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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PRESULI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DEL
GUATEMALA IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Venerdì, 4 marzo 1994

 

Cari fratelli nell’Episcopato,

1. Siate i benvenuti in questo incontro collegiale, che è per me motivo di profonda gioia, e con il quale culmina la vostra visita “ad limina Apostolorum”, la quale - con le parole del Concilio Vaticano II - è segno di comunione con la Sede Apostolica, in continuità con “l’antichissima disciplina, secondo cui i Vescovi di tutto il mondo comunicano fra di loro e con il Vescovo di Roma, nel vincolo della carità, dell’unità e della pace” (Lumen gentium, 22). Si tratta inoltre di un pellegrinaggio alle origini della Chiesa per venerare le tombe degli apostoli Pietro e Paolo come espressione dell’indissolubile unità nell’amore di Cristo, il Pastore supremo (cf. 1 Pt 5, 4).

In voi saluto le Chiese particolari del Guatemala affidate alla vostra cura pastorale e, in modo particolare, quanti condividono con voi in modo più diretto la missione dell’evangelizzazione: sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose, catechisti e laici impegnati. Assicuro a tutti gli amati figli del Guatemala il mio ricordo costante nella preghiera e allo stesso tempo formulo ferventi voti affinché il Signore renda molto feconda la loro opera apostolica nell’ambito della nuova evangelizzazione.

2. Nel vostro documento collettivo “500 anni seminando il Vangelo” affermate: “In quest’ora privilegiata della Storia aderiamo con rinnovato entusiasmo al progetto della Nuova Evangelizzazione e invitiamo tutti gli uomini e le donne di buona volontà a costruire una società più giusta, umana, fraterna e democratica” (Introduzione). Come ho indicato nel discorso inaugurale della IV Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano a Santo Domingo “in realtà, il richiamo alla Nuova Evangelizzazione è prima di tutto un richiamo alla conversione. Infatti, attraverso la testimonianza di una Chiesa sempre più fedele alla sua identità e più viva in tutte le sue manifestazioni, gli uomini e i popoli dell’America Latina e di tutto il modo potranno continuare ad incontrare Gesù Cristo, e in lui la verità della loro vocazione e della loro speranza, il cammino verso un’umanità migliore” (n. 1). La Nuova Evangelizzazione dovrà quindi preservare le ricchezze spirituali del vostro popolo e favorire in tutti una conversione sempre più coerente con il Vangelo; essa deve portare tutti i fedeli a penetrare sempre più il mistero di Cristo.

3. “L’intero mistero di Cristo” (Christus Dominus, 12), cari Fratelli, deve essere sempre il punto centrale della vostra azione evangelizzatrice. Le grandi verità della fede, che la liturgia ci ricorda ciclicamente, devono essere proposte al popolo cristiano in modo vivo, attuale e attraente per suscitare una maggiore partecipazione personale e comunitaria e rafforzare così la ferma adesione ai misteri che si celebrano. Quando il Vescovo offre il sacrificio eucaristico e celebra i sacramenti, trasmette ciò che egli stesso ha ricevuto dalla tradizione che viene dal Signore (cf. 1 Cor 11, 25) e in tal modo edifica la Chiesa. È quindi necessario che tali celebrazioni occupino un posto prioritario nell’azione pastorale e nella vita dei fedeli. Mediante la proclamazione della Parola, l’amministrazione dei sacramenti e gli altri mezzi di santificazione si vedrà rafforzata la radicata religiosità del popolo guatemalteco e ciò sarà la migliore garanzia per affrontare le gravi sfide che oggi si presentano alla Chiesa e alla stessa società. Formulo ferventi voti affinché la celebrazione del IV centenario del Santo Cristo di Esquipulas, che avrà luogo il prossimo anno, sia occasione propizia per un profondo rinnovamento spirituale, basato su una partecipazione più attiva e cosciente alla vita liturgica e sacramentale, e promuova nelle diocesi e nelle parrocchie, nelle comunità e nei movimenti apostolici, un vigoroso dinamismo nei compiti della Nuova Evangelizzazione.

