The Holy See
back up
Search
riga

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AD UN GRUPPO DI PRESULI DELLA
CONFERENZA EPISCOPALE DEL PERÙ
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Castel Gandolfo - Martedì, 27 settembre 1994

 

Amati Fratelli nell’Episcopato,

1. Con grande gioia vi ricevo oggi, Pastori della Chiesa che peregrina nel Perù, in questo incontro finale della vostra visita ad limina, durante la quale - dopo aver pregato dinanzi ai sepolcri degli apostoli Pietro e Paolo e aver avuto fecondi contatti con i vari organismi della Curia Romana - avete rinnovato la vostra comunione con il Successore di Pietro mediante il “vincolo dell’unità, della carità e della pace” (cf. Lumen gentium, 22).

Ringrazio Monsignor Augusto Vargas Alzamora, Arcivescovo di Lima e Presidente della Conferenza Episcopale, per le cordiali parole che, a nome di tutti voi, mi ha rivolto e alle quali rispondo assicurandovi della mia stima e della mia riconoscenza per l’opera pastorale nelle circoscrizioni ecclesiastiche che vi sono state affidate per essere in esse “principio e fondamento dell’unità” (Ivi, 23).

2. Chiamati da Gesù Cristo, gli Apostoli hanno ricevuto la missione di istruire, santificare e guidare il popolo dei fedeli. Voi siete i suoi autentici continuatori ognuno nella propria diocesi e, allo stesso tempo, in quanto membri del Collegio Episcopale siete “tenuti, per istituzione e precetto di Cristo, ad avere per tutta la Chiesa, una sollecitudine che, sebbene non esercitata con atto di giurisdizione, sommamente contribuisce tuttavia al bene della Chiesa universale” (Ivi, 23).

L’autentico progresso della Chiesa è il raggiungimento della santità per tutti i suoi membri che sono chiamati dall’apostolo Pietro “la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato” (1 Pt 2, 9). Affinché gli uomini possano rispondere all’universale vocazione alla santità, siete stati costituiti nella pienezza del sacerdozio come amministratori della grazia, che si dà ai fedeli principalmente mediante i sacramenti.

Impegnati in tante e così diverse attività nella vostra missione pastorale, non potete tuttavia dimenticare che è proprio dei Vescovi “far avanzare nella via della santità i loro sacerdoti, i religiosi e i laici secondo la particolare vocazione di ciascuno; persuasi di essere tenuti a dare l’esempio della santità nella carità, nell’umiltà e nella semplicità della vita. Conducano le Chiese loro affidate a tal punto di santità che in esse risplenda pienamente il senso della chiesa universale di Cristo” (Christus Dominus, 15).

Il Concilio Vaticano II insegna anche che “dalla liturgia dunque, particolarmente dall’Eucaristia, deriva in noi, come da sorgente, la grazia, e si ottiene con la massima efficacia, quella santificazione degli uomini e glorificazione di Dio in Cristo” (Sacrosanctum Concilium, 10). Per questo vi esorto a essere solleciti nel far sì che nelle vostre diocesi si celebrino con la dignità richiesta i riti sacri, nei quali, per mezzo dell’azione sacerdotale di Gesù Cristo, gli uomini nascono a una nuova vita, i fedeli si alimentano con il Pane della Parola e dell’Eucaristia, ottengono la riconciliazione con Dio e ricevono la grazia per vivere come cristiani nelle diverse fasi della vita.

Se siete voi stessi esemplari nella celebrazione della Santa Messa, nella disponibilità al sacramento della riconciliazione e alle altre funzioni sacre, potrete incoraggiare i presbiteri affinché si dedichino pienamente all’esercizio del loro ministero, facendo in tal modo un bene immenso ai fedeli e agli stessi sacerdoti.

È di capitale importanza che i sacerdoti, e dove necessario, gli animatori di comunità che attualmente si trovano sprovvisti di presbitero, abbiano la preparazione richiesta per la sublime funzione che svolgono, in modo che i fedeli che partecipano al culto sperimentino l’efficacia soprannaturale dei riti sacri.

3. Come sappiamo “la sacra liturgia non esaurisce tutta l’azione della Chiesa. Infatti, prima che... bisogna che siano chiamati alla fede e alla conversione” (Ivi,9). Per questo, con l’annuncio del messaggio, mediante l’opportuna predicazione, i credenti vengono incoraggiati a proseguire nelle opere di fede, speranza e carità, e coloro che si sono allontanati e i non credenti vengono invitati a conoscere e amare Dio e il suo inviato Gesù Cristo.

