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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI STATUNITENSI DELLA PENNSYLVANIA E
DEL NEW JERSEY
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Giovedì, 11 novembre 1993

 

Eminenza, Cari fratelli Vescovi,

1. Con affetto fraterno vi do il benvenuto – Vescovi del New Jersey e della Pennsylvania – e prego perché questo nostro incontro rafforzi la nostra unità di cuore e di anima (cf. At 4, 32), e la nostra comunione nella fede, nella speranza e nella carità. “Misericordia a voi e pace e carità in abbondanza” (Gd 1, 2). Uniti in Cristo e tra noi, condividiamo il privilegio sublime del ministero episcopale, come portatori del messaggio evangelico di salvezza al mondo, a ogni individuo e a tutti i popoli. Lo svolgimento di questo compito, incluso il mandato missionario che esso implica, può apparire difficile e impegnativo oggi come lo fu quando gli Apostoli per primi partirono per predicare la verità del Vangelo a tutto il Creato (cf. Mc 16, 15). Dobbiamo costantemente riaffermare la nostra fiducia nelle parole del Signore: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). Con questa certezza, la vostra visita “ad limina” costituisce per noi l’occasione per sostenerci e incoraggiarci nello svolgimento del nostro ministero, ricordando le parole di San Paolo, secondo le quali “quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele” (1 Cor 4, 2).

2. Parlare di missione significa ricordare il dovere fondamentale e personale di ogni Vescovo di evangelizzare: annunciare il Vangelo di Gesù Cristo e trasmettere la vita divina attraverso i sacramenti. Ciò significa uscire in cerca degli uomini e delle donne del nostro tempo, con un cuore sensibile e pieno d’amore, diffondendo la grazia e l’amore che vengono dallo Spirito. Significa aiutarli a scoprire il senso della trascendenza di Dio, il Padre di tutti, che deve essere adorato “in spirito e verità” (Gv 4, 23). Significa testimoniare la potenza della Croce di Cristo (cf. 1 Cor 1, 17) in un contesto sociale e culturale complesso e spesso confuso.

Svolgendo questi compiti, il discepolo di Cristo deve costantemente affrontare un “ateismo pratico” dilagante – un’indifferenza nei confronti del disegno d’amore di Dio che oscura il senso religioso e morale del cuore umano. Molti, o pensano e agiscono come se Dio non esistesse, oppure tendono a “privatizzare” il credo e la pratica religiosa, cosicché esiste una tendenza all’indifferenza e all’eliminazione di ogni riferimento reale a verità unitarie e valori morali. Quando i principi fondamentali che ispirano e orientano il comportamento umano sono frammentari e persino, a volte, contraddittori, la società lotta sempre più per mantenere l’armonia e il senso del proprio destino. Nella volontà di trovare un qualche terreno comune su cui fondare i propri programmi e la propria politica, essa tende a limitare il contributo di coloro la cui coscienza morale è costituita dalla loro fede religiosa.

3. Per affrontare questa situazione e con fiducia nella Parola del suo Salvatore, la Chiesa invita i fedeli a far risplendere la loro luce davanti agli uomini (cf. Mt 5, 16) e a trasmettere alla società i principi religiosi e etici che conferiscono pieno significato alla vita umana. In tal modo la Chiesa cerca di promuovere un urgente e necessario dialogo con la cultura contemporanea, in particolare riguardo ai principi morali. I principi morali fondamentali, infatti, sono un ingrediente essenziale della formazione della condotta pubblica, come è stato chiaramente compreso e inteso dai Padri Fondatori della vostra nazione. Come ho avuto occasione di affermare durante la mia recente visita a Denver: “Soltanto infondendo un’alta visione morale, una società può garantire che ai suoi giovani venga offerta la possibilità di maturare come esseri umani liberi e intelligenti, dotati di un forte senso di responsabilità per il bene comune, capace di lavorare con gli altri per creare una comunità e una nazione con una forte tempra morale. L’America è stata costruita su questa visione, e il popolo americano possiede l’intelligenza e la volontà per affrontare la sfida di dedicarsi di nuovo, con rinnovato vigore, alla promozione delle verità sulle quali questo Paese è stato fondato e per le quali è cresciuto” (Discorso di arrivo, 12 agosto 1993, n. 3). Forse ora più che mai nella storia del vostro Paese, i cattolici che sono consapevoli della vera eredità intellettuale della Chiesa possono offrire un contributo chiarificatore e indispensabile al dibattito sulla direzione verso cui la società deve andare per essere veramente giusta e libera. Tale dialogo viene promosso “mettendo in luce il carattere razionale – quindi universalmente comprensibile e comunicabile – delle norme morali appartenenti all’ambito della legge morale naturale” (Veritatis splendor, 36).

