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VIAGGIO PASTORALE IN BENIN, UGANDA E KHARTOUM

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AL CORPO DIPLOMATICO ACCREDITATO PRESSO L
UGANDA*

Kampala (Uganda) - Lunedì, 8 febbraio 1993

 

Eccellenze, Signore e Signori,

1. Sono molto lieto di incontrare gli Ambasciatori e il personale delle missioni diplomatiche e delle organizzazioni internazionali in Uganda. Incontri di questo tipo sono divenuti una consuetudine nei miei viaggi nelle numerose nazioni che ho visitato durante gli anni del mio Pontificato, sono lieto che mi siano state offerte queste opportunità di condividere alcune sollecitudini della Santa Sede con uomini e donne impegnati, quali siete, nel promuovere la comprensione e la collaborazione fra i popoli del mondo. Sono grato al vostro Decano, Ambasciatore del Ruanda Kanyarushoke, per le sue gentili osservazioni, e gli assicuro i miei più fervidi auguri per una pace stabile nel suo Paese. I miei viaggi, come Successore di San Pietro e Capo della Chiesa Cattolica, hanno principalmente uno scopo pastorale. Questo incontro con voi oggi non si allontana da tale proposito. Vengo da voi come un amico, un amico che desidera incoraggiarvi nei vostri difficili compiti. Vengo come un amico dell’Africa, in solidarietà con gli uomini e le donne di questo continente in quest’epoca di cambiamenti, quando stanno emergendo nuove possibilità per lo sviluppo umano, ma anche quando nuove minacce per la pace si profilano all’orizzonte. Essi, come tutti i popoli, desiderano la pace e una vita degna per se stessi e per i loro figli. Ma l’Africa oggi presenta gravi sfide a tutti coloro che in qualche modo dirigono il corso degli eventi mondiali. Bisogna affrontare queste sfide se la comunità internazionale desidera progredire realmente nella creazione di un mondo più giusto e umano, basato sul saldo fondamento del rispetto per la dignità umana e per i diritti dell’uomo. Mi riferisco in particolare alla necessità di porre fine ai conflitti armati, di fornire cibo alle vittime della carestia, e di prendersi cura della moltitudine di rifugiati.

2. Ognuno di questi problemi è fonte di profonda preoccupazione. Ma essi possono essere giustamente considerati insieme, poiché ognuno di essi è al tempo stesso causa ed effetto degli altri. In Africa, la fame è raramente soltanto il risultato di condizioni climatiche naturali. Essa è spesso il risultato della disgregazione sociale causata dal conflitto. E tra le vittime della guerra e della carestia vi sono coloro che sono costretti ad abbandonare le proprie case e a cercare rifugio altrove. Il risultato globale è stato il dislocamento di massa di uomini, donne e bambini in tutta l’Africa durante questi ultimi anni del XX secolo: le statistiche comunemente citate parlano di cifre di sei milioni di rifugiati e di altri sedici milioni di persone dislocate all’interno delle loro nazioni. Le sofferenze di questi milioni di persone portano più guerre, più carestie, più rifugiati, più sofferenze e morte. Si potrebbero citare vari esempi. In particolare il mio pensiero si rivolge alla prossima tappa del mio pellegrinaggio, che mi porterà in Sudan. Le condizioni non permettono una Visita Pastorale completa alla comunità cattolica di quel Paese. Ciononostante nel visitare la Capitale desidero levare la mia voce a favore della pace e della giustizia per tutto il popolo sudanese, e portare conforto ai miei fratelli e alle mie sorelle nella fede, molti dei quali sono colpiti dalla guerra in atto nel Sud. Questo conflitto è in ampia misura il risultato del desiderio di identità nazionale in un Paese in cui vi sono grandi differenze tra il Nord e il Sud – differenze razziali, culturali, linguistiche e religiose che non possono essere ignorate e che devono essere prese in considerazione. Solo un dialogo sincero, aperto alle legittime esigenze di tutte le parti in causa, può creare un contesto di autentica giustizia in cui tutti possano lavorare insieme per il bene reale del loro Paese e del suo popolo. Prego perché la mia visita in qualche modo possa contribuire a questo dialogo.

