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VIAGGIO PASTORALE IN BENIN, UGANDA E KHARTOUM

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI MEMBRI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE UGANDESE

Kampala (Uganda) - Domenica, 7 febbraio 1993

 

Cari Confratelli nell’Episcopato,

1. Questa visita pastorale in Uganda, che ho atteso con tanta ansia, può dirsi in certo qual modo la restituzione della vostra visita “ad limina” a Roma lo scorso mese di maggio. Vi ringrazio ancora una volta per il vostro invito e per l’accurata preparazione che avete svolto affinché questo pellegrinaggio possa rafforzare la fede della Chiesa in Uganda. Sono anche molto grato per le cortesi parole di benvenuto che l’Arcivescovo Wamala mi ha rivolto a vostro nome. È stata una gioia per me trascorrere questa Domenica offrendo l’amore di Cristo al suo popolo in Uganda – e ricevendo in cambio questo amore. Come tutti i Vescovi, anch’io devo predicare il Vangelo, “è per me un dovere” (1 Cor 9, 16). Quali Pastori, il nostro primo dovere è quello di far conoscere “le imperscrutabili ricchezze di Cristo” (Ef 3, 8) in tutte le occasioni che il Signore ci offre, e oggi nella nostra offerta della Santa Eucaristia al Santuario dei Martiri abbiamo adempiuto a quest’obbligo, poiché attraverso il nostro servizio sacerdotale il Signore stesso ha parlato al suo popolo e lo ha nutrito con il Pane Celeste (cf. Sacrosanctum Concilium, 7). Celebrare la Morte e la Risurrezione del Salvatore, così come incontrare i nostri fratelli e le nostre sorelle di altre denominazioni cristiane e confortare gli ammalati a imitazione del Buon Samaritano, sono stati modi autentici di compiere l’opera del Padre. Eppure, proprio in mezzo a una grande attività, il Signore ci invita a momenti come questo, momenti di riflessione e di comunione fraterna, affinché possiamo lodare il Padre per ciò che compie attraverso di noi e ravvivare questa carità pastorale che è propria del nostro ministero episcopale.

2. La mia presenza in Uganda riporta alla memoria la Visita Pastorale di un altro Papa pellegrino, il mio amato predecessore Paolo VI, che fu il primo Successore di Pietro dei tempi moderni a porre piede sul suolo africano. I quattro di voi che sono stati ordinati Vescovi nel 1969 rappresentano il legame vivente tra quella storica Visita e l’incontro di questa sera. A quella cerimonia di ordinazione, Papa Paolo parlò dei sacri doveri dei Vescovi, che ricevono “una straordinaria effusione di Spirito Santo”, affinché possano essere “veicoli e strumenti dell’amore di Cristo per gli uomini”. “I Vescovi sono ministri”, ha osservato il Papa, “sono servitori; essi non sono per se stessi, bensì per gli altri... Essi sono per la Chiesa, e alla Chiesa offrono tutta la loro vita (cf. 2 Cor 12, 15)... Perché è a voi, amati fratelli, Vescovi delle Chiese nuove o molto giovani, che si richiede l’amore pastorale in misura maggiore” (Discorso per l’Ordinazione dei Vescovi, Kampala, 1° agosto 1969). Questo amore pastorale, di cui il Papa parlò con tale sentimento, è una partecipazione dell’amore del Figlio di Dio stesso (cf. Pastores dabo vobis, 23). Il dono di sé, che lo Spirito Santo rende capaci di offrire a quanti ricevono i Sacri Ordini, rappresenta una partecipazione alla donazione di sé del Buon Pastore che dà la vita per il suo gregge (cf. Gv 10, 11). Questa carità pastorale è il fondamento per ogni bene che noi siamo in grado di compiere nella Chiesa, perché la comunione di amore che unisce i membri del Corpo di Cristo può costruirsi soltanto nell’amore.

