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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI STATUNITENSI DELL
ALASKA, DELL’ARKANSAS,
DELL’IDAHO, DEL MONTANA, DELL’OKLAHOMA,
DELL’OREGON, DEL TEXAS E DI WASHINGTON

IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Sabato, 2 ottobre 1993

 

Cari fratelli Vescovi

1. “È lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio Padre nostro... conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene” (2 Ts 2, 16). Con questa preghiera vi do il benvenuto Vescovi dell’Alaska, dell’Arkansas, dell’Idaho, del Montana, dell’Oklahoma, dell’Oregon, del Texas e di Washington, in occasione della vostra visita “ad limina”. Attraverso di voi saluto cordialmente tutti i membri delle Chiese di cui lo Spirito Santo vi ha reso responsabili (cf. At 20, 28). In particolare ringrazio Dio per la profonda solidarietà, sacramentale e fraterna che ci unisce nel ministero episcopale nel servizio verso l’amato popolo di Dio.

Il Concilio Vaticano II ha ricordato ai Vescovi che è loro dovere “promuovere e difendere l’unità della fede e la disciplina comune a tutta la chiesa” (Lumen gentium, 23). Come gli Apostoli, che erano missionari e avevano una missione che andava molto al di là della comunità locale, noi siamo “ambasciatori per Cristo” (2 Cor 5, 20), chiamati a servire l’unità e la comunione cattolica della Chiesa, attraverso una sollecitudine pastorale che abbraccia l’intero Corpo di Cristo. Attraverso la vostra unione con il corpo dei Vescovi, le vostre Chiese particolari restano aperte alla koinonia universale; esse accolgono e ricevono la pienezza della fede apostolica e arricchiscono la Chiesa contribuendo con l’abbondanza dei loro doni. Tutti voi siete strumenti vivi di unità e cattolicità e alimentate la fedeltà a Cristo della vostra Chiesa particolare promuovendo i vincoli di comunione ecclesiale con il Successore di Pietro e con gli altri membri del Collegio Episcopale.

2. Uno dei temi ricorrenti di questa serie di riflessioni “ad limina” con i Vescovi degli Stati Uniti è stato l’urgente bisogno di un autentico rinnovamento spirituale e morale nella Chiesa e nella società. Nel tempo che rimane prima dell’avvento del nuovo millennio e della grande celebrazione del Giubileo che ricorda il mistero dell’Incarnazione Redentrice del Figlio, lo Spirito Santo chiama la Chiesa alla purificazione, al pentimento e a un rinnovato fervore spirituale. L’intera Chiesa deve rispondere generosamente a questa chiamata, affinché la grazia del millennio non venga offerta invano (cf. 2 Cor 6, 1). Per le vostre comunità diocesane si tratta di una questione di sempre maggiore impegno ad essere il sale della terra e la luce del mondo in una società che è sempre più frammentata dalla perdita di una visione e di una finalità spirituali. Per molti la verità dell’amorevole provvidenza di Dio nei confronti del creato e della grazia della salvezza in nostro Signore Gesù Cristo costituisce sempre meno una parte fondamentale della vita. La radicale sfida pastorale che la Chiesa e i suoi membri stanno affrontando alla fine del XX secolo deve mostrare l’importanza del messaggio del Vangelo per il destino trascendente dell’individuo così come per un autentico sviluppo umano.

In accordo con il disegno di Dio, il Concilio Vaticano II ha rappresentato una fonte di luce e di assistenza divine, permettendo alla Chiesa di affrontare con maggiore fiducia e sicurezza le sfide del presente. Il nostro ministero episcopale deve essere orientato con determinatezza al rinnovamento e al rafforzamento della Chiesa invocati dal Concilio, cosicché attraverso la sua attività, con le parole della Gaudium et spes, il mondo possa essere “destinato, secondo il proposito divino, a trasformarsi e a giungere al suo compimento” (n. 2). Il sentiero della riforma ecclesiale passa attraverso l’ecclesiologia di comunione, che è l’idea fondamentale e centrale dei documenti del Concilio (cf. Sinodo Straordinario del 1985, Relatio finalis, C 1). Scaturendo dalla sorgente viva della tradizione sacra l’ecclesiologia della koinonia può offrire alla Chiesa quella necessaria e autentica riforma, quella autentica metànoia che “non deve essere stabilita primariamente in termini di strutture esterne, ma in termini di una realizzazione più profonda e più efficace della visione fondamentale della sua missione e della sua natura autentiche” (Discorso a un gruppo di Vescovi degli Stati Uniti in visita “ad limina”, 16 settembre 1987, n. 1).

