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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI ALLA RIUNIONE PROMOSSA
DALLA CONGREGAZIONE PER IL CLERO

Venerdì, 22 aprile 1994

 

Venerati Signori Cardinali e fratelli nell’Episcopato!
Carissimi fratelli!

1. Sono molto lieto di incontrarmi con voi, che prendete parte al Simposio sulla “Partecipazione dei fedeli laici al ministero presbiterale”, promosso dalla Congregazione per il Clero.

Saluto il Cardinale Prefetto, Monsignor Segretario e gli Officiali di questa Congregazione, come pure i Rappresentanti dei Dicasteri interessati e delle Conferenze Episcopali, gli Invitati speciali e gli Esperti che sono intervenuti.

Esprimo anzitutto viva soddisfazione per il lavoro compiuto, che ha coinvolto numerose Conferenze Episcopali. Rendiamo insieme grazie al Signore, anche per la felice coincidenza del vostro incontro con l’Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, all’interno della quale la riflessione circa il rapporto tra laici e ministri ordinati occupa un posto rilevante.

Il tema della eventuale partecipazione dei fedeli laici a certi aspetti concreti dello specifico ministero pastorale dei presbiteri trova la sua giusta collocazione nel contesto assai più ampio della loro partecipazione all’unica missione della Chiesa, edificata da Cristo sul fondamento degli Apostoli.

La Chiesa tutta intera, in ogni sua componente, vive nel mistero di una “comunione missionaria”. Si tratta di una “comunione “organica”, analoga a quella di un corpo vivo e operante, . . . caratterizzata dalla compresenza della diversità e della complementarità delle vocazioni e condizioni di vita, dei ministeri, dei carismi e delle responsabilità” (Giovanni Paolo II, Christifideles laici, 20); e di una “missione unitaria” (cf. Apostolicam actuositatem, 2; Giovanni Paolo II, Christifideles laici, 55), che coinvolge dinamicamente tutti i battezzati nell’opera di edificazione del Corpo mistico di Cristo e nel coraggioso annuncio del Vangelo al mondo.

2. È dentro la visione, organica e dinamica, del Corpo ecclesiale gerarchicamente strutturato dallo Spirito Santo per mezzo dei suoi diversi doni sacramentali, che dobbiamo considerare, con gioiosa riconoscenza, lo sviluppo avuto in questo secolo dall’apostolato dei laici, sia dal punto di vista organizzativo che da quello dell’approfondimento concettuale e dottrinale (cf. Lumen Gentium, 33; Apostolicam Actuositatem, 1). Esso si inserisce opportunamente nelle complesse circostanze del tempo attuale, che esigono una rinnovata azione missionaria globale “ad intra” e “ad extra”, stimolando a riconoscere e mobilitare al meglio tutte le energie proprie dei diversi membri del Corpo mistico di Cristo (cf. Giovanni Paolo II, Udienza Generale, mercoledì 2 marzo 1994).

Questo nostro tempo assorbe e richiede sempre maggiori energie sacerdotali. Esso però, mentre conosce in molte parti della terra una rigogliosa fioritura di vocazioni, constata in altre una persistente carenza di presbiteri, ed inoltre il fenomeno dell’ingente numero di sacri ministri in età assai avanzata, infermi o debilitati dai ritmi sempre più vorticosi dell’attività apostolica. Accade così che, anche là dove più elevato è il numero di ordinazioni e di ingressi nei seminari, la disponibilità di presbiteri rimane comunque insufficiente a soddisfare tutte le necessità.

Si avverte pertanto l’esigenza di una adeguata collaborazione dei fedeli laici al ministero pastorale dei presbiteri, rispettosa sempre, logicamente, dei limiti sacramentali e della diversità dei carismi e delle funzioni ecclesiali. In alcune situazioni locali si sono cercate soluzioni generose e intelligenti. La stessa normativa del Codice di Diritto Canonico ha offerto possibilità nuove, che però vanno applicate rettamente, per non cadere nell’equivoco di considerare ordinarie e normali soluzioni normative che sono state previste per situazioni straordinarie di mancanza o scarsità di sacri ministri.