È una benedizione che la Chiesa negli Stati Uniti abbia avuto successo nell’educare e nel motivare molti laici a partecipare attivamente al dibattito pubblico su importanti questioni e a impegnarsi personalmente nel settore pubblico. Questo è il loro diritto e il loro dovere, derivanti dalla vocazione di “cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (Lumen gentium, 31). I Pastori devono esortare i cattolici degli Stati Uniti a comprendere sempre più chiaramente che la società ha bisogno della testimonianza della loro vita e delle loro buone opere cristiane come anche della loro capacità di spiegare e difendere certe verità fondamentali e certi valori essenziali per il benessere della società, specialmente in riferimento all’inalienabile dignità e al valore della vita umana, e alla sua trasmissione in un ambiente familiare stabile.

4. In uno spirito di fraterna solidarietà, incoraggio i vostri sforzi per affermare l’insegnamento della Chiesa sull’assoluta inviolabilità della vita umana dal momento del concepimento a quello della morte naturale (cf. Centesimus annus, 47). Il movimento per la vita, totalmente dipendente dall’opera dei laici che lo hanno diretto e che gli hanno offerto un sostegno incondizionato, merita il vostro costante appoggio e la vostra guida. Difendere il diritto alla vita dei nascituri è una delle questioni dei diritti umani più importanti del nostro tempo. Questa è l’unica “scelta” aperta alla coscienza, che – come ho scritto nella Veritatis splendor – “si esprime con atti di “giudizio” che riflettono la verità sul bene, e non come “decisioni” arbitrarie. E la maturità e la responsabilità di questi giudizi – e, in definitiva, dell’uomo, che ne è il soggetto – si misurano non con la liberazione della coscienza dalla verità oggettiva, in favore di una presunta autonomia delle proprie decisioni, ma, al contrario con una pressante ricerca della verità e con il farsi guidare da essa nell’agire” (n. 61).

Poiché non si dovrebbe mai fare il male per raggiungere il bene (cf. Rm 3, 8); cf. Veritatis splendor, 79-83), i cattolici hanno il dovere di promuovere la legislazione che corrisponde alla legge morale e di cercare di riformare la legislazione che non riflette la verità della dignità umana e del destino trascendente, sempre mediante mezzi legali e il dibattito razionale. Come Conferenza episcopale, avete giustamente asserito che il rispetto che tutela la santità e la dignità della vita umana è il criterio primario e decisivo a cui ricorrere per la valutazione della condotta pubblica (cf. NCCB, Risoluzione sulla Riforma Sanitaria, 18 giugno 1993). Prego affinché la società accolga la vostra sfida a “anteporre i bambini e le famiglie” e affinché appoggi i vostri sforzi “per promuovere alternative di vita all’aborto” incoraggiando la scelta d’amore dell’adozione e i programmi di sostegno per le donne incinte, in particolare tra i poveri (cf. NCCB, Anteporre i bambini e le famiglie: una sfida per la nostra Chiesa, per la nostra nazione e il mondo, 14 novembre 1991, VI. A. 1).

