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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI MEMBRI DELLA PENITENZIERIA APOSTOLICA E
AI PADRI PENITENZIERI DELLE BASILICHE ROMANE

Sala Clementina - Sabato, 12 marzo 1994

 

1. Ringrazio il Signore, che anche quest’anno mi offre la gioia della vostra presenza: di Lei, Signor Cardinale Penitenziere Maggiore, che ringrazio per i sentimenti espressi nell’indirizzo rivoltomi; di voi, Prelati ed Officiali della Penitenzieria, Padri Penitenzieri ordinari e straordinari delle Basiliche patriarcali dell’Urbe. Sono lieto di accogliere anche voi, giovani Sacerdoti o prossimi ordinandi al Presbiterato, che anticipate nel desiderio il vostro sacro ministero, e che perciò, in rapporto ad una delle più alte e delicate attuazioni di esso, vi siete voluti specificamente preparare profittando del corso sul foro interno, che ogni anno la Penitenzieria Apostolica organizza e svolge.

Questa gioia deriva, in primo luogo, dalla constatazione della vostra sincera devozione alla Cattedra di Pietro, la cui “potior principalitas” il Cardinale Baum ha ricordato rifacendosi alla veneranda testimonianza di Ireneo. È una gioia che scaturisce poi dall’opportunità che il nostro incontro mi offre di tornare su temi attinenti al sacramento della Penitenza, sempre di vitale importanza per la Chiesa e oggi di speciale attualità.

2. Mentre apro il mio animo riconoscente ai Membri della Penitenzieria e ai Padri Penitenzieri, perché dedicano il meglio delle loro energie alla pastorale della Riconciliazione, sottolineo che l’esistenza di un Dicastero con tale specifico compito, e la destinazione a tempo pieno di tanti Sacerdoti, appartenenti a illustri Famiglie religiose, a questo ministero nelle principali Basiliche di Roma indicano il posto privilegiato che la Santa Sede attribuisce a questa funzione sacramentale.

Mi è caro specificare che il ringraziamento va, oltre che ai singoli Padri Penitenzieri, anche alle loro Famiglie religiose, perché esse, ben comprese di questa esigenza e del singolare frutto di bene che ne consegue, in armonica cooperazione con la Penitenzieria Apostolica e sulla base di secolari disposizioni emanate dai Sommi Pontefici, generosamente provvedono, a costo di sacrificio, i soggetti idonei, e con superiore spirito subordinano certe peculiarità delle loro consuetudini al preminente compito assegnato dalla Santa Sede.

3. Desidero ancora mettere in rilievo la vostra provenienza dai vari Continenti. Questa circostanza corrisponde all’intenzione del Papa di far pervenire a tutti i confessori del mondo la sua meditazione, la sua raccomandazione, la sua speranza a proposito del ministero della Riconciliazione. Esso deve essere protetto nella sua sacralità, oltre che per i motivi teologici, giuridici, psicologici, sui quali mi sono intrattenuto nelle precedenti analoghe allocuzioni, anche per il rispetto amoroso dovuto al suo carattere di rapporto intimo tra il fedele e Dio. È Dio infatti Colui che il peccato offende ed è ancora Dio che perdona il peccato, Lui che scruta “ciò che è nell’uomo”, cioè la coscienza personale, e si degna di associarsi in questo colloquio risanatore e santificatore l’uomo Sacerdote, elevandolo alla ineffabile prerogativa di agire “in persona Christi”.

Avendo Nostro Signore Gesù Cristo stabilito che il fedele accusi i suoi peccati al ministro della Chiesa, con ciò stesso ha sancito, l’incomunicabilità assoluta dei contenuti della confessione rispetto a qualunque altro uomo, a qualunque altra autorità terrena, in qualunque situazione. La disciplina canonica vigente regola questo diritto/dovere, fondato sulla divina istituzione, con i canoni 728 § 1, n. 1, e 1456 § 1, del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, per le Chiese di quel Rito e, per la Chiesa di Rito Latino, con i canoni 983 e 1388 del Codice di Diritto Canonico. Ed è molto significativo che il nuovo Codice, pur avendo mitigato in quasi tutte le altre sfere del diritto penale le sanzioni contro i trasgressori, a questo proposito invece ha mantenuto in vigore le massime pene.

4. Al Sacerdote che riceve le confessioni sacramentali è fatto divieto, senza eccezione, di rivelare l’identità del penitente e le sue colpe; e precisamente, per quanto riguarda le colpe gravi, il Sacerdote non può farne parola nemmeno nei termini più generici; per quanto riguarda le colpe veniali, non può assolutamente manifestarne la specie, tanto meno l’atto singolare.