3. La comunione ecclesiale è infatti una realtà profonda che tocca il cuore del Mistero Trinitario, laddove la distinzione reale in Persone non indebolisce in alcun modo l’unità della divinità. La dimensione verticale della comunione, l’amore di Dio riversato nei nostri cuori attraverso lo Spirito Santo (cf. Rm 5, 5), che ci eleva a una nuova vita in Gesù Cristo, è l’esperienza fondamentale e centrale della nostra vita cristiana. Questa grazia, che si compie completamente soltanto nella Chiesa celeste dove “Dio sia tutto in tutti” (1 Cor 15, 28), è il fine per cui ogni essere umano è creato a Sua immagine e somiglianza (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1720-1722). È il mistero sublime dell’amore salvifico di Dio che la Chiesa deve sempre proclamare nel suo insegnamento, celebrare nei suoi sacramenti e promuovere in tutta la sua vita e in tutta la sua attività. Ogni aspetto del rinnovamento della Chiesa, nella Liturgia, nella catechesi o nella pratica e nella disciplina pastorali e canoniche, deve essere finalizzato alla rivitalizzazione e alla crescita della grazia nei nostri cuori, all’approfondimento della comunione con il Dio Trino.

Grazie alla sua sublimità, la comunione di cui stiamo parlando non è una realtà distante e astratta, essa costituisce il vero fondamento dell’organizzazione e dell’attività della Chiesa ad ogni livello. Ne consegue che i ministeri, gli organismi e i rapporti che promuovono la comunione ecclesiale nella sua dimensione orizzontale devono costituire uno scopo prioritario: essi devono servire a condurre le persone a Cristo, devono portare i battezzati a crescere nella fede, nella speranza e nell’amore e devono edificare il Corpo di Cristo nell’unità della fede e della disciplina.

4. Dal Concilio e come formulato nel Codice di Diritto Canonico, la teologia della comunione all’interno della Chiesa ha portato al diffondersi di strutture consultive a diversi livelli. L’effettiva partecipazione dei fedeli alla missione della Chiesa, attraverso consigli parrocchiali, consigli finanziari, comitati per attività specifiche sia a livello parrocchiale che diocesano, costituisce uno sviluppo importante nella vita delle vostre diocesi. Voi siete pienamente consapevoli dei successi di questo processo, ma anche delle difficoltà che devono ancora essere superate riguardo alla base educativa e formativa dei collaboratori laici, e alla formazione di vincoli più espliciti con le diocesi e con le parrocchie in cui essi operano. Attraverso il suo Comitato per i Laici, la vostra Conferenza ha emanato utili direttive per coloro che operano nell’ambito di consigli parrocchiali al fine di avvicinarli agli insegnamenti del Concilio Vaticano II sul ruolo dei laici e all’applicazione dell’insegnamento contenuto nell’Esortazione apostolica postsinodale Christifideles laici.

I laici, “nella misura della scienza, della competenza e del prestigio di cui godono, hanno il diritto, anzi anche il dovere di far conoscere il loro parere su ciò che riguarda il bene della Chiesa” (Lumen gentium, 37). Essi possono fare questo individualmente o attraverso gli organismi preposti (cf. Congregazione per il Clero, Omnes christifideles, 25 gennaio 1973). È quindi fondamentale che i Pastori della Chiesa siano attenti ai suggerimenti e alle proposte dei laici mentre esercitano la libertà e l’autorità che derivano loro dal diritto divino di governare quella parte del popolo di Dio loro affidata.

Sarebbe un errore giudicare le strutture ecclesiali di partecipazione e cooperazione secondo modelli democratici secolari, o considerarli come forme di “condivisione del potere” o come mezzi per imporre idee o interessi di parte. Esse dovrebbero essere considerate come forme di solidarietà spirituale proprie della Chiesa in quanto comunione di uomini che “pur essendo molti” sono “un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte” sono “membra gli uni degli altri” (Rm 12, 5). Tali strutture sono feconde fin quando manifestano la vera natura della Chiesa come comunione gerarchica, animata e guidata dallo Spirito Santo. Quando esse operano secondo lo spirito di Cristo, costituiscono validi segni di come i battezzati portano l’uno il fardello dell’altro (cf. Gal 6, 2) con modalità adeguate ad una comunità arricchita da diversi doni gerarchici e carismatici (cf. Lumen gentium, 4).

