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VIAGGIO PASTORALE IN LITUANIA, LETTONIA ED ESTONIA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AL
MONDO ACCADEMICO E AGLI INTELLETTUALI

Cappella dellUniversità di Vilnius (Lituania) - Domenica, 5 settembre 1993

 

Signor Ministro della Cultura,
Signor Rettore Magnifico, Signori Professori,
Rappresentanti del mondo della cultura e dell’arte!

1. Quale primo Pontefice Romano che visita le terre del Baltico, sono veramente lieto di potermi incontrare con voi nella suggestiva cornice di questo Ateneo, che da secoli è il cuore pulsante della vostra Città della quale interpreta, con la sua molteplice attività di pensiero, la singolare vocazione di crocevia di popoli e di civiltà: vocazione che il Rettore di questa illustre “Alma Mater” ha or ora evocata con parole tanto espressive quanto deferenti per la persona del Papa da lui accolto nel nome di voi tutti. Ne sia vivamente ringraziato.

L’accoglienza cordiale che mi avete riservato non mi sorprende non solo perché congeniale alla nobiltà dei vostri sentimenti, ma anche perché si pone nel solco di un’antica storia di rapporti amichevoli e fecondi tra la vostra terra e la Chiesa Cattolica. Ne sono testimonianza anche le vicende di questa Università. Essa, com’è noto, fu fondata dal vescovo Valeriano Protasevicius (Protaszwicz-Szuszkowski), perché anche Vilnius potesse beneficiare dello slancio culturale ed apostolico promosso dalla Compagnia di Gesù in Europa e nel mondo. Nel 1579, inoltre, il vostro Ateneo fu arricchito di diritti e privilegi dal mio predecessore Gregorio XIII e da Stefano Batory, re di Polonia e Granduca di Lituania. La Chiesa Cattolica ha avuto così una parte non marginale nelle origini e nello sviluppo della vostra “Alma Mater”.

Purtroppo, nel corso della storia, l’amichevole rapporto delle origini non sempre è stato onorato e, specie in tempi recenti, tra queste mura si sono udite voci critiche, sospettose e finanche apertamente ostili nei confronti della Chiesa e del suo insegnamento. Tutto ciò rende il mio odierno dialogo con voi particolarmente significativo. Esso inaugura una pagina nuova nella vita culturale del vostro Paese.

2. Abbiamo alle spalle una storia lunga e sofferta, e sentiamo prorompente il bisogno di guardare al futuro. La memoria storica deve tuttavia accompagnarci, perché possiamo far tesoro dell’esperienza di questi interminabili decenni, in cui anche il vostro Paese ha sentito il peso di una ferrea dittatura che, in nome della giustizia e dell’uguaglianza, ha violato la libertà e la dignità degli individui e della società civile. Come è potuto accadere tutto questo?

L’analisi sarebbe complessa. Mi sembra tuttavia di poter dire che fra le ragioni non ultime vi sia l’ateismo militante a cui il marxismo si ispirava: un ateismo offensivo anche dell’uomo alla cui dignità sottraeva il fondamento e la garanzia più solida. A questo errore altri se ne aggiungevano, come la concezione materialistica della storia la visione aspramente conflittuale della società, il ruolo “messianico” attribuito al partito unico, padrone dello Stato. Tutto convergeva perché questo sistema, nato con la presunzione di liberare l’uomo, finisse per renderlo schiavo.

3. Il marxismo tuttavia non è stata l’unica tragedia del nostro secolo. Non meno grave è da considerare quella che si è consumata sull’opposto versante dei regimi “di destra”, regimi che in nome della “nazione” e della “tradizione” hanno ugualmente vilipeso quella dignità che, indipendentemente dalla razza, dalle convinzioni e dalle qualità individuali, è propria di ogni essere umano. Come non ricordare qui la mostruosa violenza di cui è stato capace il nazismo, specialmente nei confronti del popolo ebraico, votato all’olocausto in nome di un presunto primato razziale e di un folle disegno di dominio?

D’altra parte, le stesse “democrazie”, organizzate secondo la formula dello Stato di diritto, hanno registrato e ancora oggi presentano vistose contraddizioni tra il formale riconoscimento della libertà e dei diritti umani e le tante ingiustizie e discriminazioni sociali che tollerano nel proprio seno. Si tratta in effetti di modelli sociali in cui il postulato della libertà non sempre si coniuga con quello della responsabilità etica.