3. La mia visita in Uganda rappresenta un’occasione per sperimentare in modo particolarmente vivo la nostra comunione nella Santissima Trinità. È allo stesso modo, come indicate nella Lettera Pastorale pubblicata in preparazione della mia visita, un’occasione per impegnarsi nuovamente a quegli atti di fede, speranza e amore che rendono testimonianza al Salvatore Risorto. La vostra identificazione delle aree specifiche in cui i fedeli dell’Uganda sono sfidati a vivere la loro vocazione cristiana, è un’autentica lettura dei “segni dei tempi” nella vostra nazione. In ciò voi continuate il rinnovamento messo in atto dai Padri del Concilio Vaticano II. Questa iniziativa della vostra Conferenza Episcopale mi sembra di tale importanza per la vita della Chiesa in Uganda, che vorrei trarre da questa Lettera Pastorale alcuni punti per le mie osservazioni di questa sera, riflessioni che intendono completare o ampliare gli argomenti discussi nel corso della vostra recente visita “ad limina”.

4. La vostra Lettera Pastorale tratta estesamente dei molti modi in cui i cattolici dell’Uganda possono offrire il proprio contributo all’ordine civile. Vi appellate a un nuovo vigore per la costruzione della nazione giunta a un punto cruciale della sua storia. Poiché il popolo dell’Uganda esce da un periodo di violenza e di sconvolgimento sociale, esso sta cercando di ricostruire la nazione, e così emerge una pressante necessità da parte dei membri della comunità cattolica di dedicarsi generosamente alle opere di solidarietà. Qui, come in tutti i Paesi e le nazioni, i beni più importanti da rafforzare nella vita della popolazione sono quelli spirituali e morali. Senza questi essa non avrà mai uno “sviluppo” degno di questo nome. Tra i componenti essenziali di una sana vita civile vi sono elementi quali il riconoscimento della dignità di ogni persona umana, il rispetto per i diritti che sono radicati in tale dignità – soprattutto il diritto alla vita e il diritto alla libertà religiosa – e un impegno effettivo ad assicurare il benessere dei poveri, dei deboli e degli indifesi (cf. Sollicitudo rei socialis, 33, 42). Costruire una società che consideri queste realtà come un patrimonio prezioso significa costruire la cultura della pace, un ambiente in cui i cittadini riusciranno sempre più facilmente a raggiungere gli obiettivi per cui sono stati creati. Per la maggior parte del periodo trascorso dall’indipendenza dell’Uganda, questi beni spirituali sono stati – triste a dirsi – presi d’assalto in ragione della lotta che spesso ha opposto quanti detenevano il potere contro il popolo e che ha messo cittadino contro cittadino. Il fatto che la nazione stia emergendo dalle ombre di quegli anni non significa che tutte le minacce alla cultura della pace siano passate. Perfino adesso la tentazione di mantenere in vita e di nutrire passati rancori può rappresentare una minaccia al benessere della società. In questo momento della storia dell’Uganda, quindi spetta alla Chiesa rispondere con sempre maggiore fedeltà all’ingiunzione di Dio di essere una comunità riconciliatrice (cf. Reconciliatio et paenitentia, 8). I membri del popolo di Dio vivono con la profonda sensazione di essere stati molto perdonati e che devono a loro volta perdonare (cf. Mt 18, 23-35). Questa consapevolezza dovrebbe fruttificare in una disponibilità da parte di tutti i fedeli dell’Uganda a mettere da parte l’odio e in tal modo testimoniare la verità che lo spirito di misericordia è più forte dello spirito di vendetta. A questo proposito non possiamo esimerci dal menzionare il ruolo specifico dei responsabili laici cattolici. A loro sono affidati gli ambiti dell’ordine temporale: la politica, l’economia, la direzione della società (cf. Lumen gentium, 31; Christifideles laici, 15). In questi campi essi “sono chiamati ad impegnarsi direttamente nel dialogo o in favore del dialogo per la riconciliazione” (Reconciliatio et paenitentia, 25) e in Uganda la necessità di tali passi verso il ristabilimento dell’armonia è veramente pressante. Nessuno, naturalmente, deve pensare che invitando i cittadini cattolici dell’Uganda ad operare per il rinnovamento della comunità voi implichiate che questo dovere spetti soltanto a loro. No, la cooperazione dei cristiani di tutte le Chiese e le Comunità Ecclesiali tra di loro, come pure con i seguaci di altre religioni, non è soltanto benvenuta, ma è indispensabile (cf. Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1992, n. 6-7).

