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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PRESULI STATUNITENSI DELLE PROVINCE
DI NEW YORK E DI SAINT PAUL-MINNEAPOLIS
 
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Venerdì, 15 ottobre 1993

 

Sua Eminenza, Cari fratelli Vescovi,

1. Vi do il benvenuto, Vescovi delle Province di New York e di Saint Paul-Minneapolis, che siete venuti a Roma per la vostra visita “ad limina Apostolorum”. Usando le parole di San Paolo: “Vi porto nel cuore, voi che siete tutti partecipi della grazia... sia nella difesa e nel consolidamento del Vangelo” (Fil 1, 5-7). Il nostro incontro segue un’antica tradizione ecclesiale che esprime la comunione nella verità e nella carità che unisce i membri del Collegio dei Vescovi al Successore di Pietro. Questa comunione è la garanzia che le vostre Chiese particolari poggiano sicure su “dodici basamenti”” su cui sono incisi ai nomi dei dodici apostoli dell’Agnello” (Ap 21, 14). Per i membri delle vostre Chiese particolari, l’unità dei loro Pastori con il Vescovo di Roma è il segno che la fede della comunità e il servizio evangelico poggiano sopra la roccia non sulla sabbia (cf. Mt 7, 24-27). Con affetto nel Signore prego affinché i sacerdoti i religiosi e i laici delle vostre diocesi possano crescere in spiritualità e in santità di vita, e essere “ricolmi di quei frutti di giustizia che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio” (Fil 1, 10-11).

2. All’inizio degli incontri di quest’anno con i Vescovi degli Stati Uniti, dei quali voi costituite il nono gruppo, ho deciso di seguire l’orientamento di base del Catechismo della Chiesa Cattolica. Poiché ho trattato argomenti concernenti l’identità e la fede cattoliche, il culto e la santità della vita e alcuni aspetti del ministero del Vescovo all’interno della comunità, oggi vorrei affrontare l’argomento che fungerà da cornice per l’ultima serie di colloqui, cioè vivere la fede nel mondo.

In perfetta armonia con la sua tradizione, che ha duemila anni, la missione della Chiesa nel mondo e il servizio che essa offre alla famiglia umana sono stati i temi centrali del Concilio Vaticano II. Sulla base dell’insegnamento contenuto nella Lumen gentium secondo cui “la Chiesa è sacramento universale di salvezza” (n. 48), i Padri del Concilio, nella Costituzione Pastorale Gaudium et spes, hanno sottolineato che “perseguendo il suo proprio fine di salvezza, non solo comunica all’uomo la vita divina, ma anche diffonde la sua luce con ripercussione, in qualche modo, su tutto il mondo, soprattutto per il fatto che risana ed eleva la dignità della persona umana, consolida la compagine della umana società, e immette nel lavoro quotidiano degli uomini un più profondo senso e significato” (n. 40). In altre parole, adempiendo fedelmente alla sua missione e alla sua vocazione divine, la Chiesa di Cristo offre un contributo di inestimabile valore al bene comune delle società civili in cui essa vive e opera (cf. Ivi).

3. La Chiesa fa luce sulle realtà temporali; essa le purifica, le eleva e le riconcilia con Dio. Essa fa questo, da un lato, attraverso la presenza e l’opera dei suoi membri nel mondo delle attività e degli sforzi umani. Innumerevoli opere e istituzioni, grandi e piccole, in ogni parte del mondo, testimoniano l’inesauribile impegno della comunità ecclesiale e la sua generosità nel servire il bene della famiglia umana e nel soddisfare i bisogni di milioni di nostri fratelli e di nostre sorelle. Questa testimonianza senza confini di amore e di fede da parte di singoli membri della Chiesa, così come da parte di gruppi e comunità, rivela al mondo il volto autentico della Chiesa (cf. Gaudium et spes, 43). Questa è il compimento del pressante appello di Gesù: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5, 16).

