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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI MEMBRI DEL CORPO DIPLOMATICO ACCREDITATO
PRESSO LA SANTA SEDE PER LA PRESENTAZIONE
DEGLI AUGURI PER IL NUOVO ANNO*

Sabato, 15 gennaio 1994

 

Eccellenze,
Signore e Signori
,

1. “I progetti che faccio per voi sono dei progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro e una speranza”. Così il profeta Geremia riporta le parole ricevute da Dio stesso (cf. Ger 29, 11).

Futuro e speranza. Questi sono i miei auguri per voi, Eccellenze, Signore, Signori, per le vostre famiglie e per le vostre patrie. Voi rappresentate la maggior parte dei popoli della terra. Così, attraverso di voi, saluto tutti i vostri compatrioti, ai quali porgo i miei fervidi auguri affinché siano concesse a ognuno felicità e prosperità, nella libertà e nella giustizia. Questi auguri li formulo anche, con la stessa simpatia, a tutte le nazioni che non sono ancora rappresentate presso la Santa Sede, ma che hanno ugualmente un loro posto nel cuore e nella preghiera del Papa.

Il vostro Decano, il caro Signor Joseph Amichia, ha voluto ricordare, con la sua abituale delicatezza, le mie diverse attività nel corso dell’anno che si è appena concluso. Lo ringrazio vivamente per le sue parole di stima e di auguri così cordiali che mi ha rivolto a vostro nome. Vi vedo un incoraggiamento per tutta la Chiesa Cattolica a continuare a svolgere il suo compito di testimone della fede nella “bontà di Dio” (Tt 3, 4), quella che la festa del Natale ci ha appena rivelato, ancora una volta, nella sua sorprendente freschezza.

2. Poiché il Natale non è altro che la rivelazione dell’amore divino, offerto a tutti gli uomini. È la luce che ha rischiarato la notte di Betlemme; è la Buona Novella annunciata a tutti i popoli, il giorno dell’Epifania. Queste recenti celebrazioni hanno naturalmente indirizzato i nostri pensieri verso la Terra Santa dove Gesù è nato e dove ci siamo recati spiritualmente in pellegrinaggio.

Per la prima volta da lungo tempo, la pace sembra possibile, grazie alla buona volontà dei popoli che vi abitano oggi. I nemici di ieri si parlano e parlano insieme del futuro. La dinamica della Conferenza di Madrid, inaugurata nel 1991, continua a ispirare tutti coloro che si adoperano coraggiosamente per fare in modo che trionfino il dialogo e il negoziato sugli estremismi e sugli egoismi di ogni sorta. Israeliani e palestinesi, figli di Isacco e di Ismaele, hanno aperto una via: tutti i loro amici hanno il dovere di aiutarli a percorrerla fino alla fine. Si tratta di un dovere urgente, poiché perpetuare una situazione d’incertezza e soprattutto di pesanti sofferenze per le popolazioni palestinesi - prove che conosciamo bene - rende più gravi le difficoltà presenti e rischia di allontanare nuovamente i frutti concreti tanto attesi del dialogo avviato.

È in questo contesto di speranza e di fragilità che si collocano i colloqui che hanno permesso allo Stato d’Israele e alla Santa Sede di firmare un accordo su alcuni principi fondamentali atti a regolare le loro relazioni reciproche e a garantire condizioni di esistenza normali alla Chiesa Cattolica che si trova in questo Paese. Non vi è dubbio che tutti i credenti ne trarranno uguale beneficio. Inoltre, la Santa Sede è convinta che questa nuova forma di rapporto con lo Stato d’Israele le consentirà, tutelando la propria specificità spirituale e morale, di aiutare a rafforzare il desiderio di giustizia e di pace di tutti coloro che sono impegnati nel processo di pace. Senza rinunciare a nessuno dei principi che hanno ispirato la sua azione nel passato, continuerà dunque ad operare affinché, nel rispetto del diritto e delle aspirazioni legittime delle persone e dei popoli, si riesca a trovare senza indugio soluzioni ad altre questioni che hanno finora ricevuto solo risposte parziali. È superfluo sottolineare oltre misura che tra queste questioni figura lo statuto della Città Santa di Gerusalemme, alla quale si interessano in primo luogo i credenti delle religioni del Libro.