5. Portare la luce del Vangelo a tutti gli uomini e le donne è il compito fondamentale affidato da Cristo ai suoi discepoli (cf. Mt 28, 19) (Redemptoris missio, 71). Le parole di San Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi, “Ho creduto, perciò ho parlato” (2 Cor 4, 13), sottolinea il fatto che la diffusione della Parola di Dio è una parte essenziale dell’atto di fede in quella Parola. Sotto la guida dei Vescovi, tutto il popolo di Dio partecipa all’opera di proclamare che il suo Regno è giunto. Come avete indicato nella vostra Lettera Pastorale, vi è un ampio obiettivo per quest’opera di proclamazione del Vangelo qui in Uganda. Una vasta porzione della popolazione non ha ancora ricevuto la luce di Cristo. Allo stesso tempo esiste la necessità di confermare nella loro fede cattolica quanti sono tentati di allontanarsi dalla Chiesa e abbandonare le esigenze di una sana spiritualità in una ricerca improduttiva di “visioni” e “cure” o aderendo alle sette di nuova fondazione. Con un rinnovato impegno da parte di tutti i fedeli di questa nazione, il seme verrà gettato in abbondanza e crescerà nel suolo dell’Uganda e dalla semina Dio produrrà un abbondante raccolto (cf. Mt 13 ,8; 1 Cor 3, 7).

6. Riguardo a quanto avete scritto nella vostra Lettera Pastorale su un rinnovato impegno a proseguire l’inculturazione della fede cristiana, spero vivamente che il lavoro dell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per l’Africa getterà nuova luce su questo compito difficile e delicato. Saggiamente avete fatto eco ai Padri del Concilio nel sottolineare che l’origine e il modello di questa inculturazione è il mistero dell’Incarnazione (cf. Ad gentes, 22). Nell’unione di Dio e uomo in Cristo, nulla della verità divina è andata perduta, e ogni affermazione, ogni azione di Cristo non erano nient’altro che manifestazioni del Figlio Unigenito (cf. Concilio di Efeso, Denz. 255; Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 468). Tutti i tentativi odierni di esprimere questa Parola ineffabile nelle realtà culturali di un popolo o di una razza devono similmente garantire che nulla venga perduto o aggiunto alla rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Solo quanti veramente conoscono Cristo, e veramente conoscono il proprio retaggio culturale, possono discernere come la Parola Divina possa essere opportunamente presentata attraverso il mezzo di tale cultura. Ne consegue che non può esistere un’autentica inculturazione se questa non proceda dalla contemplazione della Parola di Dio e dalla crescita nella somiglianza a lui attraverso la santità di vita. E alla fine spetta al Magistero della Chiesa giudicare quali nuove voci siano riuscite ad esprimere l’eterno mistero di Dio Uno e Trino e del suo amore per noi. Poiché il Catechismo della Chiesa Cattolica, di recente pubblicazione, offre una presentazione completa e sistematica delle ricchezze della Buona Novella, mantenute “sempre integre e vive nella Chiesa” (Dei Verbum, 7), esso rappresenta un supporto provvidenziale nel compito dell’inculturazione. Il Catechismo è “una norma sicura per l’insegnamento della fede” (Fidei depositum, 4), e quindi confido che voi e tutti coloro che collaborano con voi troveranno una guida chiara e affidabile nel predicare che Gesù è il nostro solo e unico Mediatore col Padre, nell’insegnare il ruolo della Chiesa quale segno e strumento di salvezza per tutta l’umanità, nell’esporre le esigenze morali della vita di grazia, e nello spiegare la relazione delle religioni non cristiane con la Rivelazione.