D’altro canto, esiste un altro modo in cui la Chiesa offre un contributo indispensabile allo sviluppo e al benessere della famiglia umana. Essa lo fa attraverso l’annuncio del disegno di Dio per le sue creature. La Chiesa possiede una verità, una dottrina, una saggezza e un’esperienza di cui la gente ha bisogno nel cammino verso la sua autentica liberazione e verso il bene. Questo è il contesto in cui deve essere compresa la Lettera Enciclica Veritatis splendor che è stata recentemente pubblicata. Questa Lettera scaturisce dal bisogno profondo di ripresentare la luce del Vangelo e l’autorevole insegnamento della Chiesa sui principi basilari che sottendono e sostengono la vita morale. Essa è intesa per aiutare ad eliminare la paralizzante confusione avvertita da molte persone circa le questioni fondamentali del bene e del male, di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Una riaffermazione del costante e tuttavia sempre nuovo insegnamento morale della Chiesa è la risposta necessaria del Magistero alla diffusa crisi etica che affligge la società contemporanea. In quanto Pastori esperti, siete perfettamente consci della profondità e delle conseguenze di questa crisi nella vita quotidiana delle persone, così come della vostra responsabilità di offrire una guida pastorale secondo il disegno di Cristo e della Chiesa.

4. Al cuore del messaggio della Veritatis splendor c’è la riaffermazione del rapporto essenziale fra verità e libertà (cf. n. 32). La verità universale circa il bene della persona umana e le norme eternamente valide che ne assicurano la salvaguardia sono in realtà accessibili alla ragione umana; noi possiamo veramente condividere il sapere di Dio circa ciò che dovremmo essere e ciò che dobbiamo fare per raggiungere il fine per cui siamo stati creati. Poiché questa “legge” è scritta nei nostri cuori (cf. Rm 2, 15), accettarla e agire di conseguenza non significa sottomettersi ad una qualche imposizione esterna, ma significa accogliere la verità più profonda del nostro essere (cf. Ivi, 41-50). Alla domanda circa quale verità debba forgiare il destino umano, la Chiesa risponde: la verità di Dio, che è la verità dell’uomo. Alla domanda circa quale giustizia debba guidare la società, essa risponde: la giustizia di Dio, che è la sola giustizia autenticamente umana e umanizzante.

Aiutare le donne e gli uomini contemporanei a riscoprire “la connessione inscindibile tra verità e libertà” (Ivi, 99) costituisce un’esigenza impellente del nostro ministero pastorale, sia come individui che come collettività. Assicurando che le verità fondamentali della dottrina morale della Chiesa vengano insegnate con chiarezza, noi offriamo una riaffermazione della dignità della persona umana, una corretta comprensione della coscienza, che è l’unica solida base per il corretto esercizio della libertà umana e un fondamento per vivere insieme in solidarietà e armonia civile. Tutto ciò rappresenta un servizio essenziale verso il bene comune. Come può la società moderna arrestare la sua corsa verso comportamenti sempre più distruttivi caratterizzati dalla violazione dei diritti fondamentali della persona umana, senza una riscoperta del carattere inviolabile delle norme morali che dovrebbero governare, sempre e in ogni luogo, il comportamento umano (cf. Ivi, 84)?

5. In occasione della Giornata Mondiale della Gioventù a Denver ho avuto l’opportunità di riflettere con i giovani presenti sulla falsa morale correntemente applicata al tema della vita. Secondo questo modo di pensare, “l’aborto e l’eutanasia – omicidio vero e proprio di un altro essere umano – vengono rivendicati come dei “diritti” e delle soluzioni a dei “problemi”, problemi individuali e della società... La vita – primo dono di Dio e diritto fondamentale di ogni individuo, base di tutti gli altri diritti – è spesso trattata tutt’al più come una merce da organizzare, da commercializzare e da manipolare a proprio piacimento” (Veglia, 14 agosto 1993, n. 3)

