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VIAGGIO PASTORALE IN BENIN, UGANDA E KHARTOUM

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
DURANTE LA VISITA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

«Friendship Hall» di Khartoum (Sudan) - Martedì, 10 febbraio 1993

 

Vostra Eccellenza,

1. La mia visita in Sudan è per me motivo di grande soddisfazione nell’adempimento del mio ministero religioso e pastorale come Vescovo di Roma, capo della Chiesa Cattolica. Sono lieto di essere potuto venire a Khartoum, anche se non è stato possibile considerare una visita più ampia alle altre parti del Paese, per offrire il messaggio di riconciliazione e di speranza che è al cuore del Cattolicesimo e che io porto a tutto il popolo sudanese, senza distinzioni di religione o di origini etniche. Ho aspettato con ansia specialmente l’opportunità di incoraggiare i cittadini di questo Paese che sono figli e figlie della Chiesa, e la cui profonda aspirazione è quella di collaborare armoniosamente e efficacemente con i loro concittadini nella costruzione di una società migliore per tutti i sudanesi.

2. Solo recentemente, nel mio discorso per l’anno nuovo ai membri del Corpo Diplomatico accreditati presso la Santa Sede che rappresentavano centoquarantacinque Paesi, ho dato voce alla mia preoccupazione per i numerosi ostacoli alla pace e al progresso che tuttora oscurano l’orizzonte internazionale. Riguardo l’Africa, ho ritenuto importante ribadire che “è necessario un aiuto urgente in parecchie zone in guerra o colpite da catastrofi naturali” (Discorso al Corpo Diplomatico, 16 gennaio 1993, n. 2). Ho sentito anche la necessità di fare un riferimento specifico alla guerra, che continua a mettere l’una contro l’altra le popolazioni del nord e del sud del Sudan. Ho espresso la sincera speranza “che i Sudanesi, liberi nelle loro scelte, possano trovare la formula costituzionale che permetta loro di superare le contraddizioni e le lotte nel rispetto della specificità di ogni comunità” (Ivi). Vostra Eccellenza, questa è la speranza che io rinnovo qui oggi. È una speranza nata dalla fiducia, poiché la pace è sempre possibile. L’uomo è un essere razionale, dotato di intelligenza e volontà, quindi è capace di trovare soluzioni giuste alle situazioni di conflitto, quale sia stata la loro durata e per quanto possano essere intricate le motivazioni che le hanno causate. Gli sforzi per riportare l’armonia dipendono dalla volontà delle parti in causa e dal loro impegno nel favorire le condizioni necessarie per la pace. Quando, però, l’azione costruttiva non segue le dichiarazioni di principio, la violenza può diventare incontrollabile. Un chiaro esempio di tutto ciò è, in Europa, il conflitto nei Balcani; in Asia la Cambogia e il Medio Oriente; in Africa la tragica situazione della Liberia.

3. Le fondamenta della pace sono state indicate succintamente dagli stessi Vescovi sudanesi che hanno detto: “Non è possibile raggiungere la pace senza la giustizia e il rispetto per i diritti umani” (Comunicato del 6 Ottobre 1992). In un Paese multirazziale e multiculturale una strategia di confronto non potrà mai portare pace e progresso. Solo il rispetto dei diritti umani legalmente garantito in un sistema di giustizia uguale per tutti può creare le giuste condizioni per la coesistenza pacifica e per la cooperazione al servizio del bene comune. La mia speranza per il vostro Paese può quindi esprimersi più concretamente con il desiderio molto sentito di vedere tutti i cittadini – senza discriminazioni dovute alle origini etniche, alla formazione culturale, alla posizione sociale o alla convinzione religiosa – assumere una parte responsabile nella vita della nazione, contribuendo con le loro diversità alla ricchezza di tutta la comunità nazionale.

4. Dal momento della formazione di Stati-nazione, l’esistenza di minoranze sullo stesso territorio ha sempre rappresentato una sfida positiva e una opportunità per uno sviluppo sociale più ricco. In un’epoca di crescente consapevolezza dell’importanza del rispetto per i diritti umani come base per un mondo giusto e pacifico, la questione del rispetto dovuto alle minoranze deve essere affrontata seriamente soprattutto dalle autorità politiche e religiose. Nel corso di questo secolo, le esperienze estremamente negative in relazione al trattamento delle minoranze, soprattutto in Europa, ma anche altrove, hanno condotto la comunità internazionale a reagire fortemente e ad assicurare i diritti di tali gruppi negli accordi internazionali. La traduzione di questo intento nella legge e nel comportamento di ogni nazione è la misura della maturità di quel Paese e la garanzia della sua capacità di promuovere la convivenza pacifica entro i suoi confini e di contribuire alla pace nel mondo.

