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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AD UN GRUPPO DI PRESULI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE
DEL PERÙ IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Sabato, 17 settembre 1994

 

Amatissimi Fratelli nell’Episcopato,

1. Nell’accogliervi con grande gioia in questo incontro collettivo della visita ad Limina, vi porgo il mio più cordiale e fraterno saluto e mediante voi desidero salutare anche i sacerdoti, i religiosi, le religiose, e i laici impegnati, che con generosa dedizione, non priva di sacrifici, contribuiscono a edificare il Regno di Dio in Perù.

Ringrazio vivamente Mons. Lorenzo León Alvarado, Vescovo di Huacho, per le cordiali parole che mi ha rivolto a nome di tutti e desidero esprimere nuovamente il mio apprezzamento per la vostra generosa dedizione al servizio delle comunità ecclesiali che il Signore vi ha affidato.

2. La vostra missione ecclesiale viene indicata chiaramente dal Concilio Vaticano II: “Anche i Vescovi, posti dallo Spirito Santo, succedono al posto degli apostoli come pastori delle anime e, insieme con il Sommo Pontefice e sotto la sua autorità, hanno la missione di perpetuare l’opera di Cristo, pastore eterno . . . per virtù dello Spirito Santo, che loro è stato dato, sono divenuti i veri e autentici maestri della fede, i Pontefici e i pastori” (Christus Dominus, 2).

In quanto maestri della fede, l’insegnamento della verità fa parte della sublime missione che, oggi e per sempre, siete chiamati a svolgere instancabilmente in un mondo così desideroso di ciò che è autentico e minacciato da tanti errori. Per questo dobbiamo presentare con coraggio ai nostri fratelli la Verità, che è Gesù Cristo stesso (cf. Gv 14, 6).

Come ho indicato nell’Enciclica Veritatis splendor “promuovere e custodire nell’unità della Chiesa, la fede e la vita morale è il compito affidato da Gesù agli apostoli (cf. Mt 28, 19-20), che prosegue nel ministero dei loro successori” (Giovanni Paolo II, Veritatis splendor, n. 27).

La predicazione integra della verità rivelata, in conformità alla Tradizione, con la parola e con la testimonianza della propria vita, è il cammino più adatto a realizzare e a vivere l’unità della Chiesa, tanto desiderata dal nostro Salvatore (cf. Gv 11, 23) e della quale noi siamo i primi servitori. Non si può pertanto accettare nessuna forma di riduzionismo che taccia aspetti importanti dell’ordine soprannaturale, del contenuto della fede e delle norme morali al fine di ottenere una coesione che per questo cammino sarebbe solo apparente o esterna e falserebbe la missione della Chiesa esaltando solo valori etici, sociologici, economici o culturali.

L’unione dei Pastori fra di loro e con il Sommo Pontefice, così come quella che deve esistere con i fedeli, rivela quel volto misterioso della Chiesa che è comunione. Per questo, radicati nella verità di Gesù Cristo, dobbiamo vivere dando sempre una testimonianza coerente di unità affinché il mondo creda che Egli è stato mandato dal Padre (cf. Gv 17, 21), il Redentore degli uomini. Non si tratta di un’unità qualsiasi, come potrebbe esserlo quella derivante da sentimenti meramente umani, ma si tratta di un’unità che nasce dall’adesione alla Parola della Verità, ossia alla persona stessa di Gesù Cristo e al suo messaggio, animata e vivificata dall’azione dello Spirito Santo. Nel nostro sforzo per consolidare sempre questa unità, i fedeli troveranno assistenza e aiuto lungo il cammino della salvezza, e le nostre opere avranno efficacia auspicata.

L’unità, alimentata ogni giorno nella celebrazione dell’Eucaristia, deve anche manifestarsi in modo visibile nelle diverse circostanze della vita. Per i Pastori la Conferenza Episcopale è il mezzo più indicato per esprimerla poiché in essa i Vescovi “esercitano congiuntamente il loro mandato apostolico” (Christus Dominus, 38) e allo stesso tempo è un modo per concretizzare l’“affectus collegialis” (cf. Lumen gentium, 23). Mediante essa si potrà programmare e promuovere la “nuova evangelizzazione” nel vostro amato Paese. Così, il progressivo consolidamento della vostra comunione affettiva e effettiva in seno alla Conferenza contribuirà certamente a dare vigore al vostro ministero e vi consentirà di seguire meglio le complesse realtà pastorali. Al momento attuale, l’ineludibile testimonianza di unità fra voi è anche un’esigenza pastorale che aiuterà a far crescere ancor più l’unione fra i vostri sacerdoti, fra gli agenti di pastorale e fra gli altri membri delle Chiese particolari.

