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DISCORSO DI GIOVANNI
PAOLO II ALLA COMUNITÀ POLACCA RICEVUTA PER IL TRADIZIONALE SCAMBIO
DEGLI AUGURI NATALIZI
Aula Paolo VI -
Giovedì, 15 dicembre 1994
Miei cari Fratelli e Sorelle!
1. La Vigilia del Natale del Signore ha una
particolare eloquenza. Ci troviamo alla soglia di questa santa notte, che ci
ricorderà l’evento di Betlemme descritto da San Luca Evangelista (cf. Lc
2, 1-20). S. Giovanni nel suo Vangelo esprimerà in un altro modo lo stesso
evento: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14).
È infatti possibile descrivere l’evento di Betlemme dalla parte degli uomini,
concentrando l’attenzione su quanto avveniva allora a Betlemme in occasione del
censimento della popolazione: da parte di Maria e di Giuseppe, in cerca di un
tetto, affinché il Figlio che attendevano potesse venire al mondo in condizioni
umane; ed anche da parte dei pastori, che per primi salutarono la venuta del
Figlio di Dio in carne umana.
Tutto questo lo leggiamo in S. Luca. S. Giovanni
Evangelista invece è più conciso e va al fondo stesso del Mistero: “E il Verbo
si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Questo Verbo è l’eterno Figlio
del Padre, è Dio da Dio e Luce da Luce. Per mezzo di lui tutto è stato creato.
In lui era ed è la vita: la quale non ha termine. E proprio questa vita è la
luce degli uomini (cf. Gv 1, 1-5). Grazie a lui l’uomo vive nella prospettiva
dell’immortalità, nella prospettiva dell’eterna vita in Dio. E per aprire una
tale prospettiva davanti all’uomo “il Verbo si fece carne”. Il Figlio di Dio
assunse la natura umana e si fece uomo, cioè uno di noi. Dal primo istante della
sua esistenza terrena accettò la povertà, poi anche la sofferenza e la morte in
croce, per rivelare, mediante la sua risurrezione, la vita che in lui è più
forte della morte. In questo modo gettò sulla nostra umana esistenza la luce
della Buona Novella.
2. Tutto questo inizia proprio nella notte del Natale del
Signore. “Questa notte è per noi santa”, scrisse Wyspianski in “Wyzwolenie”
(“Liberazione”) e le sue parole confermano il sentimento comune che accompagna
la vigilia, la notte e la festa del Natale del Signore. La sacralità di questo
evento corrisponde alla grandezza del Mistero, che viene intuito perfino da
coloro che si trovano fuori del cristianesimo. Per tutti il Natale significa in
qualche modo un nuovo inizio e un nuovo senso della vita umana. Grazie a ciò in
questi giorni, e specialmente la sera della vigilia, le persone si sentono più
vicine tra loro. Si incontrano alla cena della vigilia e si scambiano gli
auguri. Dividono il pane bianco di Natale. Qui il pane di Natale è un simbolo
eucaristico. Non è un sacramento, ma è un simbolo dell’amore lasciatoci da
Cristo sotto la specie del pane. Il pane della vigilia ricorda il suo amore ed
esorta noi, uomini, all’amore, prima di tutto nelle famiglie in cui viviamo, ed
anche, ovunque incontriamo i nostri prossimi.
Noi, Polacchi che viviamo a Roma,
sentiamo lo stesso bisogno. Desideriamo spezzare il pane bianco di Natale e
sperimentare la vicinanza che ci unisce. Desideriamo farci vicendevolmente gli
auguri, e in questi auguri della vigilia sempre risuona qualche eco di quella
grande “benevolenza”, dimostrataci da Dio stesso. “È apparsa infatti la grazia,
apportatrice di salvezza per tutti gli uomini”, scrive san Paolo (Tt 2, 11). La
grazia ossia “la benevolenza”: la benevolenza di Dio per tutti noi. Anche noi
desideriamo avere una parte in questa divina “benevolenza” per l’uomo, in questa
salvifica “filantropia”, senza la quale è difficile vivere e convivere con gli
altri. Così dunque ci incontriamo per dividere il pane di Natale, augurandoci
vicendevolmente il bene che proviene da Dio e che per volontà di Dio deve
raggiungerci mediante gli uomini. Ci apriamo a questo bene che gli altri ci
augurano. Il bene deve dimostrare di essere più forte del male (cf. Rm 12, 21).
