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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AD UN GRUPPO DI VESCOVI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE
DEL BRASILE IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Martedì, 21 marzo 1995

 

Cari Fratelli nell’Episcopato,

1. Come Pastori delle Diocesi della Regione Sud I dello Stato di San Paolo, la vostra visita “ad limina Apostolorum” vi porta nuovamente, attraverso il cammino di Pietro e di Paolo, ad abbeverarvi alle fonti vive della vostra missione, in comunione con il Vescovo di Roma.

Saluto il Cardinale Paulo Evaristo Arns, gli Arcivescovi e i Vescovi qui presenti. Sono lieto di darvi il benvenuto, con quell’affectus collegialis di cui il presente incontro è una delle manifestazioni concrete. Ringrazio l’Arcivescovo di San Paolo per le cordiali parole che mi ha rivolto e condivido le preoccupazioni che ha espresso e i problemi che ha esposto. Sono elementi importanti, poiché traducono le difficoltà quotidiane della missione ecclesiale e anche la speranza che anima voi e i vostri collaboratori. Ho a mente tutte le vostre domande, sebbene non possa rispondere oggi a tutti i punti; cercherò di tornare su di essi nei miei prossimi incontri con i vostri confratelli del Brasile.

2. Provenite da una delle regioni più ricche del Brasile, con un’economia forte che è stata a volte considerata – specialmente nella Capitale dello Stato – come la “locomotiva del Paese”. Dallo spirito imprenditoriale paolista sono emersi il dinamismo del progresso, il valore del lavoro e il risveglio di una cultura di grande importanza scientifica e artistica, con ripercussioni in tutto il Continente latinoamericano.

La Chiesa, che ha gettato profonde radici nella vita del Paese, fin dalla sua scoperta, ha sempre avuto un ruolo di primo piano nella organizzazione della sua vita sociale e culturale. Il “Pátio do Colégio” nel centro della città di San Paolo, è ancora oggi una delle testimonianze storiche di questa influenza benefica, dovuta non solo alla Compagnia di Gesù ma anche alle benemerite istituzioni francescane, benedettine e altre, che hanno contribuito alla creazione di una mentalità e di un ideale di brasilianità, aspirando sempre al bene comune della Nazione nel suo insieme.

Uno degli aspetti caratteristici della Chiesa nel vostro Paese è, indubbiamente, la sua grande sensibilità sociale, frutto della consapevolezza che la fede proclamata deve necessariamente ripercuotersi sul comportamento concreto dei cristiani, contribuendo efficacemente, a partire dai valori evangelici, alla costruzione di una società più giusta. Questa è una caratteristica che fa onore alle vostre Chiese particolari ma che, allo stesso tempo, costituisce per voi, per i vostri sacerdoti e per vostri i fedeli laici, una grave responsabilità e una grande sfida. Da molte parti della terra, in effetti, vi è chi guarda a voi con grande spirito di solidarietà, che si traduce in sostegno spirituale e materiale. Vi sono anche quelli nei quali il vostro esempio risveglia una coscienza più chiara dell’impegno evangelico con cui la Chiesa deve volgersi verso le persone povere, abbandonate, sofferenti, costrette a condizioni di vita a volte disumane. Essa lo fa, non mossa da ambizioni di potere sociale o politico, o ispirata da ingannevoli ideologie estranee al patrimonio cristiano, ma dalla fedeltà al suo Fondatore, poiché vede in tutti gli uomini senza eccezione, ma in particolare nei più piccoli ed indifesi, coloro che sono amati da Cristo, da lui riscattati e redenti, figli nel Figlio, chiamati a essere eredi del Regno eterno del Padre. Che il vostro comportamento in questo campo così importante dell’evangelizzazione, guidato dalla fedeltà a Cristo, possa diventare “modello per tutti i fedeli” (cf. 1 Ts 1, 7).