In realtà, tutta la regione dovrebbe beneficiare di questa felice evoluzione. Penso in particolare al Libano, la cui sovranità e la cui unità non sono ancora adeguatamente garantite. E non dimentico, non lontano da qui, l’Irak, i cui abitanti continuano a pagare molto caro il prezzo della guerra.

3. Guardando più a Oriente, vorrei richiamare la vostra attenzione sull’Afghanistan. Si sono forse dimenticate le sofferenze delle sue popolazioni, prigioniere di divisioni e di violenze che non conoscono tregua. Colgo l’occasione che oggi mi è stata offerta per invitare la comunità internazionale a non disinteressarsi di questo paese e a favorire una soluzione regionale che potrebbe dargli alcune garanzie per il futuro.

Nel continente asiatico vivono popoli laboriosi che si sforzano di sviluppare la loro economia, al prezzo di grandi sacrifici sul piano materiale e umano. Penso al grande popolo della Cina, certamente, ma anche alla nazione vietnamita, di cui dobbiamo accogliere gli sforzi di apertura e di reinserimento internazionali.

Saluto i progressi pacificamente compiuti dalla Cambogia, con il sostegno delle Nazioni Unite, che consentono di guardare al futuro in modo più sereno.

Purtroppo, esistono ancora delle zone d’ombra in questa parte del mondo. Le etnie dello Sri Lanka si affrontano senza pietà. La popolazione del Timor orientale aspira a vedere meglio tutelata la sua identità culturale e religiosa. Gli abitanti dell’Isola di Bougainville, drammaticamente isolata dal resto del mondo, sono vittime di cruenti rivalità. Noi non dovremmo dimenticare le loro prove.

In questa vasta area dell’Estremo Oriente, vivono delle ferventi comunità cattoliche, di un sorprendente vigore apostolico. Molte di esse, lo dico con profondo dolore, vengono oggi ancora ostacolate nelle loro più fondamentali libertà, vittime di discriminazioni inammissibili. Alcune sono ridotte a sopravvivere con difficoltà, non potendo, per esempio, ricorrere all’aiuto di missionari il cui accesso viene reso quasi impossibile da misure amministrative. Ad altre comunità non è concesso di riunirsi per il culto o di diffondere liberamente gli scritti religiosi. Ad altre ancora viene negato il diritto di organizzarsi conformemente al diritto della Chiesa o a mantenere contatti normali con la Sede Apostolica. Ve ne sono persino alcune che conoscono la dura condizione della clandestinità. Richiamando la vostra attenzione su queste dolorose situazioni, desidererei che i responsabili delle nazioni collaborassero generosamente alle necessarie soluzioni, poiché si tratta anche di un problema di giustizia.

4. Lo scorso anno, l’America latina ha continuato a essere una regione tormentata. Certo, con qualche eccezione, i governanti al potere hanno indetto elezioni democratiche. L’inflazione e il fardello del debito sono leggermente diminuiti, anche se i costi sociali sono aumentati e se l’indice di povertà assoluta si è accresciuto.

Questo inizio anno è stato infelicemente segnato da gravi tensioni e dalla violenza che si sono propagate in alcune regioni del Messico. Ci auguriamo che, anche lì, il dialogo prevalga, affinché l’accordo consenta di individuare meglio le cause di questi dolorosi eventi e affinché si possa rispondere nel rispetto reciproco alle legittime aspirazioni delle popolazioni coinvolte.

Non vi sono dubbi che i paesi americani dell’emisfero Sud hanno delle potenzialità umane e materiali ancora inadeguatamente utilizzate. Bisogna favorire strutture di dialogo, come quelle che già esistono (penso per esempio al Gruppo di Contadora o al Mercato Comune del Cono Sud). I vertici regolari tra i capi di Stato e la recente firma dell’accordo di libero scambio tra gli Stati Uniti, il Messico e il Canada si sono venuti ad aggiungere a queste istanze tradizionali. Ci auguriamo che ne derivino dei reali benefici per tutte le popolazioni più bisognose.

È parimenti urgente accelerare la normalizzazione delle situazioni politiche ancora precarie. In Guatemala e in Salvador, il disarmo delle fazioni armate, il reinserimento degli ex combattenti, le riforme politiche e sociali progrediscono troppo lentamente e a volte regrediscono. Un’autentica cultura della pace non si è ancora affermata in questa regione, malgrado gli sforzi realizzati da molti responsabili, in particolare dalla Chiesa Cattolica e dai suoi Pastori. Il Nicaragua vive, anch’esso, una congiuntura preoccupante, poiché le diverse componenti della società non riescono sempre ad accordarsi su un progetto di società che si fondi su valori condivisi da tutti.