7. Sono perfettamente d’accordo con l’enfasi che avete posto nella vostra Lettera Pastorale sulla necessità di rafforzare la vita familiare. In effetti, il rafforzamento della vita familiare è un passo essenziale per rinnovare la società, poiché è nella casa che la cultura di una società viene trasmessa, nutrita e il suo futuro viene determinato. Lo Stato, così come la Chiesa, deve fare della tutela e della promozione della famiglia una delle sue maggiori priorità. Le famiglie cristiane di questa nazione hanno un ruolo cruciale da svolgere nella società civile, eppure il loro compito è allo stesso modo essenzialmente ecclesiale. È opportuno ricordare che la famiglia cristiana è giustamente chiamata una “Chiesa in miniatura (Ecclesia Domestica)”, poiché è “inserita a tal punto nel mistero della Chiesa da diventare partecipe, a suo modo, della missione di salvezza propria di questa” (Familiaris consortio, 49). In questa comunione stabilita con il Sacramento del Matrimonio, i coniugi diventano, come la Chiesa – una comunità salvata, che è anche chiamata ad essere una comunità salvifica attraverso la condivisione dell’amore di Cristo con gli altri, prima e innanzitutto con i figli e le figlie donati a loro da Dio (cf. Ivi). L’azione pastorale della Chiesa deve essere specificamente volta ad aiutare i genitori cristiani ad adempiere a questa nobile vocazione. Talvolta può rendersi necessario ricordare ai vostri collaboratori che la cura pastorale delle famiglie non è una questione di programmi nuovi e talvolta superficiali, ma è il risultato di una catechesi penetrante che conduce le coppie e i loro figli ad una fede più profonda, ad una partecipazione più generosa ai Sacramenti – soprattutto alla Penitenza e alla Santa Eucaristia – ad una più fervente vita di preghiera e a un più generoso servizio reciproco. Pregando insieme, i membri della famiglia cristiana chiaramente esprimono che la loro comunione non si limita a questo mondo, ma è una partecipazione alla comunione eterna della Santissima Trinità. Questa preghiera allo stesso modo insegna ai figli le vie del discepolato. Quando i genitori e i figli si uniscono quotidianamente per rendere lode e ringraziare Dio – nei momenti di gioia come pure nei momenti di ansietà e di dolore, i giovani imparano ad affidare tutta la loro vita al Padre Celeste (cf. Familiaris consortio, 60). Nessun pastore d’anime può fare a meno di insistere sull’importanza della preghiera nella vita cristiana dei fedeli.

8. La vostra Lettera Pastorale dà particolare importanza al ruolo che i giovani dell’Uganda possono svolgere nel proclamare la Buona Novella della Salvezza. Troviamo qui un’eco dei sentimenti dei Padri del Concilio Vaticano II: i giovani “debbono divenire i primi e immediati apostoli dei giovani...; anche i fanciulli hanno la loro attività apostolica” (Apostolicam actuositatem, 12). Poiché “prima ancora di essere azione, la missione è testimonianza e irradiazione” (Redemptoris missio, 26), quanti debbono ancora raggiungere la maturità sono tuttavia ben capaci di manifestare la bellezza di un genuino approccio cristiano alla vita. Finché verranno aiutati a rispondere alla grazia del Battesimo, l’entusiasmo dei giovani per il futuro li renderà testimoni efficaci della verità che “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8, 28). Allo stesso modo, quella giovanile energia nell’aiutare gli altri diventa un riflesso dell’esempio dello stesso Signore di essere il servitore di tutti (cf. Mt 20, 28). Una tale testimonianza all’amore di Cristo non può fare a meno di attrarre gli altri a lui. L’apostolato missionario dei giovani cattolici ugandesi ha bisogno di essere incanalato attraverso gruppi parrocchiali e movimenti e associazioni giovanili. Qui dovrete discernere ciò che è sano e utile, e quale forma di associazione rifletta autenticamente il carattere del vostro popolo. Ho espresso altrove la mia convinzione che lo Spirito Santo stia preparando una “nuova primavera del Vangelo” (cf. Redemptoris missio, 86). Non dovremmo sorprenderci se Egli si servirà dei “piccoli” (cf. 1 Cor 1, 26-29), di quelli che sono nella primavera della loro vita, per raggiungere il suo obiettivo.

9. Cari fratelli, oggi mi rallegro come pellegrino che ha raggiunto la meta del suo viaggio in Uganda: il sacro Santuario dei Martiri, il terreno reso sacro dalle loro morti. Avere offerto la Santa Eucaristia insieme a voi e al vostro popolo è una gioia perfetta, perché è veramente giusto e opportuno per noi rendere presente il Sacrificio del Calvario proprio nel luogo in cui la gloria della Passione del nostro Salvatore si è manifestata nelle membra del suo Corpo Mistico (cf. Fil 3, 10). Ricorderò le esperienze di questo giorno, e questo ricordo spesso diventerà preghiera a San Charles Lwanga e ai suoi Compagni per l’amato popolo dell’Uganda. “Buono e retto è il Signore” (Sal 24, 8) per avermi portato in Uganda.

Mentre affido voi e tutti i vostri sacerdoti, religiosi e fedeli laici all’amorevole intercessione di Nostra Signora della Speranza, imparto la mia benedizione apostolica come pegno di amore e pace in Cristo suo Figlio.

 

© Copyright 1993 - Libreria Editrice Vaticana

 

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