Come primi responsabili della predicazione della catechesi, è auspicabile che continuate a vegliare attentamente affinché i cristiani e i catecumeni ricevano da voi e dai vostri collaboratori nel ministero “la “parola della fede” non mutilata, non falsificata, non diminuita, ma completa ed integrale in tutto il suo rigore e in tutto il suo vigore. Tradire in qualche cosa l’integrità del messaggio significa svuotare pericolosamente la catechesi stessa e compromettere i frutti che il Cristo e la comunità ecclesiale hanno il diritto di aspettarsi” (Giovanni Paolo II, Catechesi tradendae, 30). Le conseguenze di un opportuno esercizio del ministero della parola non si fanno attendere, poiché una predicazione che avvicini sempre più la persona a Gesù Cristo secondo la sua promessa (cf. Gv 5, 5), produrrà abbondanti frutti.

Per far fronte alle situazioni di dissonanza tra le esigenze della fede e la vita, della crescente secolarizzazione della società, così come del proselitismo delle sette religiose, è necessario un costante sforzo per rivitalizzare la catechesi a tutti i livelli, offrendo ai fedeli una conoscenza migliore delle ricchezze insondabili del mistero di Dio e della Chiesa. Qualsiasi opera catechetica, alla luce della “nuova evangelizzazione”, deve essere incentrata sulla persona di Gesù Cristo, che è lo stesso ieri, oggi e sempre (cf. Eb 13, 8), servendosi, come strumento molto utile del Catechismo della Chiesa Cattolica al fine di “fornire, dunque, una risposta integrale, pronta, agile che renda più forte la fede cattolica, sulle sue verità fondamentali, sulle sue dimensioni individuali, familiari e sociali” (Discorso inaugurale della IV Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano, n. 11). In questa opera catechetica potrà essere molto utile l’apporto dei diversi Movimenti ecclesiali, i quali favorendo e incoraggiando “una più intima unità tra la vita pratica dei membri e la loro fede” (Apostolicam actuositatem, 19) devono agire con leale disponibilità per accogliere gli insegnamenti dottrinali e gli orientamenti pastorali dei propri Vescovi (cf. Christifideles laici,30).

4. Il vostro Paese presenta una ricchezza multirazziale che la Chiesa valorizza e che esso deve utilizzare per incarnare nella società peruviana il perenne Messaggio di Cristo. Gli elementi provenienti dalle popolazioni Quechua nella sierra, dalle diverse etnie della selva e dagli afroamericani della costa, unitamente a quelli di altri gruppi, sebbene integrati nella cultura ispanica dominante, presentano peculiarità proprie che esigono una riflessione paziente e attenta sull’inculturazione.

A tutti i popoli che vivono nel Perù, bisogna proclamare che “Cristo è l’unico salvatore di tutti, colui che solo è in grado di rivelare Dio e di condurre a Dio . . . la salvezza non può venire che da Gesù Cristo” (Giovanni Poalo II, Redemptoris missio, 5). L’annuncio della Buona Novella esige una serena e precisa indagine teologica e antropologica; quest’ultima farà sì che si trasmetta a ogni gruppo culturale ed etnico con le proprie caratteristiche la stessa e unica verità, in obbedienza al mandato missionario di Gesù Cristo, assimilando i valori positivi di tutte le culture, rinnovandole, purificandole dai falsi valori e facendole crescere conformemente alle loro autentiche forze interiori (cf. Ivi, 52).

La riflessione antropologica profonda, basata sulla Rivelazione, non può dimenticare che tutte le culture umane sono segnate dal peccato. Per questo hanno bisogno di essere guarite ed elevate dalla grazia del Vangelo, senza che ciò presupponga trascurare gli elementi buoni di ogni cultura autoctona. Questo compito, che è importante e allo stesso tempo richiede pazienza, non può essere lasciato all’improvvisazione, ma deve essere portato a termine mediante solide basi dottrinali e una visione pastorale adeguata: nella sua trasmissione è in gioco l’autenticità stessa del messaggio poiché non si tratta “di un puro, adattamento esteriore”, ma di “un processo profondo e globale che investe sia il messaggio cristiano sia la riflessione e la prassi della Chiesa” (Ivi, 52).