Grandi Paesi continuano a essere vittima di mali endemici come il divario sempre più marcato tra ricchi e poveri, la corruzione amministrativa, il terrorismo e il traffico di droga. Tutte queste nazioni, piccole e grandi, hanno bisogno di uno slancio di vigore morale che non dovrebbe essere impossibile, visto che le loro popolazioni professano la fede cristiana.

Significa che la Chiesa Cattolica si sente investita di una responsabilità particolare, come ho avuto occasione di sottolineare durante le mie visite apostoliche in questa parte del mondo. Gli Episcopati, d’altronde, esprimono con vigore i principi essenziali della dottrina sociale cattolica. È necessario che il bene comune sia l’unico obiettivo dei governanti e dei governati, “per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siano veramente responsabili di tutti” (Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 38).

Non possiamo allontanarci da questa regione del globo senza far menzione di due paesi particolarmente provati: Cuba e Haiti.

La popolazione di Cuba sperimenta delle difficoltà materiali particolarmente gravi, dovute a dei fattori interni ed esterni. È importante non lasciare questo Paese nell’isolamento; bisogna aiutare i cubani a riacquistare fiducia in se stessi. Nel loro coraggioso messaggio, “l’amore spera tutto”, i Vescovi hanno indicato una priorità: “Ravvivare la speranza dei cubani”. Tutti noi dobbiamo aiutarli a ritrovarsi unanimi sul cammino verso una società sempre più solidale e più rispettosa dei valori che ognuno porta in sé. In ogni caso, la Chiesa Cattolica a Cuba ha manifestato chiaramente il suo desiderio di offrire al Paese il suo apporto spirituale e morale promuovendo l’educazione al perdono, alla riconciliazione e al dialogo, che sono le fondamenta sulle quali si edifica una società dove ognuno si sente a casa sua.

Non lontano da lì, Haiti continua a vivere interminabili prove. Nel loro recente messaggio di Natale, i Vescovi di Haiti hanno ben descritto le “miserie fisiche e morali che attanagliano il popolo, erodono il corpo sociale e portano alla distruzione del Paese”. Anche ad Haiti, la totale riconciliazione degli spiriti e la rinuncia alle divisioni, che si sono rafforzate in questi ultimi due anni, devono diventare realtà. E ciò avverrà solo mediante il dialogo di tutte le componenti della società. Un dialogo onesto, rispettoso, senza pregiudizi, con un solo e unico fine: perseguire in modo disinteressato l’autentico bene della nazione. Non posso che invitare la comunità internazionale a contribuire per quanto possibile alla rapida realizzazione di un tale disegno. Non si potrebbero imporre agli abitanti di Haiti delle formule politiche già fatte, con il rischio di provocare nuove divisioni. Sono gli stessi abitanti di Haiti che devono costruire il loro futuro, secondo i principi così opportunamente ricordati dall’Episcopato nel messaggio già menzionato: il fine non giustifica i mezzi; la forza non può prevalere sul diritto; la vita politica è inscindibile dalla morale.

5. Soffermiamoci ora a considerare la situazione in Africa, continente che cambia e che attraversa un periodo chiave della sua storia. Numerosi popoli hanno manifestato nuovamente in questi ultimi mesi le loro legittime rivendicazioni pluraliste e democratiche. È una realtà positiva, di cui dobbiamo tener conto. Non possiamo tornare indietro! È di buon auspicio il fatto che numerose nazioni abbiano intrapreso, mediante vie pacifiche, un grande sforzo di rinnovamento istituzionale.

Il processo di pace si sta consolidando in Mozambico, certo lentamente, ma con la prospettiva di elezioni nell’autunno 1994. Il Sud Africa ha coraggiosamente superato gli ultimi ostacoli creati dai riflessi razziali, per fondare una società plurietnica dove ognuno dovrebbe sentirsi responsabile della felicità dell’altro. Nel vicino Oceano Indiano, il Madagascar ha saputo effettuare pacificamente la transizione verso una società democratica. Ci auguriamo che questi esempi siano contagiosi, poiché a troppi Paesi africani viene ancora impedito di impegnarsi lungo il cammino di un rinnovamento politico e sociale.