Voi, come “veri e autentici maestri della fede, i pontefici e i pastori” (Christus Dominus, 2), siete stati posti da Dio per insegnare con autorità la verità rivelata, la quale adempie alla funzione di vigilanza per prevenire gli errori. Perciò, vi ricordo vivamente che nell’esercizio della vostra missione magisteriale realizzate anche un sereno e autentico discernimento dottrinale e pratico per illuminare e guidare gli agenti di pastorale e tutti i fedeli. Una riflessione teologica che alterasse la Parola di Dio con riduzioni arbitrarie e riletture soggettive non potrebbe essere accettata dalla Chiesa, anche se con ciò si volesse denunciare l’ingiustizia, poiché “L’annuncio è sempre più importante della denuncia, e questa non può prescindere da quello, che le offre la vera solidità e la forza della motivazione più alta” (Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 41).

4. Guardando alla realtà del vostro Paese con gli occhi della fede, avete instancabilmente sottolineato la necessità di riconciliazione e di perdono, in uno sforzo comune per conseguire, attraverso il dialogo e i mezzi pacifici, il superamento dello scontro armato e dei persistenti antagonismi, degli squilibri e degli interessi contrapposti, che ostacolano il processo di pace.

La causa della giustizia e della pace è pienamente portata avanti dalla Chiesa nel suo servizio agli uomini, in particolare, ai più bisognosi. Una causa integrata nella sua dottrina sociale “per favorire sia la corretta impostazione dei problemi che la loro migliore soluzione” (Ivi, 41) al fine di ottenere “uno sviluppo autentico dell’uomo e della società che rispetti e promuova in tutta la sua dimensione la persona umana” (cf. Ivi, 41). Essere seminatori di giustizia e di pace significa difendere e diffondere i loro postulati a tutti i livelli e, allo stesso tempo, segnalare le loro violazioni come qualcosa di contrario al Vangelo e alla dignità della persona. Per questo, gli obbiettivi della giustizia e della pace non solo esigono che si combattano le strutture che si oppongono loro, ma anche il peccato personale, soprattutto l’egoismo, che è alla base degli scontri e delle strutture ingiuste.

“Chi non pratica la giustizia non è da Dio, né lo è chi non ama il suo fratello” (Gv 3, 10). Seminare la giustizia significa per il cristiano trarre dalla propria fede e dai principi del Vangelo la forza e l’ispirazione per cambiare le situazioni concrete con metodi evangelici, ossia mediante il dialogo, la solidarietà e l’amore. Per questo è sempre riprovevole il ricorso alla violenza e all’odio come mezzi per conseguire una meta di pretesa giustizia.

In questo ambito acquista particolare rilievo la menzionata Lettera pastorale collettiva, con la quale avete fatto un pressante appello a favore di una fascia del vostro popolo particolarmente afflitta dalla povertà e dall’abbandono: gli indigeni. Conosco la sollecitudine pastorale con la quale avete intrapreso la missione di rendere ogni giorno più presente Gesù Cristo in mezzo alle comunità indigene, che rappresentano più della metà della popolazione guatemalteca. La Chiesa non può rimanere in silenzio né passiva dinanzi all’emarginazione di molti di questi nostri fratelli; per questo, li accompagna seguendo in ogni momento i criteri di pace e di amore del Vangelo, in particolare quando si tratta di difendere i legittimi diritti alle loro proprietà, al lavoro, all’educazione e alla partecipazione alla vita pubblica del Paese. Motivo di consolazione è constatare che numerosi rifugiati sono ritornati in Guatemala e, anche se non senza difficoltà, si stanno reintegrando nella vita cittadina. Portate loro quindi il saluto e la benedizione del Papa, in particolare a quanti soffrono ancora per la separazione dalla loro patria e dai loro cari.