Il rischio dei regimi democratici è di risolversi in un sistema di regole non sufficientemente radicate in quei valori irrinunciabili, perché fondati nell’essenza dell’uomo, che devono essere alla base di ogni convivenza, e che nessuna maggioranza può rinnegare, senza provocare funeste conseguenze per l’uomo e per la società. Contro tale degenerazione della libertà, sia in campo politico che economico, la Chiesa ha levato vigorosamente la sua voce. In tal senso, fin dalla Rerum novarum di Leone XIII fu condannato, insieme con il socialismo, anche il liberismo economico sprezzante di ogni limite e disattento alle esigenze della solidarietà. Nella stessa linea, la Chiesa continua oggi ad opporsi a quei modelli di società che, in nome di presunti diritti della libertà, non tutelano sufficientemente la vita umana dei nascituri e la dignità delle classi sociali più deboli.

4. Totalitarismi di opposto segno e democrazie malate hanno sconvolto la storia del nostro secolo. I sistemi che si sono avvicendati e contrapposti hanno ciascuno la propria inconfondibile fisionomia, ma non credo ci si sbagli considerandoli tutti figli di quella cultura dell’immanenza che s’è largamente affermata nell’Europa degli ultimi secoli, inducendo a progetti di esistenza personale e collettiva ignari di Dio e irrispettosi del suo disegno sull’uomo.

Ma può l’uomo esistere e “resistere” senza Dio? Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha opportunamente ricordato che “la creatura, senza il Creatore, svanisce” (Gaudium et spes, 36). Guai a dimenticare questa basilare verità!

Fortunatamente, quel Dio che la cultura ateistica ha invano tentato di escludere dall’orizzonte dell’uomo, torna sempre di nuovo a riaffacciarsi, aprendosi un varco tra i grandi interrogativi, che le conquiste scientifiche e tecnologiche non sanno e non possono risolvere.

“Di fronte all’evoluzione attuale del mondo – osserva ancora il Concilio – diventano sempre più numerosi quelli che si pongono o sentono con nuova acutezza gli interrogativi capitali: Cos’è l’uomo? Qual è il significato del dolore, del male, della morte, che malgrado ogni progresso continuano a sussistere? Cosa valgono queste conquiste a così caro prezzo raggiunte? Che reca l’uomo alla società, e cosa può attendersi da essa? Cosa ci sarà dopo questa vita?” (Gaudium et spes, 10).

Sull’onda di tali ineludibili interrogativi, Dio, il vero e unico Dio, il Mistero da cui tutto prende origine e senso, si affaccia continuamente all’orizzonte del cuore umano, suscitandovi un’intima e salutare nostalgia. “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”, diceva il grande Agostino (Confessioni, 1,1,1). Tendere a Dio è una legge dell’esistenza, che nessun sistema potrà mai sopprimere.

5. A voi, dunque, uomini di cultura e di scienza, più che ad altri, incombe la responsabilità, di non precludere gli spazi del pensiero agli orizzonti del mistero.

È un dovere che non giunge a voi dall’esterno, quasi ad imbrigliare la ricerca e a menomarne la libertà. Esso in realtà sgorga dall’intima logica del pensare.

Quando l’uomo pensa fa esperienza della sua finitezza, prendendo coscienza di non essere la verità, e di doverla anzi cercare, come a tentoni. Nello stesso tempo avverte che la sua ricerca non saprebbe e non potrebbe arrestarsi a piccoli e limitati traguardi, essendo potentemente spinta sempre più in alto, verso l’infinito.

L’avventura esaltante del pensiero è in questa essenziale dinamica, che pone l’uomo tra la coscienza del limite e il bisogno dell’assoluto. Per questo, quando l’uomo “pensa” profondamente, con rigore d’intelligenza e onestà di cuore, si pone sulla strada di un possibile incontro con Dio.

Ma perché allora – ci si può ragionevolmente chiedere – proprio da tanti uomini di pensiero sono scaturite le più sistematiche e radicali negazioni di Dio?

Per questa conturbante domanda la Chiesa ha la risposta: se è vero che l’esistenza di Dio è conoscibile anche dalla sola ragione, questa tuttavia, nell’attuale condizione del genere umano, sconvolta dal peccato, è segnata da una grande debolezza (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 37). Il cammino del pensiero, non si configura come un solitario percorso cerebrale, ma è legato profondamente al cammino esistenziale della persona.

Pertanto se si vuole che il pensiero raccolga i suoi frutti più maturi, specialmente nella ricerca delle verità metafisiche, bisogna coltivare un’etica del pensiero, che non si limiti allo sforzo di correttezza logica, ma inquadri l’attività della mente in un clima spirituale ricco di umiltà, di sincerità, di coraggio, di onestà, di fiducia di attenzione agli altri, di apertura al Mistero. Quest’etica globale del “pensare” non esonera dalla fatica della ricerca, ma la agevola e la sostiene, e nelle cose concernenti il Mistero, persino la orienta, per l’intrinseca connessione tra il “verum” e il “bonum” che in Dio coincidono con la sua stessa essenza.