3. Coloro che sono impegnati per il benessere dell’Africa, sia in qualità di responsabili nazionali che di direttori degli Affari Internazionali, non dovrebbero risparmiare alcuno sforzo per garantire un immediato sollievo alle vittime della guerra, della carestia, e del trasferimento forzato. Tutti devono operare per evitare che questi mali si diffondano e per porvi fine. In linea di principio quasi tutti concordano sul fatto che la violenza deve cedere il passo al dialogo, il cibo non deve mai venire usato come un’arma, e la non ostacolata distribuzione dell’aiuto umanitario deve essere riconosciuta come un diritto di tutti coloro che soffrono. Ma il passaggio dalle dichiarazioni di principio e di buona volontà ai fatti concreti è spesso arduo. È qui che mi rivolgo a voi, stimati amici, perché facciate tutto ciò che potete per rendere ancor più efficace la solidarietà. Dinanzi ai gravi travagli che affliggono questo Continente, coloro che amano l’Africa, siano essi stessi africani o autentici amici dell’Africa, meritano tutto il nostro incoraggiamento e tutta la nostra gratitudine. Al tempo stesso dovremmo apprezzare tutto ciò che è stato fatto per offrire assistenza a così tante popolazioni bisognose. Un particolare apprezzamento va alle famiglie e ai villaggi, alle comunità di credenti, alle regioni e alle nazioni in Africa che hanno tanto generosamente offerto ospitalità a coloro che sono stati spogliati di tutto, pagando essi stessi un alto prezzo. In particolare rendo un devoto omaggio ai missionari e al personale delle Organizzazioni di Soccorso Internazionali, che lavorano eroicamente al servizio delle loro sorelle e dei loro fratelli meno fortunati. E chi può misurare i meriti di così tanti uomini e donne generosi impegnati nell’assistenza sanitaria? Le ferite inferte ai corpi e alle menti degli africani dalla violenza, dalla fame e dal trasferimento forzato, necessiteranno di molto tempo per guarire. Tuttavia, in molti luoghi i servizi medici sono ai minimi livelli e l’allarmante diffusione dell’Aids potrebbe facilmente far precipitare la situazione. A questo punto, bisogna fare appello ai paesi industrializzati e alle organizzazioni volontarie per venire in aiuto dei malati in Africa!

4. Ad un altro livello non mancano confortanti segni di speranza. Le iniziative che promuovono un governo più democratico, sono particolarmente gratificanti perché la maggior parte delle volte riflettono una crescita del rispetto per la dignità umana e per i diritti e i doveri che ne derivano (cf. Centesimus annus, 46). I popoli dell’Africa stanno lottando per riconquistare i positivi valori tradizionali e le strutture sociali di sostegno che sono state corrose negli ultimi anni. Essi stanno cercando nuovi modi per adattare il loro retaggio alla vita del prossimo secolo. Stiamo assistendo al ritorno di quell’ottimismo volto a costruire società sane che ha accompagnato il passaggio dal colonialismo all’indipendenza? L’Africa sta vivendo una seconda nascita della libertà? Questa è certamente la mia profonda speranza. E in questa impresa i popoli di questo Continente meritano il sostegno fraterno di tutti gli uomini e di tutte le donne di buona volontà. Quale deve essere il fondamento e il principio guida di questa vasta impresa? In primo luogo, il valore trascendente di ogni persona umana. Nella nuova Africa che sta nascendo ciò significa che non c’è posto per lo sfruttamento o per la discriminazione basati su differenze etniche o tribali. Nell’Africa del futuro non dovrebbe esserci spazio per progetti che cerchino di costruire l’unità nazionale costringendo le minoranze ad assimilare la cultura o la religione della maggioranza. Una simile “comunità” sarebbe un controsenso, non sarebbe degna di questo nome. E io, in quanto figlio del Vecchio Continente, l’Europa, devo testimoniare una convinzione confermata dall’esperienza: la falsa unità conduce soltanto alla tragedia. A questo proposito, la libertà religiosa deve essere rispettata ovunque, poiché il diritto di praticare liberamente la propria religione è di fatto la pietra angolare di tutti i diritti umani (cf. Messaggio in occasione della Giornata Mondiale della Pace del 1988, Introduzione).