Il caso dell’Angola è drammatico. Le elezioni sono state seguite dalla ripresa dei combattimenti tra fazioni, e ciò senza riguardo per le scelte della popolazione. Recenti notizie testimoniano, tuttavia, un ritorno al dialogo. Possano gli abitanti dell’Angola comprendere che nessuno uscirà vincitore da tali scontri fratricidi! In ogni caso, il popolo non può che soffrirne, ridotto a condizioni di vita non degne dell’uomo.

Il Burundi ha recentemente visto riaccendersi rivalità etniche che lo hanno fatto ripiombare negli orrori della barbarie e della miseria, indebolendo gravemente le sue più fondamentali strutture istituzionali. Dopo i massacri dello scorso autunno, è giunto il momento del perdono e della riconciliazione. Dio si aspetta ciò dagli abitanti del Burundi. L’elezione di un nuovo Presidente della Repubblica, svoltasi due giorni fa, è di buon augurio.

Non lontano da lì, un vasto Paese dalle considerevoli risorse umane e materiali sta per disgregarsi: lo Zaire. Esso attraversa una crisi politica che potrebbe facilmente degenerare in una guerra civile incontrollabile. Vorrei qui lanciare un appello paterno ma deciso a tutti coloro che hanno una qualche responsabilità nel protrarsi e nel degradarsi della situazione: le cose devono cambiare rapidamente. Nessuna causa e nessuna ambizione può giustificare lo stato di deterioramento istituzionale e materiale nel quale sono costretti a vivere più di trenta milioni di cittadini. Gli interessi delle persone e dei gruppi devono eclissarsi di fronte al bene comune e alle aspirazioni legittime dell’insieme della comunità nazionale. Altrimenti, il caos prevarrà, l’isolamento internazionale sarà più duro e infine il futuro del Paese sarà ipotecato per lunghi anni.

Nel vicino Congo, e anche nel Togo, dobbiamo rammaricarci del fatto che i desideri espressi dalla popolazione non si siano potuti ancora realizzare. Non sono certamente le indecisioni politiche o il ricorso alla forza a poter far germogliare un ordine credibile e motivare la collaborazione delle popolazioni a un progetto di società.

Speriamo anche che il processo di democratizzazione avviato nel Gabon non venga definitivamente frenato e che coloro che detengono il potere abbiano la lungimiranza di permettere a tutti gli abitanti del Gabon di essere essi stessi gli artefici di un futuro migliore.

Ci auguriamo anche che la Nigeria sappia evitare gli autoritarismi affinché le sue popolazioni possano liberamente ritrovarsi intorno a valori comuni: ciò infine renderebbe possibile lo sviluppo delle potenzialità economiche di questo grande Paese nell’ordine e nella stabilità.

Possa la Liberia, che cerca di uscire dalla guerra che la devasta dal 1989, essere aiutata dai suoi alleati tradizionali nei suoi primi passi lungo il cammino della pace e della ricostruzione!

Se volgiamo il nostro sguardo verso l’Est del continente, ci rallegriamo nel vedere l’Eritrea consolidarsi nella stabilità e sperimentare una certa crescita, anche se questa rimane ancora modesta.

Sfortunatamente, rimangono due focolai di guerra, che seminano morte e desolazione: ovviamente penso agli scontri che devastano ancora la Somalia e il Sudan. Ai morti si aggiungono i feriti e il dramma dei profughi, condannati alla precarietà materiale e morale. Come non invitare tutte le parti implicate in questi conflitti, che assumono molto spesso dimensioni tribali, a intraprendere un dialogo serio? Auspico che le competenti Organizzazioni Internazionali si adoperino a rivolgere un appello alle persone e ai gruppi locali più desiderosi di pace e che esse sostengano parimenti le istituzioni capaci di far prevalere in quei luoghi un coraggioso e indispensabile processo di ritorno alla fratellanza. Poiché la pace e la sicurezza possono solo provenire dagli stessi abitanti della Somalia e del Sudan.