Non basta però rispettare il silenzio per quanto attiene alla identificazione della persona e delle sue colpe: bisogna rispettarlo anche evitando qualunque manifestazione di fatti e circostanze, il cui ricordo, pur non trattandosi di peccati, può spiacere al penitente, specialmente se il farne parola gli comporta un inconveniente: si veda in proposito il Decreto del S. Uffizio (Denz,. 2195) che condanna categoricamente non solo la violazione del sigillo, ma anche l’uso della scienza acquisita in confessione, quando ciò comporta comunque il “gravamen paenitentis”. Tale assoluto segreto riguardo ai peccati e la doverosa rigida cautela per gli altri fattori qui ricordati legano il Sacerdote non solo vietando una ipotetica rivelazione a terze persone, ma anche l’accenno dei contenuti della confessione allo stesso penitente fuori del sacramento, salvo esplicito, e tanto meglio se non richiesto, consenso da parte di lui.

5. Direttamente questa totale riservatezza è a beneficio del penitente. Di conseguenza, non sussiste per lui né peccato né pena canonica, se spontaneamente e senza provocare danni a terzi rivela fuori confessione quanto ha accusato. Ma è evidente che, almeno per un patto implicito nelle cose, per un dovere di equità, e, vorrei dire, per un senso di nobiltà verso il Sacerdote confessore, egli deve a sua volta rispettare il silenzio su ciò che il confessore, confidando nella sua discrezione, gli manifesta all’interno della confessione sacramentale.

A questo riguardo, è mio dovere richiamare e confermare quanto, mediante Decreto della Congregazione per la Dottrina della Fede (cf. AAS 80 [1988] 1367), è stato disposto per reprimere ed impedire l’oltraggio alla sacralità della confessione, perpetrato mediante i mezzi di comunicazione sociale.

Debbo inoltre deplorare alcuni disdicevoli e dannosi episodi di indiscrezione che, in questa materia, si sono verificati di recente con sconcerto e pena dei fedeli: “Ne transeant in exemplum!”.

6. Considerino qui i Sacerdoti che le loro leggerezze ed imprudenze in questo campo, anche se non toccano gli estremi previsti dalla legge penale, producono scandalo, scoraggiano i fedeli dall’accostarsi al sacramento della Penitenza, oscurano una gloria due volte millenaria che ha avuto anche i suoi martiri: ricordo per tutti San Giovanni Nepomuceno.

Considerino a loro volta i fedeli che si accostano al sacramento della Penitenza, che, chiamando in causa il Sacerdote confessore, attaccano un uomo senza difesa: la divina istituzione e la legge della Chiesa lo obbligano infatti al totale silenzio “usque ad sanguinis effusionem”.

Confido che per nessuno dei presenti valga, grazie a Dio, il rimprovero; ma per tutti vale il monito, e tutti dobbiamo con assidua preghiera implorare l’eroismo di una fedeltà incontaminata al sacro silenzio.

Per non rimanere solo con questa impressione negativa, vorrei aggiungere le cose positive che si vedono, soprattutto la grande affluenza dei penitenti che si confessano a Roma e altrove, specialmente nei Santuari. C’è una rinascita del Sacramento, soprattutto tra i giovani, come si è notato nelle Giornate Mondiali della Gioventù, specialmente a Denver.

Se non mancano i penitenti, non mancano nemmeno i confessori. Se una volta si poteva temere che il Sacramento della Riconciliazione stesse per essere dimenticato, oggi si assiste ad una sua rinascita.

Questo vuol dire che lo Spirito Santo è sempre presente ed opera attraverso di noi, opera sopra di noi, trova le sue strade e noi dobbiamo ricevere i frutti del suo lavoro.

Per questo mi rallegro. Vorrei che il nostro incontro di oggi fosse anche un incontro di gioia, fosse un incontro pre-pasquale, con i voti pasquali che sono sempre di grande gioia per la Risurrezione.

La Risurrezione è sempre presente nel Sacramento della Penitenza e tanti risorgono, anche i grandi peccatori. È merito di molti movimenti che hanno suscitato la consapevolezza dell’importanza del Sacramento della Penitenza e del perdono anche nei criminali o nei brigatisti. Io ho parlato con queste persone.

Dobbiamo sempre ritornare alla sacra memoria dei grandi confessori della Chiesa come erano San Giovanni Nepomuceno, il Curato d’Ars, Jean-Marie Vianney, e come è stato Padre Pio nei nostri tempi. Anche a Roma si conoscono molti grandi confessori del passato e del presente fra i diversi Padri delle Congregazioni religiose. Ci sono veri martiri del confessionale in diverse chiese romane come nella Basilica di San Pietro.

Affido alla misericordia di Gesù, Sommo ed Eterno Sacerdote e alle preghiere di Maria SS.ma, Madre della Chiesa e Rifugio dei peccatori, queste esortazioni e questi voti, mentre, quale pegno di costante affetto, a tutti imparto la mia benedizione.

 

© Copyright 1994 - Libreria Editrice Vaticana

 

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