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VIAGGIO APOSTOLICO NELLE FILIPPINE,
IN PAPUA NUOVA GUINEA, AUSTRALIA E SRI LANKA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PRESULI DI PAPUA NUOVA GUINEA E DELLE ISOLE SALOMONE

Nunziatura Apostolica di Port Moresby (Papua Nuova Guinea)
Martedì
, 17 gennaio 1995

 

Cari Confratelli Vescovi,

1. In questo giorno memorabile della Beatificazione del catechista martire Pietro To Rot, è per me una grande gioia rivolgermi a voi ed esprimere il mio affetto nel Signore per ciascuno di voi e per il popolo di Dio affidato alla vostra cura pastorale: “Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo” (Rm 15, 13). Insieme a tutta la Chiesa, nella gloriosa Comunione dei Santi, lodiamo Dio, Padre del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo per il dono del nuovo Beato, e confidiamo che questo coraggio di martire ispirerà i cattolici di Papua Nuova Guinea e delle Isole Salomone ad essere sempre più saldi nel professare la fede una, santa, cattolica e apostolica, e ancor più fedeli nel vivere le esigenze del Vangelo.

La Chiesa è “l’edificio di Dio” (1 Cor 3, 9), il cui Architetto è Cristo stesso (cf. Mt 16, 18). Le sue fondamenta, la base della sua durata e della sua solidità, sono Pietro e gli altri Apostoli. Noi, che per disegno divino siamo succeduti nel ministero apostolico, abbiamo l’obbligo di sostenere e migliorare la famiglia di Dio nello Spirito (cf. Christus Dominus, 1-2). Quali servitori del Vangelo, il nostro compito principale è quello di impegnarci a eccellere per “l’edificazione della comunità” (1 Cor 14, 12). Costruire il Corpo di Cristo nell’amore comporta sia l’evangelizzazione, sia un costante rinnovamento interiore della vita cristiana. Il nostro incontro qui a Port Moresby mi offre l’occasione di incoraggiarvi ad assolvere i compiti che Dio ha posto sulle vostre spalle. Mi permette di sollecitarvi a lavorare insieme in solidarietà sempre maggiore per il bene della Chiesa, in quest’“ora di grazia” che stiamo vivendo all’avvicinarsi del Terzo Millennio Cristiano, “quella nuova primavera di vita cristiana che dovrà essere rivelata dal Grande Giubileo, se i cristiani saranno docili all’azione dello Spirito Santo” (Tertio Millennio Adveniente, 18).

2. L’Anno 2000 dalla nascita del Salvatore non è inteso come un’occasione di falso entusiasmo o di irreali aspettative. Anzi, poiché la misura del tempo è ripiena della presenza di Dio (cf. Tertio Millennio Adveniente, 16), esso può rappresentare un’opportunità per consolidare la fede del vostro popolo attraverso un programma intenso di predicazione e di catechesi. Se i cristiani e le loro comunità dovranno crescere più forti nella fede, essi devono maturare nella loro conoscenza di Cristo e dei suoi misteri. Il Catechismo della Chiesa Cattolica può rappresentare un aiuto assai efficace nel presentare la pienezza della dottrina cristiana fedelmente e sistematicamente. Una sana predicazione e catechesi sono i mezzi migliori per aiutare uomini e donne a credere che “Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, credendo, abbiano la vita nel suo nome” (cf. Gv 20, 31). In ciò, l’eroica figura del Beato Pietro To Rot, catechista e martire, rappresenta un eminente modello.

So che negli ultimi anni c’è stato un influsso di nuovi movimenti religiosi e di sette in questa regione. Essi hanno avuto successo, almeno in parte, perché alcuni aspetti delle loro attività riempiono il vuoto lasciato dalla perdita dei valori e dello stile di vita tradizionali, una perdita che si accompagna ai massicci cambiamenti nella vita economica, politica e sociale che si verificano in tutta la Melanesia. Vi sollecito a proseguire nei vostri sforzi pastorali per affrontare questa sfida. La migliore e più adeguata risposta consiste nel far sì che ogni cattolico battezzato sia in grado di recepire con attenzione l’esortazione della Prima Lettera di Pietro: “Siate pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi la ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3, 15).

3. Nel momento presente e nei decenni a venire, la Chiesa in Melanesia passerà da una Chiesa prevalentemente missionaria, ad una Chiesa sempre più indigena. Questo è il normale modello dello sviluppo della vita ecclesiale, e nella vita di ciascuna Chiesa particolare rappresenta un momento molto delicato. La plantatio Ecclesiae è l’opera di coraggiosi e generosi missionari – uomini e donne – che gradualmente preparano la comunità, e soprattutto le famiglie cristiane, a produrre quei sacerdoti, quei religiosi e quei laici di cui la Chiesa ha bisogno. In tal modo la Chiesa si radica saldamente nella vita e nella cultura di un popolo. Questo è un processo lungo e delicato, che ha bisogno di paziente saggezza e di sforzi eroici. Nel ringraziare Dio per i missionari, soprattutto i membri delle Comunità Religiose, che hanno lavorato e continuano a operare con tanta abnegazione in questa parte del mondo, tutti voi comprendete che il sostegno ai sacerdoti e ai religiosi che vengono dall’estero sarà necessario per lungo tempo a venire. Attraverso di voi quindi lancio un appello alle Congregazioni che hanno dei membri nelle vostre Chiese locali, affinché facciano tutto il possibile per mantenere e se possibile aumentare questa presenza.