6. Gentili ed illustri Signori, gli avvenimenti incalzanti degli anni che stiamo vivendo ci fanno ragionevolmente pensare che siamo ad una svolta epocale nella storia del mondo.

In questa faticosa transizione verso un futuro di cui nessuno oggi è in grado di prevedere o disegnare i contorni, non può non avere un ruolo decisivo l’impegno degli intellettuali, da affermare con nuova forza, in un tempo in cui il crollo delle ideologie rischia di insinuare una paralizzante sfiducia, e il pensiero sembra incline ad adagiarsi nello scetticismo e in un pericoloso pragmatismo.

Non si pensi minimamente che questa crisi del pensiero possa lusingare il credente, quasi che la fede debba ereditare gli spazi lasciati sgombri dal cedimento della ragione. L’autentica fede infatti suppone la ragione e la valorizza, la consolida e la sprona, come il Magistero della Chiesa ha più volte sottolineato (cf. Denzinger-Schönmetzer, 3015-3019; Gaudium et spes 15).

Nel nuovo clima culturale, tutto da costruire, resta aperto un grande spazio di dialogo tra la fede e la cultura.

Esso anzi non si limiterà al problema specificamente religioso, ma toccherà anche i grandi temi etici ed antropologici che sono ad esso intimamente connessi.

Una rinnovata “alleanza” tra la Chiesa e il mondo della cultura, pur all’interno di un orizzonte dialogico rispettoso delle diversità, sembra necessario ed urgente, per decifrare questo nostro tempo così complesso e intravedere la necessaria direzione di marcia.

7. In realtà, è sotto i nostri occhi un mondo in “chiaroscuro”, ricco di luci e di ombre. Ciò esige la pazienza e la saggezza del discernimento.

L’umanità è ancora troppo umiliata da violenze e intolleranze di ogni genere, straziata dalla fame e dalla miseria di milioni di persone, minacciata da un dissesto ecologico di proporzioni tali da far temere un “olocausto ambientale” non meno preoccupante dell’“olocausto nucleare”. Tutto questo rattrista ed angoscia. Ma come non aprire il cuore alla speranza, quando si vede crescere in tante fasce sociali e specialmente nelle giovani generazioni, il bisogno di una nuova solidarietà, una più forte coscienza dei diritti umani, la cultura della non-violenza, l’operoso impegno del volontariato a favore dei poveri e degli emarginati, una militante sensibilità ecologica?

Luci ed ombre, dunque. L’auspicata “nuova alleanza” tra Chiesa e cultura, dovrà farsi carico di dissipare le ombre e di spalancare le porte alla luce. A questo fine, rilevante “segno dei tempi” è anche da considerare il promettente impegno ecumenico fra i cristiani e lo stesso dialogo interreligioso, che chiama gli uomini di diverse credenze a cooperare per il bene della umanità. Sul triste ricordo delle guerre di religione, vera notte della fede, va sorgendo l’alba dell’auspicata pace religiosa, promotrice di un’armonica convivenza anche nella società civile.

8. In tale prospettiva, Illustri Signori, la vostra Università, costituisce un singolare simbolo, essendo eretta nel cuore geografico di un’Europa chiamata ad essere sempre più unita per rendere al mondo un servizio di pace, consono alla sua plurimillenaria tradizione di civiltà. A tale ruolo è tutt’altro che estraneo l’antico e profondo rapporto che la lega al cristianesimo. La Chiesa da parte sua, è più che mai intenzionata ad offrire al nuovo cammino dell’Europa il suo contributo, antico e sempre nuovo. È la testimonianza del Cristo, il “Dio-con-noi”, il “Dio-con-l’uomo”. È la proposta di un Dio che si rivela pienamente nella croce del Figlio fatto uomo. E l’annuncio del Dio-Amore.

Spinto da questo Amore sono venuto in mezzo a voi. Guardo commosso i vostri occhi esperti di lacrime. Abbraccio in voi dei fratelli che hanno a lungo sofferto. Ma desidero soprattutto spingere con voi lo sguardo verso l’avvenire, verso i traguardi di progresso e di pace che sono dinanzi a noi.

Non abbiate paura, Amici, di aprire le porte a Cristo! Egli conosce il cuore dell’uomo, e sa offrire risposte profonde alle sue inquietudini. Egli ci invita a lottare insieme per una umanità veramente libera e solidale.

Con questi sentimenti vi saluto, ringraziandovi del vostro rispettoso e cordiale ascolto, e invocando su di voi, sul vostro lavoro e su tutte le persone a voi care, la benedizione di Dio.

 

© Copyright 1993 - Libreria Editrice Vaticana     

 

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