Nell’Africa che auspichiamo vedere, le nazioni e i gruppi etnici costruiranno ponti di rispetto reciproco, non muri di sospetto e paura; la dignità di nessun bambino verrà negata perché lui o lei appartengono a un determinato gruppo etnico, poiché tutti i bambini verranno rispettati in quanto membri della famiglia umana. Questa è l’Africa per cui preghiamo, un’Africa di africani che lavorano insieme, solidali l’uno con l’altro, per costruire un futuro migliore.

5. Ma chi deve risolvere i problemi dell’Africa? Non c’è dubbio che i popoli stessi dell’Africa debbano assumersi la responsabilità di costruire il proprio futuro. Vi è la crescente convinzione che i problemi africani debbano avere soluzioni africane. Come potrebbe essere altrimenti? Potrebbero accettare di nuovo di assoggettarsi a subdole forme di colonialismo economico e politico che, sebbene non de iure, sarebbero tuttavia reali? No, l’Africa non potrebbe mai accettare un nuovo colonialismo. Le sue nazioni sono indipendenti, e devono rimanere tali. Ciò non significa che l’aiuto di altri membri della famiglia delle nazioni non è necessario e auspicabile. Al contrario, l’aiuto è necessario ora più che mai. Ma per essere veramente efficace, non deve riflettere un rapporto di soggezione, ma di interdipendenza. In questo contesto, il problema irrisolto del debito estero dei paesi più poveri dell’Africa e di tutto il mondo in via di sviluppo merita una particolare attenzione. Come ho scritto altrove: “Non si può pretendere che i debiti contratti siano pagati con insopportabili sacrifici” (Centesimus annus, 35). Ugualmente importante è l’assistenza a lungo termine. Tale aiuto deve mirare ad aiutare i popoli dell’Africa ad affrontare, da soli, le cause più profonde del loro sottosviluppo. Questa è la vera solidarietà: quando un popolo condivide con un altro la conoscenza che permette al secondo di divenire socio alla pari nel compito di produrre le risorse materiali e culturali che permettono adeguati livelli di vita. E a questo proposito, l’alto tasso di analfabetismo costituisce una preoccupazione particolare, poiché i dati evidenziano chiaramente una carenza di preparazione che è assolutamente fondamentale per vivere un’esistenza pienamente umana. L’aspirazione di milioni di esseri umani è stata ben descritta dal Concilio Vaticano II: “I singoli e i gruppi organizzati anelano a una vita interamente libera, degna dell’uomo, che metta al proprio servizio tutto quanto il mondo oggi può offrire loro così abbondantemente” (Gaudium et spes, 9).

6. Signore e Signori: nella nostra epoca, lo sviluppo dei mezzi di comunicazione sociale e il progresso verso un’economia mondiale hanno portato a un notevole livello la reciproca dipendenza fra le nazioni. Oggi quindi il servizio offerto dai diplomatici e dagli uomini di Stato deve guardare oltre i confini dei propri interessi nazionali. Un prioritario scopo della diplomazia è quello di operare per il raggiungimento di un ordine sociale che sia giusto e che porti pace e prosperità a tutti i popoli della terra.

È chiaro più che mai che il bene di ogni società individuale esiste come parte del bene comune dell’intera comunità internazionale (cf. Pacem in terris, 130). Voi, quindi, siete realmente servitori della causa della giustizia, della pace e dello sviluppo universali. Questo nobile obiettivo è la ragione della costante partecipazione della Santa Sede alla diplomazia internazionale e dell’aiuto che essa offre a tutti gli sforzi che promuovono la causa della pace. Uomini e donne di buona volontà hanno i diritti di non aspettarsi di meno da coloro che affermano che il loro Signore è il Principe della Pace. È mia fervida speranza che Dio Onnipotente, la cui Provvidenza guida il destino delle nazioni, vi sostenga nella vostra opera di artefici di pace. Prego in particolar modo perché rafforzi voi e tutti coloro che esercitano il potere negli affari pubblici affinché lavoriate instancabilmente per il bene di tutti i popoli di questo Continente.

Che il Dio della pace vegli su di voi e sulle vostre famiglie e benedica abbondantemente le nazioni che rappresentate. Che Egli protegga i popoli dell’Africa, specialmente i cittadini dell’Uganda, nostri gentili ospiti e cari amici.


*L'Osservatore Romano 10.2.1993 p.4.

 

© Copyright 1993 - Libreria Editrice Vaticana

 

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