Insieme al buon grano è tuttavia cresciuto, a volte, il loglio di una certa ideologia, tributaria di una visione di sinodalità perpetua della Chiesa e di una concezione funzionalistica dell’Ordine sacro, con grave detrimento della identità teologica sia dei laici che dei chierici e conseguentemente dell’intera opera di evangelizzazione.

3. Non possiamo certo dimenticare che il benessere e la crescita dell’intero corpo ecclesiale non dipendono da una immissione disordinata di energie, anche se generose, ma dal fatto che tale corpo “secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere, in modo da edificare se stesso nella carità” (Ef 4, 16). Occorre riconoscere, difendere, promuovere, discernere e coordinare con saggezza e determinatezza il dono peculiare di ogni membro della Chiesa, senza confusione di ruoli, di funzioni o di condizioni teologiche e canoniche. Senza di ciò, non si costruisce il Corpo di Cristo, né si sviluppa rettamente la sua missione di salvezza.

Da un lato, occorre rispettare e valorizzare ogni ufficio, ogni dono e ogni compito - riconoscendo l’uguale dignità cristiana (cf. Lumen Gentium, 32; Codex Iuris Canonici, can. 208) e la vocazione intrinsecamente missionaria di tutti i battezzati (cf. Lumen Gentium, 17; CIC, can. 211; Giovanni Poalo II, Christifideles laici, 55; Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, 71); dall’altro, occorre ricordare sempre che la Chiesa “è, per sua natura, una realtà diversa dalle semplici società umane” e che, pertanto, “è necessario affermare che non sono trasferibili automaticamente alla Chiesa stessa la mentalità e la prassi esistenti in alcune correnti culturali, socio-politiche del nostro tempo” (cf. Congr. Pro Clericis, Direttorio per il ministero e la vita dei Presbiteri, 17).

4. Non possiamo intaccare la costituzione gerarchica della Chiesa né per richiamare i Pastori alla coscienza umile e amorevole del servizio, né per il desiderio di fare assurgere i fedeli laici alla piena consapevolezza della loro dignità e responsabilità. Non possiamo far crescere la comunione e l’unità della Chiesa né “clericalizzando” i fedeli laici, né “laicizzando” i presbiteri.

Di conseguenza, neppure possiamo offrire ai fedeli laici esperienze e strumenti di partecipazione al ministero pastorale dei presbiteri, che, in qualsiasi modo e misura, comportino un’incomprensione teorica o pratica delle irriducibili diversità, volute da Cristo stesso e dallo Spirito Santo per il bene della Chiesa: diversità di vocazioni e stati di vita, diversità di ministeri, di carismi e di responsabilità.

Non esiste alcun “diritto originario o prioritario” di partecipare alla vita e alla missione della Chiesa, il quale possa annullare tali diversità, poiché ogni diritto nasce dal dovere di accogliere la Chiesa come dono che Dio stesso ha anticipatamente concepito.

Per parlare dunque della “partecipazione dei fedeli laici al ministero pastorale dei presbiteri” è necessario, anzitutto, riflettere accuratamente sul termine “ministero” e sulle diverse accezioni che esso può assumere nel linguaggio teologico e canonico.

Da un certo tempo è invalso l’uso di chiamare “ministeri” non solo gli “officia” e i “munera” esercitati dai Pastori in virtù del sacramento dell’Ordine, ma anche quelli esercitati dai fedeli laici, in virtù del sacerdozio battesimale. La questione lessicale diviene ancor più complessa e delicata quando si riconosce a tutti i fedeli la possibilità di esercitare - in veste di supplenti, per deputazione ufficiale elargita dai Pastori - certe funzioni più proprie dei chierici, le quali, tuttavia, non esigono il carattere dell’Ordine (cf. Codex Iuris Canonici, can. 230).