5. Motivo di particolare preoccupazione, nella vostra sollecitudine di Pastori, è il proliferare delle sette, che seminano confusione tra i fedeli e deformano il contenuto del messaggio evangelico. È certo che le persistenti campagne proselitiste di movimenti e gruppi “pseudospirituali” - come li definisce il documento di Puebla n. 628 - cercano innanzitutto di disgregare l’unità cattolica del vostro popolo. Come ho indicato nel discorso inaugurale della IV Conferenza dell’Episcopato latinoamericano “al preoccupante fenomeno delle sette bisogna reagire con un’azione pastorale che ponga al centro di tutta la persona la sua dimensione comunitaria e il suo anelito ad un rapporto personale con Dio”. È un fatto che là dove la presenza della Chiesa è dinamica, come nel caso delle parrocchie in cui si impartisce un’assidua catechesi sulla Parola di Dio, là dove esistono una liturgia attiva e partecipata, una solida pietà mariana, un’effettiva solidarietà nel campo sociale, una forte sollecitudine pastorale per la famiglia, per i giovani e per i malati, vediamo che le sette e i movimenti para-religiosi non riescono ad attecchire e a svilupparsi” (Giovanni Paolo II, Apertura dei lavori della IV Conferenza Generale dell'Episcopato latino-americano,Santo Domingo, 12 ottobre 1992, n. 12: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XV, 2 (1992) 323).

6. In questo Anno della Famiglia desidero rivolgere, attraverso di voi uno speciale messaggio di incoraggiamento e di speranza alle care famiglie guatemalteche. Ad esse, che sono i santuari dell’amore e della vita (cf. Giovanni Paolo II, Centesimus annus, 39), rivolgo un’esortazione affinché siano autentiche “chiese domestiche”, luogo di incontro con Dio, centro di diffusione della fede, scuola di vita cristiana. Come ho evidenziato nella recente Lettera che ho rivolto alle famiglie del mondo “la famiglia è il centro e il cuore della civiltà dell’amore” (Giovanni Paolo II, Gratissimam Sane, n. 13) “L’avvenire dell’umanità passa attraverso la famiglia! È, dunque, indispensabile ed urgente, che ogni uomo di buona volontà si impegni a salvare e a promuovere i valori e le esigenze della famiglia” (Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, Conclusione).

Sono ben noti i problemi che ai nostri giorni insidiano il matrimonio e l’istituzione familiare: divorzio, aborto, campagne anti-natalità - in contrapposizione all’autentitica paternità responsabile (cf. Gaudium et spes, 50-51) - unioni consensuali libere, deterioramento dei principi etici e morali. Per questo è necessario presentare con autenticità l’ideale della famiglia cristiana, basato sull’unità e sulla fedeltà dei coniugi, aperto alla fecondità, guidato e illuminato dall’amore. Esorto quindi tutti a insistere nella difesa della dignità di ogni vita umana, nell’indissolubilità del matrimonio, nella fedeltà dell’amore coniugale, nell’educazione dei bambini e dei giovani secondo i principi cristiani di fronte a ideologie cieche che negano la trascendenza e che la storia recentemente ha svilito mostrando il loro vero volto. Che in seno ai focolari cristiani, i giovani, che sono la grande forza e speranza di un popolo, possano scoprire ideali alti e nobili che appaghino le ansie dei loro cuori e li allontanino dalla tentazione di una cultura non solidale e senza orizzonti che conduce irrimediabilmente al vuoto e allo scoraggiamento.

