENIN, UGANDA E KHARTOUM

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON I RAPPRESENTANTI DELLA COMUNITÀ MUSULMANA
NEL «CENTRE DÉPARTEMENTAL D
ALPHABÉTISATION DU BORGOU»

Parakou (Benin) - Giovedì, 4 febbraio 1993

 

Signori Dignitari,
Rappresentanti delle Comunità musulmane del Benin,

1. Sono felice di incontrarvi nel corso della mia seconda visita in Benin. Rendo grazie a Dio che spesso mi ha dato l’opportunità, durante i miei viaggi apostolici, di incontrare i capi religiosi musulmani e i credenti dell’Islam. Nessuno si sorprenderà se dei fratelli, che credono in un unico Dio, desiderano conoscersi meglio e scambiarsi le loro esperienze. Vi ringrazio per le nobili parole che mi avete ora rivolto. Diversi punti in comune tra musulmani e cristiani sono legati alla pietà verso Dio, come il ruolo importante attribuito alla preghiera, la considerazione per la morale, il senso della dignità della persona umana aperta alla trascendenza. Noi riconosciamo in questo alcune delle fonti dei diritti umani essenziali. Capite quindi perché il Papa, in quanto Capo e Pastore della Chiesa, nel visitare la comunità cattolica del Benin, non poteva fare a meno di incontrare i rappresentanti delle comunità musulmane.

2. In Benin, Cristiani e Musulmani vivono da lungo tempo fianco a fianco. Non posso fare altro che incoraggiare gli sforzi che gli uni e gli altri fanno per progredire nella conoscenza e nel rispetto reciproco. Il vostro paese ha conosciuto dei periodi di gloria e dei momenti di gravi difficoltà. È giunto il momento in cui tutti gli abitanti del Benin, senza distinzione di tribù o di religione, sono chiamati ad unire i loro sforzi per ricostruirlo. Lo sviluppo del Benin, al quale devono partecipare Musulmani, Cristiani e membri della Religione tradizionale, dovrebbe andare a beneficio di tutti gli strati della popolazione, al riparo da tutte le forme di violenza morale, fisica o psicologica.

3. Questa ricostruzione del Benin deve partire dalla base, dalla famiglia. Sono sicuro che siete consapevoli dell’importanza dei valori familiari, oggi spesso minacciati, e che desiderate collaborare con i cristiani per salvaguardare e rinforzare questi valori. In quest’ottica, l’educazione della gioventù rimarrà sempre una priorità.

Nel corso del mio incontro con i giovani musulmani a Casablanca, nell’agosto 1985, dicevo che “solo lavorando insieme si può essere efficaci. Il lavoro inteso nel modo giusto è un servizio verso gli altri.

Esso crea dei vincoli di solidarietà” (19 agosto 1985, n. 6). Bisogna che gli adulti diano fiducia ai giovani e li aiutino ad assumersi pienamente le loro responsabilità ma, al tempo stesso, bisogna che i giovani siano pronti a collaborare con gli adulti. Infatti, non si può scolpire una nuova maschera senza rifarsi all’antico. Preparate dunque i giovani a capire la loro epoca, a dialogare con i loro anziani e con gli altri giovani per il bene di questo paese e per la sua unità. Nel compito fondamentale della formazione della coscienza, la famiglia svolge un ruolo di primo piano. I genitori hanno l’importante dovere di aiutare i loro figli, sin dalla più tenera età, a cercare la verità e a vivere secondo la verità, a desiderare il bene e a promuoverlo. Li prepareranno così a praticare il rispetto della libertà di coscienza e di culto, condizione essenziale per la vita comune della nazione.

4. Permettetemi di evocare a mia volta un altro campo nel quale Cristiani e Musulmani possono lavorare mano nella mano: si tratta della ricerca della pace. In quanto “La via di coloro che credono in Dio e desiderano servirlo non è quella della dominazione. È la via della pace: la pace dell’unione col nostro Creatore, che trova la sua espressione nel compimento della Sua volontà; la pace all’interno dell’universo creato, utilizzando le sue ricchezze saggiamente e a beneficio di tutti; la pace in seno alla famiglia umana, operando insieme per creare forti legami di giustizia, di fraternità e di armonia nelle nostre società; la pace nel cuore degli individui” (Messaggio per il Ramadan 17 aprile 1991, n. 5). Quanti paesi, in Europa come in Africa e in molte altre regioni del mondo, hanno sete e fame di questa pace, senza la quale lo sviluppo di un popolo diviene impossibile! Ho sottolineato, l’anno scorso, la necessità della preghiera dei credenti per l’avvento della pace. Infatti, una preghiera intensa e umile, fiduciosa e perseverante è necessaria se si vuole che il mondo diventi finalmente una dimora di pace. La preghiera “mentre apre all’incontro con l’Altissimo, dispone anche all’incontro col nostro prossimo, aiutando a stabilire con tutti, senza alcuna discriminazione, rapporti di rispetto, di comprensione, di stima e di amore” (Messaggio per la Giornata mondiale della Pace, 1 gennaio 1992, n. 4).

5. Desidero inoltre insistere su quest’altra condizione della Pace: l’eliminazione della povertà, come è stata trattata quest’anno nel mio messaggio per la Giornata della Pace. Soprattutto quando diviene miseria, la povertà costituisce una minaccia contro la pace. Il Concilio Vaticano II, che ci ispira e ci guida oggi, affermava: “Tale pace non si può ottenere sulla terra se non è tutelato il bene delle persone... La ferma volontà di rispettare gli altri uomini e gli altri popoli e la loro dignità, e l’assidua pratica della fratellanza umana sono assolutamente necessarie per la costruzione della pace” (Gaudium et spes, n. 78). Lo sappiamo bene, questo rispetto per gli altri e questa fratellanza attiva cominciano dall’eliminazione della povertà: gli sforzi che Musulmani e Cristiani compiono a tale scopo nel vostro paese sono molto apprezzabili. Vi invito dunque a pregare perché il beneficio della pace sia concesso al vostro paese, al continente africano e al mondo intero.

Concludendo, vorrei assicurarvi la mia preghiera, per voi, per le vostre famiglie e per il vostro paese. Che Dio vi conceda in abbondanza la sua benedizione!

 

© Copyright 1993 - Libreria Editrice Vaticana

 

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