Bisogna riconoscere che il linguaggio si fa incerto, confuso, e quindi non utile per esprimere la dottrina della fede, tutte le volte che, in qualsiasi maniera, si offusca la differenza “di essenza e non solo di grado” che intercorre tra il sacerdozio battesimale e il sacerdozio ordinato (cf. Lumen Gentium,  10).

Parallelamente, non distinguendo con chiara evidenza, anche nella prassi pastorale, il sacerdozio battesimale da quello gerarchico, si corre altresì il rischio di svalutare il “proprium” teologico dei laici e di dimenticare “il legame ontologico specifico che unisce il sacerdote a Cristo, sommo Sacerdote e buon Pastore” (Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 1).

“I presbiteri sono, nella Chiesa e per la Chiesa, una ripresentazione sacramentale di Gesù Cristo, capo e pastore” (Ivi, 15). Dunque, può essere pastore soltanto chi è, al tempo stesso, capo: egli, il presbitero, agisce infatti “in persona Christi”. La “forma del Pastore” è una e indivisibile e non può mai essere sostituita dagli altri componenti del gregge: i servizi e i ministeri prestati dai fedeli laici, dunque, non sono mai propriamente pastorali, nemmeno quando suppliscono certe azioni e certe preoccupazioni del Pastore (cf. Direttorio per il ministero e la vita dei Presbiteri, 19).

Ciò che ha permesso, in alcuni casi, l’estensione del termine “ministero” ai “munera” propri dei fedeli laici è il fatto che anche questi, nella loro misura, sono partecipazione all’unico sacerdozio di Cristo. Gli “officia”, loro affidati temporaneamente, sono invece esclusivamente frutto di una deputazione della Chiesa.

Solo il costante riferimento all’unico e fontale “ministero di Cristo” - alla “santa diaconia” da Lui vissuta per il bene della Chiesa suo Corpo e, mediante la Chiesa, di tutto il mondo - permette, in una certa misura, di applicare anche ai fedeli laici, senza ambiguità, il termine “ministero”: senza, cioè, che esso venga percepito e vissuto come indebita aspirazione al “ministero ordinato”, o come progressiva erosione della sua specificità (cf. Giovanni Paolo II, Christifideles laici, 21).

In questo senso originario il termine “ministero” (“servitium”) esprime soltanto il lavoro con cui membri della Chiesa prolungano, al suo interno e per il mondo, “la missione e il ministero di Cristo” (cf. Lumen Gentium,  34).

Quando, invece, il termine viene differenziato nel rapporto e nel confronto tra i diversi “munera” e “officia”, allora occorre avvertire con chiarezza che solo in forza della Sacra Ordinazione esso ottiene quella pienezza e univocità di significato che la tradizione gli ha sempre attribuito. Precisare e purificare il linguaggio diventa urgenza pastorale perché, dietro ad esso, possono annidarsi insidie molto più pericolose di quanto non si pensi. Dal linguaggio corrente alla concettualizzazione il passo è breve.

5. Sui Pastori incombe il dovere di educare i fedeli laici a comprendere come attuare quella partecipazione al triplice ufficio di Cristo - sacerdotale, profetico e regale - di cui godono in forza dei sacramenti del Battesimo, della Confermazione e, per i coniugi, del Matrimonio (cf. Giovanni Paolo II, Christifideles laici, 23).

Ogni azione o funzione ecclesiale dei laici - anche quelle in cui i Pastori chiedono qualche supplenza ove sia possibile - si radica ontologicamente nella loro “comune” partecipazione al Sacerdozio di Cristo e non in una partecipazione “ontologica” (nemmeno temporanea o parziale) al ministero ordinato proprio dei Pastori. È chiaro pertanto che se i Pastori affidano loro, in forma straordinaria, alcuni dei compiti che sono ordinariamente e propriamente connessi col ministero pastorale, ma che non esigono il carattere proprio dell’Ordine, i laici devono saperli radicare esistenzialmente nel loro sacerdozio battesimale, non altrove! Occorre sempre ricordare che “l’esercizio di questi compiti non fa del fedele laico un pastore: in realtà non è il compito a costituire il ministero, bensì l’ordinazione sacramentale” (Giovanni Paolo II, Christifideles laici, 23).