Il difficile cammino del rinnovamento della società si basa su “una grande rinascita del senso della propria responsabilità personale davanti a Dio, davanti agli altri e davanti alla nostra stessa coscienza” (Ivi). Nessuno dovrebbe sottovalutare l’immensità della sfida che la Chiesa affronta e la gravità per l’intera società di quanto è in gioco. Questo è il motivo per cui, arrivando a Denver, ho espresso una profonda preoccupazione, che so essere condivisa da molti dei vostri concittadini, e non solo cattolici: “Educare senza un sistema di valori basato sulla verità significa abbandonare i giovani alla confusione morale, all’insicurezza personale e alla facile manipolazione. Nessun paese, neanche il più potente, può andare avanti se priva i propri figli di questo bene essenziale” (Discorso di arrivo, 12 agosto 1993, n. 4).

6. Respingendo sia il relativismo etico, sia l’agnosticismo circa il bene morale, la Chiesa non è né “dogmatica” né “settaria”. La verità che la Chiesa sta difendendo afferma la dignità trascendente della persona e l’obbligo inviolabile di rispettare la coscienza di ogni individuo. Infatti questa verità offre la garanzia più sicura della libertà umana, perché, come ho scritto nella Centesimus annus, quando “non esiste nessuna verità ultima la quale guida ed orienta l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono essere facilmente strumentalizzate per fini di potere” (n. 46), non lasciando all’individuo nessuna difesa contro il dominio di una particolare opinione o di un sistema ideologico.

Si può dire che indicando il rapporto necessario tra verità e libertà, l’Enciclica smaschera la falsità primordiale che ha causato indicibili sofferenze, male e violenza alla famiglia umana, fin dalle sue origini, e che oggi sembra non avere limiti, inducendo in errore anche l’eletto (cf. Mt 24, 24). Come san Paolo dichiara in modo così semplice nella Lettera ai Romani, la falsità consiste in questo: che in così tanti hanno “cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore” (Rm 1, 24). A livello pratico il risultato finale è la legittimazione dell’egocentrismo e la rinuncia alla solidarietà e all’amore oblativo.

7. Le mie ultime osservazioni nell’Enciclica, prima di affidare questo documento e la sua applicazione alla protezione della Madre di Dio, riguarda la nostra responsabilità di insegnare fedelmente e instancabilmente la ““risposta” alla domanda morale... affidata da Gesù Cristo in un modo particolare a noi Pastori della Chiesa” (Veritatis splendor, 114). Questo è il compito e il privilegio da noi condiviso. Nell’adempimento della mia responsabilità specifica ho riaffermato certe verità morali fondamentali della dottrina cattolica che, nelle attuali circostanze rischiano di essere deformate o negate (cf. Ivi, 4). Affido questo giudizio critico riguardo alcune tendenze attuali nella teologia morale a voi e ai vostri fratelli Vescovi con l’ardente speranza e la preghiera che insieme riusciremo ad adempiere al compito di portare questo insegnamento al centro della vita della Chiesa.

La nostra fede è nel potere di Dio. Dobbiamo essere fiduciosi che lo Spirito Santo illuminerà e rafforzerà i cuori dei sacerdoti, dei religiosi e dei laici, spingendoli a mostrare consenso e fedeltà a questo messaggio che non è nostro, ma di Colui che ci ha mandato (cf. Gv 7, 16). Vigilando “personalmente perché la “sana dottrina” (1 Tm 1, 10) della fede e della morale sia insegnata” (Veritatis splendor, 116), sentiremo spesso come la nostra fede e il nostro coraggio saranno sfidati e messi alla prova. Allora avremo bisogno della virtù della fortezza e della grazia fortificante dello Spirito di Verità. Preghiamo l’uno per l’altro e per tutti i nostri fratelli Vescovi affinché siamo totalmente fedeli al Signore in questa importante ora del pellegrinaggio della Chiesa attraverso la storia umana. Con la mia benedizione apostolica.

 

© Copyright 1993 - Libreria Editrice Vaticana

 

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