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VISITA PASTORALE IN SICILIA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II 
AI LAVORATORI NELLO STABILIMENTO INDUSTRIALE
DELL
’AMARO AVERNA

Caltanissetta - Lunedì, 10 maggio 1993

 

Carissimi fratelli e sorelle!

1. Ho ascoltato con vivo interesse gli indirizzi di saluto che mi sono stati rivolti, e che mi hanno efficacemente illustrato la situazione socio-economica, le ansie e le attese del mondo del lavoro di questa vostra terra. Ringrazio di cuore il Dottor Francesco Rosario Averna e il Signor Guglielmo Ventimiglia, che si sono fatti interpreti dei sentimenti degli imprenditori, dei lavoratori e delle lavoratrici della Diocesi. Vi saluto tutti con affetto. Vedo volentieri qui riuniti, in rappresentanza delle Diocesi siciliane, numerosi operatori della pastorale del lavoro e della pastorale migratoria, ai quali esprimo il mio vivo apprezzamento per la loro attività. Come non salutare, poi, in modo fraterno e partecipe i lavoratori che proprio in questo tempo vedono messa in forse la loro occupazione? Anche qui, come in altre parti del Mezzogiorno d’Italia, gravi sono i problemi che angustiano il mondo del lavoro, turbando la serenità delle famiglie e addensando apprensioni ed incertezze sul futuro dei giovani. La disoccupazione, la precarietà dell’occupazione, l’emarginazione rappresentano problematiche di vitale importanza e di difficile soluzione a motivo del contesto socio-culturale, segnato – come è stato prima ricordato – da un certo individualismo, da insidiose forme di illegalità e da una non sempre adeguata professionalità. Vorrei quest’oggi, incontrandomi con voi, manifestare a quanti si trovano a vivere momenti di così preoccupante crisi, tutta la solidarietà della Chiesa. Vorrei ricordare loro le ragioni della speranza cristiana, alle quali attingere motivo e forza per un impegno coraggioso e solidale. Sì, carissimi Fratelli e Sorelle! Per quanto grandi possano essere i problemi del mondo del lavoro, mai ci si deve lasciare da essi abbattere: la speranza dei credenti è in Cristo, il Verbo incarnato, che si fa compagno di viaggio di ogni uomo, coinvolgendosi fino in fondo nella quotidiana avventura di ciascuno. Guardate a Lui con fiducia: Egli stesso, fattosi lavoratore, ha annunciato agli uomini il “vangelo del lavoro”. Dal suo insegnamento si possono trarre direttive sagge e luminose che, fedelmente osservate, sono in grado di infondere un’anima ai rigidi congegni dell’economia, piegandola al servizio della persona e del bene comune.

2. Come ebbi modo di illustrare nell’Enciclica Laborem exercens, esistono un intimo rapporto ed un’intrinseca subordinazione del lavoro rispetto all’uomo che lo compie (cf. n. 6). Il messaggio cristiano sulla dignità della persona umana è, pertanto, una chiave irrinunciabile quanto feconda per analizzare e risolvere correttamente le problematiche connesse col lavoro. In un’epoca di relativismo culturale come la nostra, in cui non di rado si stenta a cogliere il senso autentico della vita, si può facilmente smarrire anche la coscienza dell’umana dignità. Non desta pertanto meraviglia che, accanto alle varie forme di attentati ai diritti della persona, si debba registrare pure quell’autentica perversione dell’economia che si verifica quando l’essere umano viene trattato alla stregua di una “cosa”, abbandonato al gioco degli interessi e sottoposto alle ferree leggi del mercato. L’antidoto più sicuro a tale rischio il credente lo trova nel messaggio della Rivelazione, il quale manifesta il mistero di Dio e svela l’uomo a se stesso. Alla luce della Parola che viene dall’Alto, l’uomo si scopre creato ad immagine del Creatore (cf. Gen 21, 26), e si avverte chiamato ad entrare in dialogo non soltanto col suo simile, ma anche col suo eterno Signore. È Lui stesso a desiderarlo come suo “partner”, in una intima esperienza di soprannaturale figliolanza. Chi può pretendere di ridurre a merce un essere dalla dignità così alta e incommensurabile? Come tollerare forme di sfruttamento ed assetti di società che non gli assicurino l’essenziale per vivere in maniera conforme alla sua vocazione?