Occorre altresì far comprendere che queste precisazioni e distinzioni non nascono dalla preoccupazione di difendere dei privilegi clericali, ma dalla necessità di essere obbedienti alla volontà di Cristo, rispettando la forma costitutiva che Egli ha indelebilmente impresso alla sua Chiesa. Certamente “soggetto originario” della missione della Chiesa nel mondo è l’intera comunità ecclesiale, ma così come Gesù l’ha voluta e formata: la comune responsabilità apostolica dei battezzati non è contraddetta o limitata da chi in essa agisce “in persona Christi”, ma ne è piuttosto confermata ed ordinata.

6. Dalle presenti riflessioni discendono molteplici conseguenze che dovranno trovare espressione nella revisione del Motu proprio “Ministeria quaedam, secondo quanto espressamente richiesto dai Padri partecipanti al Sinodo del 1987 (cf. Giovanni Paolo II, Christifideles laici, 23). Il Simposio di questi giorni pertanto, con le sue modalità di preparazione e svolgimento, è stato quanto mai provvido, e le indicazioni che, a suo tempo, seguiranno, trovando attuazione nel governo ordinario, potranno apportare notevoli benefici all’intera compagine ecclesiale. Invito, pertanto, la Congregazione per il Clero, unitamente alle Conferenze Episcopali e ai Dicasteri della Curia Romana interessati, a continuare nel lavoro intrapreso.

Bisognerà, certamente, dare ogni possibile incremento all’apostolato dei laici, sia perché questo “è un loro diritto-dovere fondato sulla dignità battesimale” (Giovanni Poalo II, Redemptoris missio, 71), sia per l’urgenza che la Chiesa sente di dover raggiungere, nella maniera più capillare possibile, quel mondo che attende di essere nuovamente evangelizzato in ogni suo settore. Ma bisognerà anche garantire che ad ogni livello - nel linguaggio, nell’insegnamento, nella prassi pastorale, nelle scelte di governo - il sacro ministero sia presentato nella sua specificità ontologica, che non permette frammentazioni, né indebite appropriazioni.

Soprattutto, non si deve mai dimenticare che i problemi posti dalla scarsità numerica di ministri ordinati, solo secondariamente e temporaneamente possono essere alleviati da una certa supplenza dei fedeli laici. Alla mancanza di sacri Pastori si può ovviare soltanto “pregando il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe” (Mt 9, 38), dando il primato a Dio e curando l’identità e la santità dei Sacerdoti che ci sono. Questa è semplicemente la logica della fede! Ogni comunità cristiana che vive il suo orientamento totale a Cristo e si mantiene disponibile alla sua Grazia, saprà ottenere da Lui proprio quelle vocazioni che servono a rappresentarlo come Pastore del suo popolo.

Dove queste vocazioni scarseggiano, il problema essenziale non è quello di cercare alternative - e Dio non voglia che qualcuno le cerchi stravolgendo il Suo disegno sapiente - ma di far convergere tutte le energie del popolo cristiano per rendere nuovamente possibile nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle scuole cattoliche, nelle comunità l’ascolto della voce di Cristo che mai cessa di chiamare.

Tutti sappiamo, anche per esperienza personale, che una importante forma di partecipazione dei fedeli laici al ministero pastorale dei presbiteri avviene laddove alcuni giovani fedeli laici, accostandosi ai presbiteri, percepiscono la divina chiamata!

Deponendo nel Cuore Immacolato della Madre della Chiesa ogni proposito di bene, vi benedico tutti con affetto.

 

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