5. In quest’ora in cui la povertà continua a colpire molti cittadini del vostro Paese, l’annuncio di Gesù Cristo deve portare anche ad assumere un impegno preferenziale per i poveri, né esclusivo né escludente, poiché la missione della Chiesa deve essere aperta a tutti, dato che essa “nel proclamare il Vangelo . . . ubbidisce al mandato di Gesù Cristo quando fa dell’aiuto ai bisognosi un’esigenza essenziale della sua missione evangelizzatrice” (Conclusione di Santo Domingo, n. 165).

La mancanza di coerenza tra la fede che si professa e la vita quotidiana - come è stato indicato nella IV Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano a Santo Domingo - è una delle varie cause che generano povertà in America Latina poiché i cristiani a volte non hanno saputo trovare nella fede la forza necessaria per comprendere i criteri e le decisioni dei settori responsabili dell’orientamento ideologico e dell’organizzazione della convivenza sociale, economica e politica dei nostri popoli (cf. Ivi, 161). Per questo desidero proclamare ancora una volta che il miglior servizio che si rende ai fratelli è l’evangelizzazione poiché la forza della Parola di Dio è capace di liberare da qualsiasi forma di ingiustizia (cf. Giovanni Paolo II, Discorso Inaugurale della IV Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano, 12 ott. 1992: Insegnamenti di Giovanni Poalo II, XV, 2 (1992) 326).

Le diverse strutture pubbliche o private, che derivano da situazioni ingiuste o che conducono ad esse devono ricevere gli effetti della Redenzione, il che vuol dire che per superarle gli uomini devono convertirsi a Gesù Cristo. La risposta cristiana non ha nulla a che vedere con le ideologie e la moda: è un’attitudine soprattutto religiosa. Nei vostri interventi pastorali collettivi avete indicato la necessità di un cambiamento di mentalità, di una conversione interiore che si traduca in una solidarietà efficace con i poveri, indicando che “la povertà prostra due terzi dei peruviani e sta avendo effetti irreversibili su un’intera generazione di bambini e giovani” (Messaggio della Conferenza Episcopale Peruviana in occasione del Natale, 23 dicembre 1992). Vi incoraggio a continuare a proclamare instancabilmente che il cammino della pacifica convivenza consiste nella costruzione di una società sempre più umana, fraterna, solidale e giusta.

6. In questo Anno della Famiglia per mezzo della mia Lettera ho voluto entrare in tutti i focolari domestici per avvicinarmi a ognuno di essi e, alla luce della Parola di Dio, per instaurare un dialogo con “l’uomo del nostro tempo, perché comprenda quali grandi beni siano il matrimonio, la famiglia e la vita; quale grande pericolo costituiscano il non rispetto di tali realtà e la minore considerazione per i supremi valori che fondano la famiglia e la dignità dell’essere umano” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n. 23).

Sono lieto delle iniziative che, con questo spirito, avete realizzato nel vostro Paese per promuovere gli eterni valori dell’istituzione familiare e in particolare della recente celebrazione a Lima del Congresso Internazionale sulla Famiglia. Quest’ultimo ha rappresentato un momento privilegiato per promuovere una campagna di sensibilizzazione verso i valori autentici che non sono patrimonio esclusivo dei cristiani, ma che sono condivisi da milioni di persone di diverse razze e convinzioni religiose che si ergono con sempre maggior insistenza a difesa della famiglia.

La Chiesa non si stancherà mai di difendere con energia l’identità della famiglia. “Nessuna società umana può correre il rischio del permissivismo in questioni di fondo concernenti l’essenza del matrimonio e della famiglia” (Ivi, 17). Per questo, perseverate nella vostra opera a favore delle famiglie, lottando con vigore affinché i mali che le affliggono possano essere sconfitti in nome della pace autentica e della convivenza armoniosa fra tutti.

Nel concludere questo incontro, vi chiedo di portare il mio saluto a tutte le vostre diocesi, ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose che operano in esse, così come ai fedeli. Pongo tutti voi sotto la protezione del Signore dei Miracoli, tanto venerato nella vostra terra e come incoraggiamento per il futuro, vi imparto di cuore la benedizione apostolica.

 

© Copyright 1994 - Libreria Editrice Vaticana

 

top