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DISCORSO DI GIOVANNI
PAOLO II ALLA DELEGAZIONE DEL PATRIARCATO ECUMENICO DI COSTANTINOPOLI
Solennità dei Santi Apostoli Pietro e
Paolo Martedì, 29 giugno 1993
Cari fratelli,
Vi do con tutto il cuore il benvenuto. Nell’accogliervi con un affetto
profondo voglio innanzitutto ringraziare coloro che voi rappresentate: Sua
Santità il Patriarca Bartolomeo I, insieme al Santo Sinodo della Chiesa di
Costantinopoli. Quest’anno hanno delegato presso di noi il Metropolita della
Chiesa greco-ortodossa in Francia, Spagna e Portogallo, del quale conosco
l’attività pastorale condotta in eccellente collaborazione con i Vescovi
cattolici di questi paesi. La saluto molto cordialmente.
Come ogni anno, la presenza della delegazione del Patriarcato Eucumenico alla
festa dei Santi Pietro e Paolo è motivo di gioia per me e per la Chiesa di Roma.
Sono convinto che le strette relazioni intrattenute dai Pastori delle nostre
Chiese sono – e dovranno essere sempre di più – un elemento decisivo per
progredire nella nostra comune ricerca della piena unità: “Al di sopra di tutto
vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei
nostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo” (Col
3, 14-15).
L’uso che si è instaurato con reciproco assenso di celebrare in comune la
festa dei patroni delle nostre rispettive Chiese, San Pietro e Paolo da una
parte e sant’Andrea dall’altra, si rivela, man mano che si rinsalda, più fecondo
di quanto noi abbiamo sperato quando è stata presa questa decisione.
Pietro e Andrea erano fratelli. Dopo San Giovanni, Andrea fu chiamato per
primo (cf. Gv 1,40-42). E i due fratelli ricevettero la stessa chiamata a
seguire il Signore. Gli risposero immediatamente, lasciando le loro reti nel
mare poiché erano pescatori (cf. Mt 4, 18). Da quel momento, hanno
seguito il Signore per tutta la loro vita. A suo esempio e per lui hanno
realmente messo in pratica la sua parola: “Nessuno ha un amore più grande di
questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Fino al loro ultimo
giorno sono stati fedeli al compito ricevuto dal Signore risorto: “Andate dunque
e ammaestrate tutte le nazioni..., insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi
ho comandato” (Mt 28, 19-20). Entrambi hanno operato ciascuno secondo il
dono suo proprio, a riunire l’unica famiglia di Cristo. Adesso che sono riuniti
nella stessa gloria e nella stessa venerazione, siamo noi ad essere uniti per
celebrarli e rendere grazie al Signore, poiché abbiamo ricevuto, tramite loro e
i loro successori, il Vangelo della salvezza e il nome di cristiani, che siamo
fieri di portare.
Ma l’unione ereditata dai due Santi fratelli, lo sappiamo, purtroppo non ha
ancora portato l’unità completa che Cristo vuole per i suoi. Per quanto siano
profondi i legami di comunione che uniscono le nostre Chiese, non siamo ancora
arrivati a ritrovare la piena comunione tra noi.
Nella nostra celebrazione di questo giorno e nella preghiera che tutto l’anno
facciamo salire al Signore, gli chiediamo di guidarci e di affrettare il nostro
cammino verso quel fine che egli ci chiede di raggiungere.
Ma questi giorni che seguono la settima sessione plenaria della Commissione
mista di dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa,
abbiamo una ragione particolare per rendere grazie al Signore, poiché è stata
assicurata una nuova tappa. Sappiamo che ciò è avvenuto in una atmosfera di
profonda carità fraterna e di fiducia reciproca, frutti del dialogo della carità
che bisogna continuare a sviluppare e ad approfondire per accompagnare il
dialogo teologico e per permettere il suo progresso. I risultati della riunione
di Balamand dovrebbero aiutare tutte le Chiese locali ortodosse e tutte le
Chiese locali cattoliche, latine e orientali che vivono in una stessa regione ad
impegnarsi maggiormente nel dialogo della carità e ad instaurare o a proseguire
relazioni di collaborazione nel campo della loro azione pastorale.
È vero che il nostro cammino in avanti non può essere facile, perché si
tratta di ledere vecchie abitudini e, come ha detto il Concilio Vaticano II,
questo cambiamento può essere solo il frutto di una profonda conversione del
cuore e di un impegno continuo di rinnovamento della nostra Chiesa per una
fedeltà sempre più esigente alla volontà del loro Signore. Sappiamo anche che
l’Avversario (cf. 2 Tm 2 ,4) farà tutto ciò che è in suo potere per
impedirci di progredire verso il nostro scopo. Ma noi sappiamo e crediamo che
“colui che è in [noi] è più grande di colui che è nel mondo” (Gv 1, 4).
Questa convinzione deve intensificare la nostra preghiera e, da parte mia, ho
chiesto a tutti i cattolici di implorare il Signore affinché questo dialogo dia
frutto, poiché il Maestro della vigna è il solo che può donare la crescita.
È con questi sentimenti di gioia, di carità fraterna e di azione di grazia
che oggi vi accolgo. Vi chiedo di portare i miei più fraterni saluti a Sua
Santità il Patriarca Bartolomeo I e al Santo Sinodo. I Santi Apostoli Pietro e
Andrea, ne siamo sicuri, ci sostengono con la loro costante intercessione.
Seguendo immediatamente il Signore (cf. Mt 4, 20), ci hanno mostrato
l’esempio. Non tardiamo a porci ancora di più all’ascolto della parola del
Signore: questa e un fattore decisivo nel nostro cammino verso la piena unità.
© Copyright 1993 - Libreria Editrice
Vaticana
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