5. I cattolici dovrebbero anche esprimere la loro profonda preoccupazione per le gravi minacce alla dignità umana rappresentate dall’eutanasia, dal suicidio assistito e da altre azioni che mettono a rischio gli anziani, i malati e gli emarginati. Malgrado le intenzioni e le circostanze, l’eutanasia diretta è un atto che è sempre e per sé intrinsecamente cattivo (cf. Veritatis splendor, 80; Il Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2277) – una violazione della legge divina, un’offesa alla dignità della persona umana. I fedeli guardano a voi come a insegnanti spirituali e morali per rendere ancora più noto, con chiarezza e con compassione, l’insegnamento della Chiesa sulle domande circa la fine della vita affrontate sempre più da così tante famiglie e dal personale sanitario. Naturalmente, questo insegnamento dovrebbe essere inserito nel più ampio contesto dell’intero approccio cristiano alla sofferenza, mediante il quale “il valore salvifico di ogni sofferenza, accettata e offerta a Dio con amore, scaturisce dal sacrificio di Cristo stesso, che chiama i membri del suo mistico corpo ad associarsi ai suoi patimenti, a completarli nella propria carne (cf. Col 1, 24)” (Redemptoris missio, 78). Infatti, in una società che giudica le persone più per ciò che “fanno” o “hanno” che non per ciò che “sono”, la Chiesa deve continuare ad attuare la parabola evangelica del Buon Samaritano. La sua attività pastorale “per” e “con” gli infermi dovrebbe essere saldamente fondata sull’affermazione che, poiché siamo tutti creati a immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1, 27), possediamo una dignità personale indistruttibile che non viene sminuita dal dolore o da gravi malattie (cf. Christifideles laici, 37). La testimonianza di una convincente solidarietà con i sofferenti e i morenti dovrebbe essere la caratteristica normale di una società naturalmente dalla parte della vita.

6. Cari fratelli: parte integrante della nostra missione profetica come araldi della “verità del Vangelo” (Gal 2, 14) è la sfida a proclamare l’intero insegnamento della Chiesa sulla trasmissione responsabile della vita umana all’interno del matrimonio. Noto con soddisfazione la relazione della vostra Conferenza intitolata Sessualità umana nella prospettiva di Dio, che segna il venticinquesimo anniversario dell’Enciclica Humanae vitae. Questo è un momento opportuno per incrementare i vostri sforzi per ripristinare il rispetto per il saggio e amorevole disegno di Dio sulla sessualità umana. Con ammirevole chiarezza, il mio predecessore, Papa Paolo VI, riaffermò la costante tradizione della Chiesa di “connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo” (Humanae vitae, 12). Un’etica di vita del tutto coerente richiede uno sforzo congiunto da parte di Vescovi, teologi morali e pastori di anime per aiutare i fedeli a capire più chiaramente che l’adempimento coniugale è vincolato al rispetto per il significato e lo scopo intrinseci della sessualità umana.

Un’enorme sfida vi attende nell’annunciare – in modo convincente e incoraggiante – la bellezza e lo splendore del vero amore coniugale. Come Pastori dovete vegliare affinché la parola di Dio nella sua pienezza sia fedelmente insegnata. All’occorrenza, dovete prendere le “misure opportune perché i fedeli siano custoditi da ogni dottrina e teoria ad esso contraria” (Veritatis splendor, 116). I vostri sacerdoti dovrebbero essere aiutati a dare il loro fermo consenso a questo insegnamento e a impegnarsi a formare le coscienze di coloro che sono stati affidati alla loro cura pastorale, secondo la piena verità del Vangelo.

7. Riconoscendo che noi siamo “uomini che” dovremo “rendere conto” della nostra amministrazione pastorale al Padre (cf. Eb 13, 17), possiamo trovare conforto nel fatto che Cristo ci ha chiamato “amici” (cf. Gv 15, 14). Mettiamo il nostro ministero pastorale nelle mani di Maria, Madre di Misericordia, e affidiamo alla sua cura materna tutti i sacerdoti, i religiosi e i laici delle vostre diocesi. Prego affinché lo Spirito, che rinnova la faccia della terra (cf. Sal 104, 30), illumini con lo splendore della verità divina la mente e il cuore dell’America! Con la mia benedizione apostolica.

 

© Copyright 1993 - Libreria Editrice Vaticana

 

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