3. Gran parte delle difficoltà della Chiesa in Perù deriva dalla grave penuria di sacerdoti, alleviata in parte dall’aiuto di altre Chiese sorelle che inviano lì i loro missionari. Inoltre, l’ineguale distribuzione del clero aggrava la situazione. Tutto ciò esige dai vostri sacerdoti una grande dedizione apostolica, il che li rende meritevoli di appoggio e di stima da parte dei Vescovi. Per questo sono lieto del fatto che avete dedicato all’inizio di quest’anno la vostra 71 Assemblea Plenaria a studiare il sacerdozio, la sua spiritualità e la sua formazione, così come la sua conveniente sicurezza e previdenza sociale, alla luce di quanto ho esposto nell’Esortazione Apostolica Pastores dabo vobis.

Vi esorto quindi vivamente a continuare a occuparvi dei vostri sacerdoti con sollecitudine pastorale, trattandoli come fratelli e amici e aiutandoli innanzitutto ad acquisire sotto l’influsso della Grazia, la “specifica” santità sacerdotale. Quest’ultima, derivante dal sacramento dell’Ordine, fa sì che “la vita spirituale del sacerdote” venga “improntata, plasmata, connotata da quegli atteggiamenti e comportamenti che sono propri di Gesù Cristo . . . e che si compendiano nella sua carità pastorale” (Ivi, 21). Deve anche essere improntata a un “essenziale atteggiamento di servizio . . . secondo Dio e volentieri . . .: in questo modo . . . i presbiteri potranno essere “modello” del gregge, che, a sua volta, è chiamato ad assumere nei confronti del mondo intero questo atteggiamento sacerdotale di servizio alla pienezza della vita dell’uomo e alla sua liberazione integrale” (Ivi, 21). La carità pastorale, come ho già avuto l’opportunità di indicare in un’altra occasione, è “intimità con Dio, è imitazione di Cristo, povero, casto e umile; è amore senza riserva alle anime e donazione al loro vero bene; è amore alla Chiesa che è santa e ci vuole santi, perché tale è la missione che Cristo le ha affidato” (Giovanni Paolo II, Omelia, 9 ottobre 1984:  Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VII, 2 [1984] 839).

Affinché i presbiteri possano svolgere con profitto le proprie funzioni e non si scoraggino nella loro sublime missione, è necessario che mantengano vivo “un generale e integrale processo di continua maturazione, mediante l’approfondimento sia di ciascuna delle dimensioni della formazione - umana, spirituale, intellettuale e pastorale -, sia del loro intimo e vivo collegamento specifico, a partire dalla carità pastorale e in riferimento ad essa” (Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 71). Si eviterà così di cadere in un attivismo eccessivo e soprattutto si concretizzerà il dono ricevuto nell’ordinazione, essendo in condizione di servire meglio il popolo di Dio in particolare nella formazione di coloro che, come catechisti, animatori liturgici, servitori della carità e altri ministeri, sono più spesso in contatto con il presbitero.

La vastità del Perù fa sì che molti sacerdoti soffrano di solitudine, con i conseguenti pericoli derivanti da un ambiente che a volte può essere aggressivo. Gli incontri formativi, corsi ed esercizi spirituali, i contatti periodici con il Vescovo e il Presbiterio, la vita in comune laddove le circostanze lo consigliano, così come la sana e matura amicizia con i laici, sono circostanze che mitigano questa situazione e che indubbiamente le apportano beneficio.

Tuttavia, essi non devono dimenticare che la solitudine “accettata in spirito di offerta e ricercata nell’intimità con Gesù Cristo Signore” (Ivi, 74), può essere utile in quanto favorisce la preghiera, l’indispensabile studio, la santificazione personale e la maturità umana.