Devo ancora ricordare la grave crisi che colpisce l’Algeria. La spirale della violenza armata e l’aumento del terrorismo sembrano aver posto questo paese in una situazione di stallo politico. Occorre che le diverse istanze del popolo algerino si rincontrino. Gli amici di questo grande Paese dovrebbero aiutarlo a instaurare un dialogo leale fra tutti, al fine di uscire dal circolo vizioso del disprezzo, della vendetta e dei massacri. Che sia risparmiata al Mediterraneo, luogo di civiltà per eccellenza, una nuova ferita!

In molti Paesi dell’Africa, ci troviamo dinanzi a nuove forme di intervento dei popoli nella costruzione del loro futuro. Ammettiamo spesso che si tratta di un movimento irreversibile. Ma bisogna che l’alternativa politica non si traduca in una alternanza etnica: sarebbe la prova che nulla sta cambiando. Sono persuaso che l’originalità delle strutture etniche, culturali e sociali dell’Africa possa permettere a ciascuna nazione di ideare il suo proprio stato di diritto e di democrazia. Ciò che urge è porre fine allo Stato di non-diritto che si estende a troppi paesi africani. Converrebbe tener presente questo fattore nello stabilire programmi di cooperazione con quegli Stati. Poiché la cooperazione è sempre necessaria: gli africani devono poter contare sul diversificato aiuto dei loro amici - specialmente dei loro alleati europei - affinché lo sviluppo materiale e tecnico vada di pari passo con il loro sviluppo democratico. È chiaro, in particolare, che essi necessitano di essere sostenuti di fronte al flagello costituito dall’epidemia di Aids, inoltre, per l’accoglienza e il sostentamento dei profughi e dei rifugiati così numerosi in questo continente.

È in questo contesto tormentato del continente che la Chiesa Cattolica celebrerà presto l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per l’Africa. Con l’aiuto di Dio, questo sarà un grande momento di preghiera e di riflessione che permetterà ai cattolici di queste regioni, Pastori e fedeli, di rimettersi alla presenza di Dio per riorganizzare la loro vita personale e collettiva, di guardarsi anche intorno per imparare a vedere in ogni Africano l’essere umano che esso è e non la sua appartenenza etnica. Bisogna costruire ponti e non muri fra le persone, così come fra le nazioni e i diversi gruppi che le compongono.

6. Ed eccoci giunti alle rive del “vecchio continente”, combattuto fra l’integrazione e la frammentazione. Da una parte, infatti, l’Europa possiede una rete di istituzioni pluri-statali che dovrebbero permetterle di portare a termine il suo nobile progetto comunitario. Ma, dall’altra, questa stessa Europa è come debilitata da tendenze al particolarismo che si vanno accentuando e che generano azioni ispirate dal razzismo e dal nazionalismo più primitivi. I conflitti che insanguinano il Caucaso e la Bosnia ed Erzegovina ne sono l’espressione.

Queste contraddizioni europee sembrano aver lasciato i responsabili politici sprovvisti, senza possibilità di gestire queste paradossali tendenze in modo globale e attraverso il negoziato.

È certo che la guerra barbara e ingiustificabile che, da quasi due anni, sta insanguinando la Bosnia ed Erzegovina, dopo aver devastato la Croazia, ha intaccato considerevolmente il capitale di fiducia di cui godeva l’Europa. I combattimenti continuano. Gli estremismi più iniqui continuano ad affermarsi. Le popolazioni sono ancora nelle mani di carnefici senza morale. Civili innocenti divengono sistematicamente bersaglio di cecchini nascosti. Moschee e chiese vengono distrutte. Non si contano più i villaggi svuotati della loro popolazione.

Questa mattina, dinanzi a voi, Signore e Signori, vorrei condannare ancora una volta, nel modo più categorico, i crimini contro l’uomo e l’umanità che vengono perpetrati sotto i nostri occhi. Vorrei ancora appellarmi alla coscienza di ciascuno:

- a tutti coloro che hanno un’arma in mano, chiedo che la depongano; ciò che viene conquistato o eliminato con la forza non fa mai onore a un uomo o alla causa che desidera promuovere;

- alle organizzazioni umanitarie, esprimo la mia ammirazione per il lavoro che compiono, al prezzo di tanti sacrifici, e chiedo loro di andare avanti senza scoraggiarsi;

- supplico i responsabili politici europei di intensificare i loro sforzi di persuasione presso le fazioni in lotta affinché la ragione finisca col prevalere;

- ai popoli dell’Europa, chiedo di non dimenticare assolutamente, per indifferenza o per egoismo, quei fratelli intrappolati in conflitti loro imposti dai capi.