7. Cari fratelli, ringrazio fervidamente Dio per avermi permesso di condividere con voi la sollecitudine pastorale che anima il vostro ministero per il bene della Chiesa in Guatemala. Vi assicuro della mia preghiera e della mia partecipazione spirituale ai vostri lavori apostolici. Già sapete che per ottenere il miglior risultato nella vostra opera evangelizzatrice, è importantissimo camminare uniti, rafforzando tra voi, Pastori, la comunione di volontà e propositi che già vi anima. L’unità tra i Vescovi è garanzia di efficacia apostolica e testimonianza di fedeltà alla volontà di Cristo, che prega incessantemente “perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola perché il mondo creda che mi hai mandato” (Gv 17, 21). L’unità - affettiva ed effettiva - tra i Vescovi di una stessa Nazione è oggi più necessaria che mai, in particolare tenendo conto delle urgenti sfide che dovete affrontare. Questa costante unità, voluta da Cristo, non si fonda su semplici motivazioni umane, ma nasce dalla comune esigenza di essere degni Pastori della Chiesa di Dio, e deve manifestarsi anche nel vostro operato collegiale. Ogni Vescovo ha, certamente, la sua propria esperienza pastorale e può considerare un determinato problema da un diverso punto di vista. Tuttavia, dinanzi alle sfide dell’ora attuale “l’amore del Cristo ci spinge” (2 Cor 5, 14) a cercare sempre ciò che ci unisce dando in tal modo testimonianza di un’opera apostolica unitaria per la costruzione del Regno di Dio e per l’edificazione spirituale della propria comunità diocesana. Per quanto si riferisce alla collegialità, il Concilio Vaticano II ci ricorda che “specialmente ai nostri tempi i Vescovi spesso difficilmente sono in grado di svolgere in modo adeguato e con frutto il loro mandato, senza una cooperazione sempre più stretta e concorde con gli altri Vescovi” (Christus Dominus, 37). Lo stesso spirito di comunione e di collaborazione deve esistere e crescere anche tra voi e i presbiteri, ai quali è stato affidato il compito giornaliero di guidare il popolo cristiano. Accompagnateli con affetto paterno e con fiducia. Condividete i loro problemi e il loro anelito apostolico.

Prima di concludere, desidero ringraziarvi vivamente per la vostra dedizione pastorale in fedeltà a nostro Signore Gesù Cristo. Già sono trascorsi dieci anni dalla mia visita pastorale in Guatemala, Paese di cui conservo indimenticabili ricordi e per cui nutro un profondo affetto. Ancora ricevo lettere dai vostri fedeli nelle quali essi evocano gli indimenticabili incontri di quei giorni. Consentitemi oggi di reiterare l’esortazione ad amare la Chiesa, che ho rivolto durante la Celebrazione Eucaristica al Campo di Marte, dove si riunì la più grande assemblea di persone fino ad allora conosciuta in America Centrale: “dovete amare sempre questa Chiesa che con lo sforzo dei suoi figli migliori, contribuì tanto a formare la vostra personalità e libertà; che è stata presente negli avvenimenti più gloriosi della vostra storia; che è stata e continua ad essere al vostro fianco quando vi arride la sorte o v’opprime il dolore; che ha tentato di scacciare l’ignoranza gettando, per mezzo delle sue scuole, dei suoi collegi e delle università, la luce dell’educazione sulla mente e il cuore dei suoi figli; che ha levato, e continua a levare la sua voce per condannare ingiustizie, per denunciare soprusi contro i più poveri e umili non in nome di ideologie - di qualsiasi segno - ma in nome di Cristo, del suo Vangelo, del suo messaggio di amore e di pace, di giustizia, di verità e libertà” (Giovanni Paolo II, , Celebrazione della Parola nel Campo di Marte in Guatemala, 7 marzo 1983, n. 4: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI, 1 (1983) 621 s.).

8. Che lo Spirito Santo che ci è stato infuso in modo particolare con l’ordinazione episcopale vi renda ogni giorno più fedeli e audaci per annunciare la speranza della salvezza mediante la Parola di verità e per riunire i fedeli delle vostre diocesi in un’autentica comunione di vita ecclesiale. Che la santissima Vergine, che è vita, dolcezza e speranza nostra, ottenga per voi dal suo divino Figlio, Principe della Pace, l’anelato dono della pace, che ponga fine agli scontri e faccia regnare in tutti i cuori sentimenti di solidarietà e di amore cristiano.

Con questi desideri, vi imparto la benedizione apostolica che estendo con gioia ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose, ai catechisti e a tutti gli amatissimi figli delle vostre Chiese particolari.

 

© Copyright 1994 - Libreria Editrice Vaticana

 

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