Proprio grazie a Cristo, simboleggiato dal pane della vigilia, il bene dimostra
di essere più forte del male. Cristo, infatti, ha vinto il male e “ha fatto
risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del Vangelo” (2 Tm 1, 10), per mezzo
della Buona Novella.
3. Spezzando il pane della vigilia pensiamo allo stesso
tempo a tutti i nostri Connazionali che vivono in Patria e a quelli dispersi su
tutta la terra. Di nuovo vengono in mente le parole dello stesso poeta, scritte
in “Wyzwolenie” (“Liberazione”) all’inizio del nostro secolo: “Dacci di sentire
la forza e dacci la Polonia viva affinché si compiano le parole sopra questa
terra felice”. Verso la fine di questo secolo si può dire che le parole del
poeta si sono compiute. Dio ha dato ai Polacchi “di sentire la forza”, grazie
alla quale dopo la prima guerra mondiale hanno potuto ricostruire la loro Patria
indipendente. Dio ci ha dato anche “di sentire la forza”, per poter far fronte
al pericolo mortale nei riguardi della nostra indipendenza dall’Occidente e
dall’Oriente durante la seconda guerra mondiale. E ci ha dato infine “di sentire
la forza”, per poter far fronte al pericolo portato con sé dal sistema
totalitario, costruito sull’ideologia marxista e sulla prepotenza. Le nostre
vigilie polacche del Natale di anno in anno si allontanano da quelle esperienze
storiche, che hanno segnato il secolo che volge al termine e che in qualche modo
servirono al compimento della preghiera di Corrado in “Wyzwolenie”
(“Liberazione”) di Wyspianski.
Per che cosa dobbiamo pregare nella notte del
Natale del 1994? L’esperienza degli ultimi anni ci insegna che continua ad
essere attuale la domanda rivolta a Cristo per “sentire la forza”, quella forza
che dà la vita, che rende la vita in terra patria, nella Polonia indipendente,
più umana, più cristiana; che costruisce il futuro di ogni uomo e di tutta la
società. L’esperienza di questi ultimi anni indica anche il fatto che
l’indipendenza della Patria crea un nuovo genere e una nuova scala di compiti,
che si pongono davanti a tutta la società e davanti ad ogni Polacco. A volte
sembra che questi compiti siano più difficili di quelli che dovevamo assumerci
prima. In ogni caso questi sono compiti nuovi. Dividendo il pane della vigilia,
nella grande comunità della nostra Nazione, ci facciamo gli auguri che ognuno di
noi sappia discernere ed assumersi questi compiti a misura del tempo in cui
viviamo.
Guardiamo al futuro. Il secolo XX volge al suo termine. Guardiamo in
questa direzione e contemporaneamente spingiamoci con lo sguardo oltre alla
storica soglia del secondo millennio. Se ne vanno gradualmente gli uomini che
formarono la loro e la nostra vita comune nel secolo ventesimo e vengono i
nuovi, i giovani, il cui futuro appartiene ormai al successivo millennio.
Dividendo il pane della vigilia, che ci ricorda Cristo, desidero ardentemente
augurare a tutti i miei Connazionali che lo sguardo della loro anima sia
costantemente fisso sul Salvatore del mondo, nato nella notte di Betlemme, a
Cristo che è “la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6), che è “lo stesso ieri,
oggi e sempre” (Eb 13, 8).
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Copyright 1994 - Libreria Editrice Vaticana
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