Vorrei condividere con tutti voi una profonda convinzione che è in me: la guerra non è una fatalità; la pace è possibile! È possibile perché l’uomo ha una coscienza e un cuore. È possibile perché Dio ama ognuno di noi, così com’è, per trasformarlo e farlo crescere.

È così che, dopo tanti anni, la pace nell’Irlanda del Nord potrà divenire realtà. Che nessuno la respinga! Dipende dalla buona volontà di ciascuna persona e di ciascun gruppo che la speranza di oggi non sia che un’illusione.

Sarebbe scandaloso, infatti, vedere l’Europa rassegnarsi e accettare che il diritto sia definitivamente schernito, che l’ordine internazionale sia posto in ridicolo dall’azione di bande armate, che dei progetti di società siano concepiti in funzione della supremazia di una nazionalità. Il fatto che l’Organizzazione delle Nazioni Unite abbia istituito un tribunale per giudicare i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità perpetrati nella vecchia Federazione jugoslava è un segno che si è sempre più consapevoli dell’ignominia che in essa si consuma. Alcuni chiedono addirittura la costituzione di un Tribunale internazionale permanente incaricato di giudicare i crimini contro l’umanità. Ciò non dimostra forse che, lungi dal progredire, la società internazionale rischia seriamente di regredire?

7. Se riflettiamo su ciò che è alla base dei comportamenti collettivi che abbiamo appena ricordato in Africa o in Europa, scopriamo facilmente la presenza di nazionalismi esacerbati. E non si tratta in quel caso di amore legittimo per la patria o di stima per la sua identità, ma di un rifiuto dell’altro nella sua diversità per meglio imporsi a lui. Tutti i mezzi sono buoni: l’esaltazione della razza che giunge fino a identificare nazione ed etnia; la sopravvalutazione dello Stato che pensa e decide per tutti; l’imposizione di un modello economico uniforme; il livellamento delle specificità culturali. Ci troviamo dinanzi a un nuovo paganesimo: la divinizzazione della nazione. La storia ha dimostrato che, dal nazionalismo, si passa velocemente al totalitarismo e che, quando gli Stati non sono più uguali, le persone finiscono, anch’esse, per non esserlo più. Così la solidarietà naturale fra i popoli viene annientata, il senso delle proporzioni stravolto, il principio dell’unità del genere umano disprezzato.

La Chiesa Cattolica non potrebbe accettare una simile visione delle cose. Universale per natura, essa è al servizio di tutti e non si identifica mai con una comunità nazionale particolare. Essa accoglie in sé tutte le nazioni, tutte le razze, tutte le culture. Essa si ricorda - anzi, si sente depositaria - del disegno di Dio per l’umanità: riunire tutti gli uomini in una stessa famiglia. E ciò perché Egli è Creatore e Padre di tutti. Ecco perché, ogni volta che il cristianesimo - sia di tradizione occidentale che orientale - diviene lo strumento di un nazionalismo, è come ferito nel suo stesso cuore e reso sterile.

Il mio predecessore Papa Pio XI aveva già stigmatizzato queste gravi deviazioni nel 1937 nella sua Enciclica Mit brennender Sorge, quando affermava: “Chi peraltro distacca la razza o il popolo, o lo Stato, o una sua determinata forma, o i rappresentanti del potere statale, o altri elementi fondamentali della società umana . . . divinizzandoli con culto idolatrico perverte e falsifica l’ordine da Dio creato e imposto” (cf. AAS 29 [1937] 149).

L’Europa è ormai composta in maggioranza da Stati di piccole o medie dimensioni. Ma tutti hanno il proprio patrimonio di valori, la stessa dignità e gli stessi diritti. Nessuna autorità può limitare i loro diritti fondamentali, a meno che essi non mettano in pericolo quelli di altre nazioni. Se la comunità internazionale non arriva ad accordarsi sui mezzi per risolvere alla fonte il problema delle rivendicazioni nazionaliste, si può prevedere che interi continenti saranno come dilaniati e si ritornerà progressivamente a rapporti di potenza a causa dei quali le persone saranno le prime a soffrire. Poiché i diritti dei popoli vanno di pari passo con i diritti dell’uomo.