3. L’annuncio cristiano sulla persona, inoltre, non si limita a stabilirne la dignità, ma ne sottolinea anche il carattere essenzialmente relazionale, additando nella solidarietà lo spazio vitale entro cui la persona si può realizzare in pienezza. Solidarietà è parola che entra sempre di più nella coscienza dei nostri contemporanei. C’è però il rischio che non se ne colga fino in fondo il carattere impegnativo. Essa non si riduce a un vago sentimento di attenzione verso gli altri. La solidarietà è infatti “la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune, perché tutti siano veramente responsabili di tutti” (Sollicitudo rei socialis, 38). Ha come modello il Cristo crocifisso: è dunque un atteggiamento di autentica condivisione, che, facendo mettere da parte ogni egoistico tornaconto, rende la persona capace di donarsi agli altri. In una società solidale, chi ha di più si sente responsabile di chi ha di meno e quanto possiede lo mette al servizio degli altri. Non si tratta di condividere soltanto beni materiali, ma il tempo, l’intelligenza, la cultura, la sensibilità. Tutti, dunque, hanno qualcosa da donare ai fratelli. La Chiesa riconosce la legittimità e il ruolo del profitto, in quanto indicatore, oltretutto, del buon funzionamento di un’azienda (cf. Centesimus annus, 35), ma guai a farne un idolo: l’impresa infatti non è soltanto un meccanismo per la produzione di beni; è anche e soprattutto una “comunità di uomini” (cf. Ivi), e tutta l’economia, nel suo complesso, non va giudicata col metro della sola produzione della ricchezza materiale, bensì in base alla sua capacità di far crescere la qualità della vita. A questo proposito, quanto è necessario che maturi una coscienza collettiva, atta a far convergere lavoratori e imprenditori in un unico impegno per un’economia efficiente e profondamente umana!

4. La grande sfida da raccogliere, da parte anche vostra, carissimi Fratelli e Sorelle, è quella di una nuova cultura del lavoro, che sottragga il territorio a quei rapporti di “dipendenza” che, come denunciavano alcuni anni orsono i Vescovi italiani in un lucido documento, hanno reso il Sud d’Italia più “oggetto” che “soggetto” del proprio sviluppo (cf. Sviluppo nella solidarietà: Chiesa italiana e Mezzogiorno, 12). Voi stessi mi avete poc’anzi accennato che, per tutta una serie di circostanze storiche, nella vostra Regione è cresciuto fortemente l’apparato del servizio pubblico, ma non ugualmente il sistema produttivo. L’iniziativa imprenditoriale si è scarsamente sviluppata, o si è vista aggredita dal tarlo della cultura mafiosa e della sua prepotenza criminale, verso la quale giustamente va reagendo con crescente fermezza la coscienza civile. Alla carenza sul versante imprenditoriale ha fatto riscontro una inadeguata cultura del lavoro dipendente, segnata dalla logica del “posto sicuro”, e non tanto da quella del lavoro concepito come diritto-dovere, secondo l’etica della responsabilità, della professionalità e della solidarietà. Hanno potuto così prosperare il clientelismo, l’assistenzialismo, l’illegalità.

5. Tutti oggi avvertono quanto sia urgente un ribaltamento di “cultura”, un recupero di legalità e di autentica solidarietà. Per spezzare alla radice, con perseverante coraggio, i tentacoli soffocanti della criminalità organizzata, occorre creare le premesse, gli stimoli e l’orizzonte di valori entro cui l’imprenditoria si sviluppi in maniera sana e trasparente. Mi rivolgo soprattutto ai giovani, speranza di questa terra, ricca di nobili tradizioni agricole ed artigianali. Cari giovani amici, abbiate il coraggio dell’iniziativa, in ogni campo della vita economica e sociale. Non vi mancano energie, sensibilità e voglia d’impegno: lo dimostra l’incoraggiante fenomeno del volontariato. La vostra creatività potrà trovare alimento in una “spiritualità” del lavoro, che faccia sentire ogni uomo creato “ad immagine di Dio”, chiamato ad assomigliare al suo Creatore nel dominare la terra con intelligenza ed amore (cf. Laborem exercens, 25).

6. Una cultura ed una politica complessiva del lavoro non possono non tener conto dei giovani in attesa di prima occupazione, dei disoccupati, delle categorie lavoratrici a rischio, degli immigrati dei Paesi più poveri in cerca di mezzi di sussistenza. Non ci sarà rinnovamento vero della società senza attenzione concreta a chi si trova in condizioni precarie ed è impegnato, fra mille difficoltà, a risolvere talora i più elementari problemi di sussistenza. Di tale rinnovamento voi, carissimi lavoratori e lavoratrici, siete chiamati ad essere una forza trainante. Chi ha il dono della fede, ha una responsabilità in più. Al credente spetta in effetti di evangelizzare il lavoro, facendone un percorso di santificazione, liberandolo dalle strutture di peccato, ridisegnandone gli spazi come autentici luoghi di fraternità. Se delicato e complesso è il momento che la vostra Regione attraversa, a causa della crisi nazionale che grava fortemente sulle già precarie situazioni locali, sappiate bene che una breccia sarà aperta verso il futuro, grazie all’impegno e alla fedeltà di ciascuno al compito affidatogli da Dio. La fede in Cristo sia quindi il vostro sostegno fondamentale!

La solidarietà diventi espressione della carità.

Per i vostri sforzi, per le attese e le speranze di un avvenire migliore, per i vostri progetti ispirati ad intelligenza ed amore, io vi assicuro la mia preghiera e di cuore vi benedico.

 

© Copyright 1993 - Libreria Editrice Vaticana

 

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