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VIAGGIO PASTORALE IN BENIN, UGANDA E KHARTOUM

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AL PERSONALE DEL «NSAMBYA HOSPITAL»

Kampala (Uganda) - Domenica, 7 febbraio 1993

 

Cari Amici,

1. Con grande affetto nel Signore Gesù Cristo, sono molto lieto di salutare i rappresentanti degli ammalati e dei disabili dell’Uganda qui, presso l’Ospedale San Francesco di Nsambya. I miei cordiali auguri vanno anche ai dottori, agli infermieri e alle infermiere e a tutti gli operatori sanitari che si dedicano alla loro cura. Tra pochi giorni, l’11 febbraio, Festa di Nostra Signora di Lourdes, la Chiesa universale celebrerà la prima Giornata Mondiale del Malato. Questa celebrazione è stata istituita al fine di manifestare la sollecitudine della Chiesa per gli ammalati e il suo impegno ad occuparsi delle loro necessità fisiche e spirituali. Sono questi aspetti essenziali della testimonianza della Chiesa a Cristo in tutti i paesi in cui essa è presente. Qui in Uganda, la missione della Chiesa di svolgere il proprio ministero presso gli ammalati, è condotta da numerosi ospedali e centri sanitari, compreso questo ospedale, istituito da Madre Kevin Kearney, fondatrice delle Suore Francescane Missionarie per l’Africa, nel 1906. Da allora, esso è andato continuamente ampliandosi e ha aumentato i suoi programmi e servizi fino a diventare il più vasto ospedale non statale del paese. I vasti servizi medici, di riabilitazione e di assistenza domiciliare forniti, sono impressionanti, e tutto vien fatto in quello spirito di carità che deriva dall’esempio dello stesso Signore Gesù, che ha promesso di benedire coloro che avrebbero servito il più piccolo dei suoi fratelli (cf. Mt 10, 42). A nome di tutta la Chiesa, colgo con gioia questa occasione per ringraziare quanti, seguendo l’esempio del Buon Samaritano, portano compassione e aiuto agli ammalati nel momento del bisogno.

2. Miei cari fratelli e sorelle ammalati e disabili: San Paolo ci ha insegnato che, in modo misterioso, le nostre sofferenze, quando si uniscono al sacrificio redentore di Cristo, assumono un potere salvifico per la vita della sua Chiesa. Ha scritto ai Colossesi: “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1, 24). “Sono lieto!”. Come è difficile spesso per voi rallegrarvi, quando il dolore, la malattia, la perdita della forza fisica e la separazione dai vostri cari possono condurvi all’impazienza, alla frustrazione, alla solitudine e perfino sull’orlo della disperazione. La sofferenza trova il suo significato e compimento soltanto nella fede e nella carità: nella fede che la nostra paziente sopportazione “concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8, 28), e in quella carità che fa sì che ci facciamo carico ogni giorno della nostra croce (cf. Lc 9, 23) al fine di seguire Cristo, che ci ha procurato la salvezza offrendo la propria vita per i suoi amici (cf. Gv 15, 13; Gal 2, 20). Abbiamo piena fiducia che noi veramente “completiamo... quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo Corpo... la Chiesa”. I vostri fratelli e le vostre sorelle in Uganda hanno bisogno di voi: essi hanno bisogno delle vostre preghiere e del vostro generoso sacrificio personale! La paziente sopportazione può contribuire a portar loro vita e speranza, se abbracciate la volontà di Dio senza riserva, fiduciosi che sarete in grado di fare tutte le cose in lui che vi dà forza (cf. Fil 4, 13). La Chiesa, insieme a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, è profondamente angustiata per il gran numero di persone in Uganda, soprattutto bambini e giovani, che stanno soffrendo di Aids, e per le indicibili difficoltà che questa malattia ha causato alle famiglie, alle comunità e alla nazione stessa. Oggi desidero fare mie le parole dei vostri Vescovi, che hanno scritto: “Questa situazione, che colpisce tutti nel paese, va affrontata nella solidarietà, con molto amore e sollecitudine per le vittime, con molta generosità verso gli orfani e con molto impegno per un rinnovato stile cristiano di vita morale” (Lettera Pastorale dei Vescovi dell’Uganda Fa’ risplendere la tua luce, 28). Anche i malati hanno un ruolo speciale da svolgere nell’affrontare la sfida dell’Aids: voi potete offrire la vostra sofferenza per la diffusione della verità e dell’amore di Cristo in tutta questa amata nazione. Vi incoraggio a far sì che “risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5, 16).

3. Affido adesso al Vescovo Henri Ssentongo, Presidente dell’Ufficio Medico della Conferenza Episcopale ugandese il Messaggio scritto che ho rivolto a tutti gli ammalati e i disabili in Uganda. Nel far ciò elevo fervide preghiere a Dio, grazie all’intercessione del patrono di questo ospedale, San Francesco, il Poverello d’Assisi che ha portato sul suo corpo i segni della Passione di Cristo, affinché aiuti tutti gli ammalati dell’Uganda ad offrire le proprie sofferenze “come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12, 1) per il benessere del popolo di questo paese e di tutto il mondo. Che le preghiere di Maria, Salute degli Ammalati, e di San Charles Lwanga e dei Martiri dell’Uganda, vi sostengano in questo proposito. A voi tutti e alle vostre famiglie, ai medici, agli infermieri e alle infermiere, agli amministratori e al personale dell’Ospedale San Francesco, imparto di cuore la mia benedizione apostolica.  

Baana bange abaagalwa Mbasaasira obulwadde. Kristu abagumye Era abawe omukisa. (Cari figli e figlie, sono solidale con voi. Che Cristo vi conforti e vi benedica.)

 

© Copyright 1993 - Libreria Editrice Vaticana

 

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