4. La storia religiosa del Perù ci offre la testimonianza di tante anime consacrate che, nel vivere i consigli evangelici, hanno operato per la diffusione del Regno di Dio. Mi ritornano in mente i meravigliosi esempi di Santa Rosa de Lima e San Martín de Porres, San Toribio de Mogrovejo, San Juan Macías e San Francisco Solano, la Beata Ana de Monteagudo e altri.

Ora, alla vigilia dell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi dedicata alla vita consacrata, desidero esprimere la mia gratitudine per l’opera di tanti religiosi e religiose, che hanno portato la Parola di Dio nel vostro vasto Paese o che si sono dedicati al generoso servizio in diverse opere apostoliche con bambini, giovani, anziani o malati, senza dimenticare lo splendido contributo della loro preghiera elevata al Padre da tutta la Chiesa come testimonianza di totale dono di sé a Dio.

Tenendo presente quindi i vari servizi che essi prestano alla Chiesa, desidero ricordare, cari Fratelli, il dovere che avete di promuovere la crescita e lo sviluppo della vita consacrata. I religiosi sono parte inscindibile della vita e della santità della Chiesa (cf. Lumen gentium, 44) e così sono anche oggetto della sollecitudine pastorale del Vescovo, nel rispetto del diritto proprio di ogni Istituto secondo il suo carisma e le norme canoniche. Per questo vi esorto ad accettare ciò che la vita religiosa rappresenta per le comunità ecclesiali del Perù, promuovendo la fedeltà di ogni Istituto al proprio carisma e, dove necessario, contribuendo con le vostre parole a superare le difficoltà che potrebbero sorgere fra il clero diocesano e i religiosi.

Questi ultimi non lavorano per se stessi, ma per la Chiesa, la cui responsabilità finale ricade sui successori degli Apostoli. Per questo, devono integrare la loro vita pastorale con quella delle diocesi in cui operano. Questo è uno degli aspetti dove anche bisogna rendere visibile l’unità ecclesiale.

Tuttavia, l’apporto dei consacrati all’unità visibile della Chiesa non si esaurisce nell’efficace collaborazione pastorale. I religiosi devono mostrare anche una sintonia continua, chiara e fedele con il Magistero del Sommo Pontefice e dei Vescovi in comunione con lui, poiché “nessun altro ha il potere di esercitare alcuna funzione sia di magistero sia di santificazione sia di governo, se non in partecipazione e in comunione con essi” (Mutuae relationes, 9).

5. Nella vita di ogni Chiesa particolare, e con ancora maggiore urgenza in regioni che, come la vostra, sperimentano la scarsità di sacerdoti, la pastorale vocazionale deve essere considerata come una priorità. È vero che ci sono segni confortanti, ma ciò deve essere un incentivo ad approfondire ancora di più i suoi obiettivi e i suoi risultati.

Gesù Cristo continua ad invitare i giovani, e anche i meno giovani, a seguirlo nella sua missione di Buon Pastore. Bisogna creare, mediante iniziative adeguate, le condizioni necessarie affinché tutti possano udire la sua voce e affinché cresca così il numero dei consacrati interamente al suo servizio e a quello del Corpo mistico che è la Chiesa.

Non stancatevi quindi, durante le visite pastorali, di invitare i fedeli con semplicità e con chiarezza, come faceva il Maestro, a lasciare ogni cosa e a seguire Colui che ha parole di vita eterna e di verità. Che non manchino a coloro che si mostrano disposti ad accettare l’invito, in spirito di fede e di obbedienza, i mezzi necessari per decidere e per essere aiutati nel dare la loro risposta.

Nel concludere questo incontro desidero invocare su ognuno di voi, sulle Chiese particolari che presiedete e su tutti i loro membri, la protezione della Vergine Santissima, venerata nel vostro Paese con il suggestivo titolo di Nuestra Señora de la Evangelización, affinché mediante l’intercessione dello Spirito del Signore vi colmi con la sua pienezza e diffonda a piene mani nella vostra nazione il dono della pace e della convivenza fraterna fra tutti i suoi figli.

Con questi fervidi auguri vi accompagna la mia preghiera e la mia benedizione apostolica.

 

© Copyright 1994 - Libreria Editrice Vaticana

 

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