3. Come Pastori siete chiamati a preservare e a intensificare la vita cristiana delle nostre Chiese. Da parte mia, ritengo importante ricordarvi, ancora una volta, la natura e i limiti della presenza della Chiesa nei problemi concreti di ordine socio-economico che interpellano la vostra coscienza cristiana. È un dovere che mi viene dal ministero che mi è stato affidato, è mio dovere preservare la purezza della fede in tutta la Chiesa e confermare i fratelli che nutrono questa fede (cf. Lc 22, 32). Siete, con me, custodi della sua integrità, maestri nella sua trasmissione e strumenti di Dio nell’applicazione concreta della sua verità e delle sue esigenze nella vita della Chiesa.

In primo luogo, occorre osservare che la missione della Chiesa è innanzitutto di ordine religioso. Certamente “da questa missione religiosa scaturiscono dei compiti, della luce e delle forze, che possono contribuire a costruire e a consolidare la comunità degli uomini secondo la legge divina [...] anch’essa può, anzi deve, suscitare opere destinate al servizio di tutti, ma specialmente dei bisognosi” (Gaudium et Spes, 42). Il suo campo di azione privilegiato, pertanto, consisterà sempre nell’annuncio a tutti gli uomini di Gesù Cristo – “lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13, 8) – il Signore di tutto l’universo e l’unico Nome “dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati” (At 4, 12) (cf. Lumen Gentium, 1). Da questa verità deriva la “salus animarum” come fine principale della Chiesa e sua legge suprema. Da qui la distinzione tanto chiara e manifesta che il Concilio fa tra la Città terrestre che è la società civile, e la Chiesa che “riceve la missione di annunciare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio” (Lumen Gentium, 5; cf. Sollicitudo Rei Socialis, 41). Per questo “la Chiesa, nella sua lettura dei problemi sociali, si pone in una linea che trascende i limiti della storia umana nella loro pura dimensione temporale. Essa non confonde mai il Regno di Dio con la costruzione della Città degli uomini. Né assorbe in sé questa città, come pretenderebbero gli schemi delle diverse forme di cristianità politica, né da questa si lascia assorbire, alla luce di altre sistematizzazioni, che pretendono di ridurre l’azione evangelica all’impegno socio-politico” (Discorso ai Vescovi della Regione Est 1, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIII/1 [1990] 749; cf. Discorso, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIV/2 [1991] 826 ss.).

In diverse altre occasioni, carissimi fratelli, ho affrontato questo punto. Posso menzionarvi il mio discorso ai Vescovi del CELAM, in cui ho ricordato loro il documento di Puebla che mostra le conseguenze del ricorso a una visione ideologica che pretendesse di illuminare l’azione della Chiesa e che alla fine quindi comporterebbe “la totale politicizzazione dell’esistenza cristiana, la dissoluzione del linguaggio della fede in quello delle scienze sociali e l’eliminazione della dimensione trascendente della salvezza cristiana” (n. 545).

Di conseguenza, i ministri sacri, così come i religiosi e le religiose consacrati, devono evitare attentamente qualsiasi coinvolgimento personale nel campo della politica o del potere temporale, come ha anche recentemente ricordato il Direttorio per il Ministero e la vita dei Presbiteri: “Il sacerdote, servitore della Chiesa che per la sua universalità e cattolicità non può legarsi ad alcuna contingenza storica, starà al di sopra di qualsiasi parte politica. Egli non può aver parte attiva in partiti politici o nella conduzione di associazioni sindacali”, e tutto ciò per poter “rimanere l’uomo di tutti in chiave di fraternità spirituale” (n. 33). È l’esperienza che conferma la veridicità di questa affermazione: “la riduzione della sua missione a compiti temporali, puramente sociali o politici o comunque alieni alla sua identità, non è una conquista ma una perdita gravissima per la fecondità evangelica della Chiesa intera” (n. 33). Questo è anche l’insegnamento del Concilio Vaticano II, che ricordava che è attraverso i cristiani laici che la realtà temporale viene permeata dallo “spirito di Cristo” e raggiunge “più efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace. Nel compiere nella sua universalità questo dovere i laici hanno il posto di primo piano” (Lumen Gentium, 36). Rafforzate sempre più, con il vostro ministero e con quello dei vostri sacerdoti, la formazione cristiana del vostro laicato, affinché illuminato dal Vangelo possa risanare “le istituzioni e le condizioni di vita del mondo, se ve ne sono che spingono i costumi al peccato” (Lumen Gentium, 36).