8. Vorrei ricordare a tale proposito, dinanzi a diplomatici qualificati come voi, la grande responsabilità che grava su coloro che amministrano la cosa pubblica. Essi sono innanzitutto i servitori dei loro fratelli, e, in un mondo incerto come il nostro, questi ultimi li considerano come punti di riferimento. Nella mia ultima Enciclica, ho ricordato che “la trasparenza nella pubblica amministrazione, l’imparzialità nel servizio della cosa pubblica, il rispetto dei diritti degli avversari politici, la tutela dei diritti degli accusati contro processi e condanne sommarie, l’uso giusto e onesto del pubblico denaro, il rifiuto di mezzi equivoci o illeciti per conquistare, mantenere e aumentare ad ogni costo il potere, sono principi che trovano la loro radice prima [ . . .] nel valore trascendente della persona e nelle esigenze morali oggettive di funzionamento degli Stati” (Giovanni Paolo II, Veritatis splendor, 101).

In troppe società, comprese quelle europee, i responsabili sembrano aver abdicato dinanzi alle esigenze di un’etica politica che tenga conto della trascendenza dell’uomo e della relatività dei sistemi di organizzazione della società. È tempo che si ritrovino unanimi per conformarsi a certe esigenze morali che concernono sia i poteri pubblici che i cittadini. A questo proposito, scrivevo nella stessa Enciclica: “Di fronte alle gravi forme di ingiustizia sociale ed economica e di corruzione politica di cui sono investiti interi popoli e nazioni, cresce l’indignata reazione di moltissime persone calpestate e umiliate nei loro fondamentali diritti umani e si fa sempre più diffuso e acuto il bisogno di un radicale rinnovamento personale e sociale capace di assicurare giustizia, solidarietà, onestà, trasparenza” (Ivi, 98).

In questa difficile, ma tanto necessaria opera di sollevamento morale, i cattolici, con gli altri credenti, sono chiamati ad assumersi le proprie responsabilità di testimoni. La presenza di cattolici nella gestione delle società fa parte della dottrina sociale della Chiesa, e le autorità civili così come i cittadini devono poter contare su di essa. Si tratta di una forma di annuncio del Vangelo e dei valori che esso racchiude, utile, ossia necessaria per la costruzione di una società più umana. Sono persuaso che, come hanno saputo fare ieri in tanti Paesi della vecchia Europa, i cristiani sapranno ancora impegnarsi politicamente e socialmente per dire, e ancor più per dimostrare, con la loro generosità e il loro disinteresse, che non siamo i creatori del mondo. Noi lo riceviamo al contrario di Dio che lo crea e ci crea. Noi non siamo quindi altro che degli intendenti che, nel rispetto del disegno di Dio, devono valorizzare dei beni al fine di condividerli. Vorrei citarvi queste forti parole di San Paolo: “Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà... mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri.. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!” (Gal 5, 13-15).

9. Dopo aver conosciuto per troppi anni una divisione che gli è stata imposta da ideologie riduttive, il mondo non potrà conoscere adesso il tempo delle esclusioni! È al contrario il tempo dell’incontro e della solidarietà fra l’Est e l’Ovest, fra il Nord e il Sud. Dando uno sguardo a questo mondo di oggi, come abbiamo fatto, non possiamo che constatare con amarezza che troppi uomini sono ancora vittima dei loro fratelli. Ma non possiamo rassegnarci a ciò.

Entrati nell’anno che l’Organizzazione delle Nazioni Unite dedica alla Famiglia, facciamo sì che l’umanità somigli sempre più a una vera famiglia in cui ognuno si senta ascoltato, apprezzato e amato, in cui ciascuno sia pronto a sacrificarsi affinché l’altro cresca, in cui nessuno esiti ad aiutare chi è più debole. Sappiamo ascoltare l’appello dell’Apostolo Giovanni: “Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?” (1 Gv 3, 17).

In questo periodo del Natale, l’inaudita tenerezza di Dio è offerta ad ogni uomo; il Bambino del presepe la rappresenta così bene! Ognuno di noi è esortato all’audacia della fraternità. È questo il mio augurio più caro, a ciascuno di voi, a ciascuno dei vostri compatrioti, a tutte le nazioni della terra.


*L'Osservatore Romano 16.1.1994 p.6.

 

© Copyright 1994 - Libreria Editrice Vaticana

 

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