5. Molte altre forme di partecipazione laica alla missione della Chiesa richiamano la nostra attenzione e la nostra responsabilità pastorale. Una dimostrazione significativa della vitalità della comunità cattolica negli Stati Uniti è il crescente numero di laici che prestano servizio come missionari o volontari, sia per un periodo limitato nel tempo sia in modo permanente. Un altro esempio è la vasta rete di organizzazioni e movimenti laici attivi nel vostro Paese. Il Forum Nazionale Laico, sotto l’egida del Comitato per i Laici della Conferenza Episcopale, è un’iniziativa meritevole che può suscitare serie riflessioni sull’apostolato dei laici e può costituire un incentivo per le organizzazioni e per i movimenti a collaborare più esplicitamente gli uni con gli altri e con i Vescovi. Prego per il buon esito del prossimo Forum che si svolgerà nel 1994 e che sarà dedicato all’effetto della fede sulla cultura nella società americana contemporanea.

Allo stesso modo, la crescita di piccole comunità cristiane, in particolare all’interno delle parrocchie, è sia un mezzo di formazione per i laici sia un incentivo alla missione nel mondo. Nella maggior parte dei casi queste comunità servono a ravvivare la vita parrocchiale essendo strumenti attivi di evangelizzazione e di missione. In alcuni casi è necessaria una sollecita guida pastorale per garantire che esse rimangano in piena comunione e armonia con la Chiesa locale. La Christifideles laici contiene criteri e orientamenti appropriati per l’integrazione di piccole comunità nel più ampio corpo ecclesiale (cf. n. 30).

6. Alcune delle vostre diocesi hanno una considerevole popolazione cattolica ispanica il che significa soprattutto che il vostro ministero deve tener conto della ricchezza di espressioni religiose e di diversità culturali che caratterizza la comunità ispanica e che richiede iniziative e programmi pastorali adeguati. Fra i principali compiti pastorali che riguardano la comunità ispanica c’è quello dell’evangelizzazione e della catechesi, in particolare riguardo al proselitismo estremamente attivo da parte di altri gruppi religiosi. I responsabili della comunità cattolica ispanica spesso sottolineano la necessità di sostenere la famiglia nell’ambito di una comunità di fede e di solidarietà, in particolare attraverso piccole comunità ecclesiali che sono intimamente rilevanti per la vita quotidiana dei loro membri. Il ministero per i giovani ispanici non dovrebbe trascurare l’importanza di trasmettere una spiritualità autentica e esigente incentrata sulla conoscenza e sull’amore di Cristo il Redentore e volta a incarnare lo spirito delle Beatitudini nella vita quotidiana. Infine il buon esito degli sforzi della Chiesa dipenderà in gran parte dalla promozione delle vocazioni fra gli ispanici e dall’adeguata formazione di seminaristi e religiosi a livelli non inferiori a quelli di altri candidati.

Le Missioni del Sud Ovest testimoniano il fatto che i primi evangelizzatori di molte delle vostre diocesi che parlavano spagnolo, hanno lasciato un segno chiaro e indelebile nelle tradizioni religiose e culturali della regione. In queste tradizioni vi sono molti valori che possono venire oggi utilizzati come validi canali per una evangelizzazione più efficace e profonda. Vi chiedo di portare i miei più cordiali auguri e il mio incoraggiamento colmo di preghiera a tutti coloro che si dedicano alla cura pastorale dei cattolici ispanici negli Stati Uniti.

7. I Pastori della Chiesa devono preoccuparsi costantemente del fatto che i laici cattolici ricevano una formazione spirituale e teologica permanente, che includa la formazione sulla dottrina sociale della Chiesa, a un livello tale da permettere loro di svolgere il proprio ruolo nella Chiesa e nella società. Questa formazione dovrebbe essere strutturata in modo da poter permettere di affrontare difficoltà pratiche a livello parrocchiale dove molti interessi secolari richiamano l’attenzione delle persone.

Un problema particolare che tocca il cuore della comunione della Chiesa nella fede è rappresentato dalla confusione così come dallo scandalo causati dai cattolici che rivestono cariche pubbliche, che operano nei mezzi di comunicazione sociale e che prendono posizioni contrarie all’insegnamento della Chiesa. Questo è un problema che richiede un’attenta guida da parte vostra. Vi incoraggio nei vostri sforzi per difendere con chiarezza l’autentica dottrina cattolica e per promuovere una comprensione migliore dell’“ossequio religioso” della mente e del cuore richiesto a tutti i membri della Chiesa (cf. Lumen gentium, 25).

8. Cari fratelli Vescovi, la vostra presenza ricorda queste e altre grandi responsabilità che dovete affrontare nel governare quella parte del popolo di Dio che vi è affidata. Possa la materna intercessione dell’Immacolata Madre di Dio, Patrona del vostro Paese, ottenere per voi, e per tutti i sacerdoti, i religiosi, le donne e gli uomini laici delle vostre diocesi, una fede sempre più profonda una speranza sempre più viva e una carità sempre più ardente! Con la mia benedizione apostolica.

 

© Copyright 1993 - Libreria Editrice Vaticana

 

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