4. La solidarietà sociale e il rispetto del bene comune, da un lato, e la vita, la libertà e la dignità della persona umana dall’altro, sono, senza ombra di dubbio, i criteri fondamentali che devono essere oggetto dell’insegnamento della vostra pastorale sociale. Desidero per questo richiamare la vostra attenzione su alcuni aspetti della realtà sociale del Brasile che, in questi ultimi mesi, sono oggetto di preoccupazione da parte della Chiesa.

Il primo di questi aspetti si fonda sulla convinzione che il servizio al bene comune, nel pieno rispetto della dignità di ogni essere umano, costituisce il fondamento di qualsiasi ordinamento sociale, sia nella formulazione delle leggi, sia nella realizzazione dei progetti e delle azioni che mirano allo sviluppo socio-economico e che regolano i rapporti sociali fra gruppi e individui.

In questo campo è bene avere il coraggio di portare a conoscenza dell’opinione pubblica quelle azioni disoneste che ledono l’interesse comune; “i principi dell’etica professionale, dell’onestà, della verità, della sincerità e della morale cristiana – dicevo a Campo Grande – regnino in tutti gli ambienti del lavoro umano, sia nella sfera pubblica, sia nella sfera privata” (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIV/2 [1991] 911). Deve rimanere radicato nella coscienza delle persone il principio fondamentale della vita in società che è il necessario punto di convergenza degli interessi e dei diritti degli individui e dei gruppi, nella ricerca della promozione fondamentale del bene comune. È questa armonia di interessi e aspirazioni che produce la pace sociale, la quale regna solo dove esiste nelle persone e nei gruppi il culto della verità, la promozione della giustizia, il senso di solidarietà e un clima di autentica libertà, come ha mostrato il mio predecessore Giovanni XXIII nella sua Enciclica di costante attualità, Pacem in Terris.

D’altro canto, lo sviluppo della dottrina sociale della Chiesa ha confermato sempre più l’intuizione fondamentale della dichiarazione Dignitatis Humanae del Concilio Vaticano II. In effetti la Chiesa si sente particolarmente vincolata alla libertà dell’uomo e alla sua esistenza nella società.

Non ho bisogno di dirvi, cari fratelli nell’episcopato, quanto sia urgente risvegliare la coscienza cristiana di ogni cittadino con una solidarietà attiva, esortandolo a collaborare, con i mezzi a sua disposizione, alla difesa del suo fratello contro qualsiasi abuso che attenti alla dignità umana.

La Chiesa, nell’evangelizzare, chiama e convoca tutti gli uomini. Il cristiano è una persona chiamata da Dio a una vita di comunione con Lui nell’amore. Qualsiasi uomo, con la profondità e la varietà di aspetti della sua esistenza, è chiamato in Cristo a questa comunione con Dio Padre e con tutti gli uomini a cui dà vita lo Spirito Santo.

Il lavoro umano fa parte di questa chiamata dell’uomo alla comunione con Dio e con tutti i fratelli; nel lavoro l’uomo acquisisce uno dei principali titoli di dignità, nella vocazione della persona alla comunione. La Chiesa, di conseguenza, difenderà e promuoverà sempre la dignità del lavoro umano, in particolare impegnandosi tenacemente contro qualsiasi forma di alienazione che svilisce l’essere umano trasformandolo in semplice mano d’opera o mercanzia.

Dovete chiedere a Dio la saggezza per agire con la prudenza e con la forza necessaria a denunciare le ingiustizie perpetrate contro l’individuo, soprattutto contro i più deboli e indifesi della società. L’emarginazione sociale raffigurata dai gruppi di mendicanti, dai minori abbandonati che vagano nelle vie delle grandi città; il dramma dei “bóias-frias” (i braccianti) sottoposti a una condizione disumana di lavoro nelle campagne; i nomadi alla ricerca di terra da lavorare, per non parlare di altre situazioni ugualmente gravi come l’anonimato disumanizzante, il clima di insicurezza che regna nelle città, il traffico della droga, causa di innumerevoli vittime e fonte perenne di disgregazione delle famiglie, la prostituzione – persino di minori, anche nelle zone minerarie – costituiscono uno scenario preoccupante che esige uno sforzo congiunto di tutti i settori della società e a cui la Chiesa deve continuare a dedicare una parte consistente della sua azione pastorale.