5. La Chiesa affronta questa questione da un punto di vista eminentemente morale e umanitario. Alla base dell’obbligo universale di comprendere e rispettare la diversità e la ricchezza degli altri popoli e delle altre società, culture e religioni si trovano due principi fondamentali. Primo, l’inalienabile dignità di ogni persona umana, indipendentemente dalle origini razziali, etniche, culturali o nazionali o dal credo religioso, significa che quando delle persone si uniscono in gruppi, esse hanno il diritto a godere di un’identità collettiva. Quindi, le minoranze all’interno di un Paese hanno il diritto di esistere con la propria lingua, la propria cultura, le proprie tradizioni, e lo Stato è moralmente obbligato a lasciare spazio alla loro identità e auto-espressione. In secondo luogo, l’unità fondamentale della razza umana, che trae le sue origini da Dio Creatore di tutto, esige che nessun gruppo si consideri superiore a un altro. Esige allo stesso modo che l’integrazione sia costruita su una effettiva solidarietà e sulla libertà dalle discriminazioni. Di conseguenza lo Stato ha il dovere di rispettare e difendere le differenze esistenti tra i suoi cittadini e di permettere che la loro diversità serva il bene comune. L’esperienza dimostra che la pace e la sicurezza interna possono essere garantite solo con il rispetto dei diritti di tutti coloro che sono affidati alla responsabilità dello Stato. In tale prospettiva la libertà degli individui e delle comunità di professare e praticare la loro religione è un elemento essenziale per la pacifica coesistenza umana. La libertà di coscienza, di cercare la verità e di agire secondo la propria fede religiosa sono così fondamentalmente umane che ogni tentativo di limitarle porta quasi inevitabilmente ad aspri conflitti. Quando le relazioni tra gruppi all’interno di una nazione vengono interrotte, il dialogo e i negoziati sono i cammini obbligati per raggiungere la pace. La riconciliazione secondo giustizia e il rispetto per le legittime aspirazioni di tutti i settori della comunità nazionale devono costituire la norma. Garantire la partecipazione delle minoranze alla vita politica è un segno di una società moralmente matura e rende onore a tutte quelle nazioni nelle quali tutti i cittadini sono liberi di partecipare alla vita nazionale in un clima di giustizia e di pace.

6. Vostra Eccellenza, questi sono alcuni dei pensieri che la mia visita porta ad esprimere. Vorrei richiamare la sua attenzione e quella dei membri del Governo sui sentimenti che ispirano l’attività della Chiesa Cattolica in ogni parte del mondo, sentimenti che ho espresso recentemente ai rappresentanti di tutti i Paesi che intrattengono relazioni diplomatiche con la Santa Sede: “La Chiesa Cattolica, presente all’interno di ogni nazione della terra, e la Santa Sede, membro della comunità internazionale, non desiderano assolutamente imporre giudizi o precetti, ma solo offrire la testimonianza della loro concezione dell’uomo e della storia che sanno provenire da una rivelazione divina...

Nonostante le difficoltà, la Chiesa Cattolica continuerà ad offrire, da parte sua, il proprio aiuto disinteressato affinché l’uomo della fine di questo secolo sia maggiormente illuminato e sappia liberarsi dagli idoli del momento. I Cristiani hanno la sola ambizione di testimoniare che comprendono la storia personale e collettiva in funzione dell’incontro di Dio con gli uomini” (Discorso al Corpo Diplomatico, 16 gennaio 1993, n. 7). A questo punto, i miei auguri per il Sudan diventano una sincera preghiera affinché il dono divino della pace diventi realtà tra di voi, che l’armonia e la collaborazione tra Nord e Sud, tra Cristiani e Musulmani prendano il posto dei conflitti, che gli ostacoli alla libertà religiosa siano presto un problema del passato.

Possa l’Altissimo guidare tutti i Sudanesi sul sentiero della verità, della giustizia e della pace.

Baraka Allah as-Sudan
(Dio benedica il Sudan).

 

© Copyright 1993 - Libreria Editrice Vaticana

 

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