Sono consapevole delle difficili situazioni in cui voi e i vostri sacerdoti esercitate il vostro ministero. In questo contesto desidero incoraggiarvi a rimanere vicini ai vostri sacerdoti, aiutandoli a “rinnovare la fiamma del dono di Dio” (cf. 1 Tm 1, 6), che hanno ricevuto all’Ordinazione. È necessaria una formazione permanente intellettuale, spirituale e pastorale, affinché i sacerdoti possano rendere il loro servizio pastorale al popolo di Dio. Questo sostegno è di particolare importanza durante i primi anni di vita sacerdotale. In questi “anni decisivi” i giovani sacerdoti “dovranno poter fruire del rapporto personale con il proprio Vescovo e con un saggio padre spirituale; di momenti di riposo, di meditazione, di ritiro mensile” (Congregazione per il Clero, Direttorio per il Ministero e la Vita dei Presbiteri, 93).

4. Mentre la plantatio Ecclesiae procede e gli Istitui di Vita Consacrata passano a una nuova fase, la loro preghiera, la loro fedele osservanza dei consigli evangelici e la loro vita fraterna diventano sempre più un requisito per la testimonianza ecclesiale alla santità. Nelle Chiese particolari, uomini e donne consacrate devono essere stimati sempre di più per ciò che sono, piuttosto che per quel che fanno! Quando la società presenta segni di frammentazione e alcuni aspetti del consumismo e del materialismo provocano un declino dei valori tradizionali, i Religiosi devono rinnovarsi alla luce del carisma particolare dei loro Fondatori e Fondatrici, un carisma ricevuto da Dio e approvato dalla Chiesa (cf. Redemptionis Donum, 15). Soltanto in questo modo la loro testimonianza sarà veramente profetica, un costante esempio della presenza del Regno di Dio nel mondo.

In modo speciale vi sollecito a sviluppare la maturità spirituale ed ecclesiale delle donne consacrate, riconoscendo e promuovendo il loro specifico contributo alla vita e alla missione della Chiesa. In molti casi è attraverso le loro attività, svolte a stretto contatto con la gente, che la Chiesa viene avvertita come presenza amorevole e il Vangelo si incorpora autenticamente nel tessuto di una data società, villaggio o comunità. Affinché questa forma di “inculturazione”, che eleva e trasforma, possa dare risultati positivi, le stesse Religiose hanno bisogno di sviluppare una vita spirituale realmente incentrata in Cristo, come pure uno studio serio e meditato delle Sacre Scritture e la conoscenza degli insegnamenti del Magistero.

5. Sì, in molti e diversi modi lo Spirito Santo continua a costruire la Chiesa come “tempio del Dio vivente” (2 Cor 6, 16)! Uno dei principali canali per una profonda e penetrante inculturazione del Vangelo in una società è la famiglia cristiana, il nucleo fondamentale della “famiglia della fede” (cf. Gal 6,10). Le deliberazioni e le pubblicazioni della vostra Conferenza mostrano che avete assunto il rafforzamento della vita familiare come una delle vostre priorità pastorali. Poiché questa comunità fondamentale di persone non è fatta dall’uomo, bensì originata “al principio, alle origini stesse della creazione” (cf. Gratissimam Sane, 2 febbraio 1994, n. 18), la famiglia deve sempre essere aiutata a crescere al livello del piano originario del Creatore: “l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne” (Gen 2, 24).

Nel Beato Pietro To Rot i fedeli hanno un maestro della santità del matrimonio e della famiglia, che ha confermato la sua predicazione con il sangue. Era un marito devoto che ha vissuto profeticamente il comando del Vangelo per cui gli sposi sono “sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo” (Ef 5, 21) (cf. Mulieris Dignitatem, 24). Era un padre amorevole che “onorava” i suoi figli (cf. Gratissimam Sane, 15). La morte del Beato Pietro è stata decisa soprattutto per la sua inflessibile difesa della dignità sacramentale del matrimonio. Che i fedeli possano sempre udire nel vostro insegnamento un’eco della voce del Redentore nei vostri appelli a sposarsi sacramentalmente “nel Signore” (1 Cor 7, 39), mentre ricordate i valori della fedeltà e dell’amore reciproco, e mentre invitate gli sposi a vivere la piena verità della castità coniugale. Ciò è tanto più importante poiché il matrimonio per i battezzati è stato elevato a dignità di sacramento.

6. Cari Confratelli nell’Episcopato, grato per “la vostra cooperazione alla diffusione del Vangelo” (Fil 1, 5), vi assicuro il mio fraterno sostegno. Prego per voi e per i vostri collaboratori nel Signore. Attraverso la grazia divina e la protezione materna di Maria, state costruendo la Chiesa in Papua Nuova Guinea e nelle Isole Salomone, formandola in una degna abitazione per Dio. Che Dio benedica abbondantemente il vostro ministero.

Con affetto impartisco la mia Benedizione Apostolica come pegno di gioia e conforto in Cristo Signore.

 

© Copyright 1995 - Libreria Editrice Vaticana

 

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