Di recente ho appreso con soddisfazione dei propositi del governo da poco insediato che stabiliscono come prioritaria la giustizia sociale, con l’intenzione di affrontare coraggiosamente le forti disuguaglianze fra le regioni e i gruppi sociali. In questo senso, “l’umanità non solo può e deve sempre più rafforzare il suo dominio sul creato,” ma “le compete inoltre instaurare un ordine politico, sociale ed economico che sempre più e meglio serva l’uomo e aiuti i singoli e i gruppi ad affermare e sviluppare la propria dignità” (Gaudium et Spes, 9). Questa convinzione portò il Concilio Vaticano II a chiarire che il fine principale dello sviluppo economico “non consiste nel solo aumento dei beni produttivi né nella sola ricerca del profitto o del predominio economico, bensì nel servizio dell’uomo, dell’uomo integralmente considerato, tenendo cioè conto delle sue necessità di ordine materiale e delle sue esigenze per la vita intellettuale, morale, spirituale e religiosa” (Gaudium et Spes, 64).

Dinanzi al quadro della situazione sociale brasiliana, queste dichiarazioni conciliari esigono da voi, in quanto Pastori di un immenso gregge, un costante processo di educazione della società che la porti a confidare, più che nelle azioni puramente tecniche, nella ricerca del cammino che conduce le persone fuori dallo stato di disordine morale nel quale si trovano. Dovete soprattutto intensificare nelle vostre Chiese, nelle scuole cattoliche e nei vostri mezzi di comunicazione sociale un corretto insegnamento della dottrina sociale della Chiesa. È opportuno promuovere nuove iniziative pastorali per l’educazione dei laici, in particolare degli “agenti di pastorale”, in modo che scoprano sempre più nella Dottrina Sociale quei criteri evangelici in grado di orientare la presenza cristiana nella vita familiare e sociale; ad essi, in effetti, spetta una legittima autonomia nelle questioni temporali come ha sottolineato il Concilio Vaticano II (cf. Lumen Gentium, 36; Gaudium et Spes, 43), separando in modo chiaro e sereno la pastorale sociale dalla militanza politica e di partito. Non bisogna neppure trascurare l’urgenza di offrire ai futuri sacerdoti – e anche nella formazione permanente del clero – un’adeguata istruzione in tal senso, attraverso lo studio dei principali documenti della Chiesa sulla dignità dell’uomo e sulla visione cristiana della società.

Il rispetto per l’uomo si esprime in un’infinità di campi: difendendo la vita già concepita, illuminando il cammino per un giusto sistema previdenziale, riconoscendo i reciproci diritti e doveri sia dei salariati sia degli imprenditori, riuscendo ad applicarli in modo concreto. So che alcune delle vostre diocesi già stanno facendo ciò, e auspico che una nuova consapevolezza cristiana di questa situazione con il tempo produca frutti di pace e di libertà per tutti. Non dimenticate, pertanto, che “nessuno versa vino nuovo in otri vecchie” (Mc 2, 22), ossia che la ricchezza della grazia divina non può agire in cuori induriti da una condotta morale contraria agli insegnamenti di Cristo. È necessaria la conversione dei cuori e delle menti, senza la quale non potranno esistere l’autentica giustizia e la pace sociale.

5. Vorrei, infine, richiamare la vostra attenzione su altri due aspetti particolari della problematica sociale in Brasile. Mi riferisco ai problemi degli alloggi e della terra.

La casa è una condizione essenziale per la normalità della vita familiare e per una maggior efficacia dei processi di educazione del bambino e del giovane, così come per la tutela della salute delle persone. Appare illusorio e persino irrazionale volere investire nell’educazione dei bambini mediante la costruzione di scuole o la formazione di insegnanti o nel miglioramento delle condizioni di salute del popolo mediante ospedali, ambulatori, se non esiste, contemporaneamente una politica di edilizia abitativa intelligente e coraggiosa. È vero che la condizione giuridica della proprietà delle case deve essere attentamente studiata per evitare la speculazione edilizia, ma è anche fondamentale comprendere che destinazione di ingenti risorse pubbliche alla costruzione di complessi abitativi adeguati, con infrastrutture, il risanamento e un servizio di trasporti di massa rapido ed economico non devono fondarsi solo sul calcolo del tornaconto economico, ma devono essere considerati come un investimento sociale di vasta portata.

La parola saggia ed equilibrata della Chiesa e, in alcuni casi anche il suo operato concreto, potranno costituire un aiuto inestimabile per i responsabili della politica sociale del Paese, affinché trovino le vie più giuste per la soluzione del serio deficit di abitazioni che affligge il Paese.

Anche il problema della terra, da alcuni decenni a questa parte, rappresenta una preoccupazione costante per l’episcopato brasiliano. Il principio della destinazione universale dei beni, in modo particolare della terra, è fondamentale nella dottrina sociale della Chiesa, con radici nelle Sacre Scritture, nella letteratura patristica e nell’insegnamento tomista, proposta con chiarezza nei grandi documenti del Magistero sociale, dalla Rerum Novarum di Leone XIII fino alla mia ultima Enciclica sociale Centesimus Annus.

Questo principio è fondamentale per chiarire la visione cristiana del problema della terra.

Non si può trattare con superficialità il tema dell’occupazione della terra e della sua proprietà. Non basta dare terra a chi vuole lavorare. L’importante è garantire l’accesso alla terra a chi vuole, e ne ha effettivamente i mezzi, renderla produttiva, quando essa è oziosa e incolta (cf. Omelia, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIV/2 [1991] 844; Enciclica Mater et Magistra, 134-136). È a tal fine necessaria la collaborazione chiara e costante con il potere pubblico a cui spetta dirigere il processo per la realizzazione di una nuova politica fondiaria che migliori la distribuzione delle terre e crei le condizioni concrete per un lavoro produttivo e vantaggioso sia per il produttore agricolo sia per il contadino. Inoltre, è necessario ricordare la dottrina tradizionale secondo cui la proprietà della terra “è giusta e legittima, se serve ad un lavoro utile; diventa, invece, illegittima, quando non viene valorizzata o serve ad impedire il lavoro di altri per ottenere un guadagno che non nasce dall’espansione globale del lavoro e dalla ricchezza sociale, ma piuttosto dalla loro compressione, dall’illecito sfruttamento, dalla speculazione e dalla rottura della solidarietà nel mondo del lavoro” (Centesimus Annus, 43). Ricordo anche le parole del mio predecessore Leone XIII quando insegna che “né la giustizia né il pubblico bene consentono che si rechi danno alle altrui cose e per una malintesa idea di uguaglianza si invadano i beni altrui” (Rerum Novarum, 30). La Chiesa non può promuovere, ispirare o appoggiare iniziative o movimenti di occupazione delle terre sia mediante invasioni con l’uso della forza sia mediante la penetrazione subdola nelle proprietà agricole.

6. Per concludere questo incontro, desidero offrirvi il mio appoggio fraterno nel vostro compito pastorale. Conosco le sue difficoltà e ne ho appena ricordate alcune, che sono molto importanti, ma so anche che nelle vostre diocesi gli operai del Vangelo lavorano con entusiasmo e generosità; essi sanno che “la speranza poi non delude” (Rm 5, 5). Ai sacerdoti, ai diaconi, ai religiosi e alle religiose, ai laici impegnati in missioni pastorali specifiche e a tutti i fedeli delle vostre diocesi, portate il saluto cordiale del Successore di Pietro e esprimete loro il mio incoraggiamento per i loro compiti e la loro testimonianza. Che abbiano fiducia nello Spirito del Signore, Spirito di amore e di verità. Nel camminare con Cristo, possano dire come i discepoli di Emmaus: “non ci ardeva forse il cuore nel petto...?” (Lc 24, 32). Vi affido all’intercessione della Madre del Signore e dei Santi delle vostre diocesi e invoco su tutti voi la benedizione di Dio.

 

© Copyright 1995 - Libreria Editrice Vaticana

 

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