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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI AD UN CONVEGNO
PROMOSSO DALL
’ISTITUTO DI CLINICA MEDICA
DELL’UNIVERSIT
À CATTOLICA DEL SACRO CUORE

Sabato, 25 novembre 1995

 

1. Sono lieto di accogliervi, carissimi partecipanti al Convegno internazionale promosso dall’Istituto di Clinica Medica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e mi congratulo con voi per l’interessante tema che avete scelto di approfondire: “La formazione del medico alle soglie del terzo millennio: il ruolo delle università cattoliche”.

Saluto cordialmente il Prof. Adriano Bausola, che ringrazio per le cortesi parole poc’anzi rivoltemi a nome di tutti i presenti. Il mio pensiero va inoltre al Signor Cardinale Pio Laghi, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, al quale esprimo grato compiacimento per il sostegno e la guida offerti alla realizzazione del Convegno. Rivolgo, infine, un cordiale benvenuto al Prof. Giovanni Gasbarrini, dell’Istituto di Clinica Medica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e a tutti voi, illustri Docenti delle Facoltà di Medicina e Chirurgia, provenienti da diverse università cattoliche del mondo.

2. La formazione di coloro che si preparano ad operare nell’ambito della sanità rientra tra le preoccupazioni primarie della società contemporanea, così sensibile alla “qualità della vita”. Le grandi trasformazioni avvenute negli ultimi decenni hanno inciso profondamente sull’identità e sul ruolo del medico. Il travaglio di tali cambiamenti si avverte sia sul piano dei valori di riferimento che su quello delle acquisizioni e degli approcci scientifici e tecnologici. Ne scaturiscono spesso difficoltà e problemi di non poco rilievo, che possono talvolta sfociare in ripiegamenti e arretramenti mortificanti. I motivi di preoccupazione, tuttavia, non devono far dimenticare che, proprio nel nostro tempo, si stanno aprendo prospettive di grande interesse per lo sviluppo di una medicina veramente a servizio dell’umanità.

A questo proposito va segnalato, anzitutto, l’ampliamento culturale del concetto di “salute”, che supera lo stretto ambito della malattia e delle strutture cliniche. Inoltre, le nuove forme di intervento socio-sanitario nel territorio hanno grandemente migliorato precedenti situazioni di povertà sanitaria, e sono normalmente in grado di promuovere il benessere non solo fisico, ma anche psicologico e sociale della persona.

Il nuovo concetto di salute, tuttavia, può assumere equivoche estensioni con riferimento a criteri desunti dalla prassi sociale di volta in volta prevalente. Ciò può condurre a ratificare impostazioni, comportamenti e codificazioni legislative contrarie ai diritti fondamentali della persona. Poggiandosi su una piattaforma culturale marcatamente soggettivistica, l’allargamento del concetto di benessere – in sé positivo – rischia così di ritorcersi contro l’uomo.

3. In questo contesto socio-culturale, alle università cattoliche spetta un compito specifico: esse sono chiamate a suscitare nei futuri medici, insieme con una professionalità di alto profilo scientifico e culturale, una spiritualità robusta e illuminata dalla parola di Dio, autorevolmente interpretata dal Magistero. Ciò otterranno grazie all’adozione di precisi percorsi formativi, costantemente orientati alla ricerca della qualità profonda e, vorrei dire, interiore della professione medica, strettamente legata al Vangelo della Vita.

Occorre cioè realizzare in essa quell’unità profonda di fede e di vita a cui allude il Vaticano II: “Il Concilio esorta i cristiani che sono cittadini dell’una e dell’altra città, a sforzarsi di compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare dallo spirito del Vangelo. Sbagliano coloro che, sapendo che qui non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura (Eb 13, 14), pensano di poter per questo trascurare i propri doveri terreni... Il distacco, che si constata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo” (Gaudium et Spes, 43).

4. La visione integrale, unitaria e dinamica, del mondo e della storia, offerta dalla fede cristiana, costituisce una ricchezza inesauribile per comprendere i nuovi rapporti che si vanno intessendo tra prassi sociale e concetto di salute, e per riaffermare con rinnovato slancio la validità di quell’etica professionale che è stata, nei secoli, la vera anima della cultura sanitaria.

Per questo, oltre all’indispensabile conoscenza della fede cattolica e delle sue implicanze dottrinali e morali, è necessario che le Facoltà di Medicina diano maggiore spazio e rilievo allo studio della dottrina sociale della Chiesa, specialmente attraverso ricerche appropriate e confronti di carattere interdisciplinare. In tal modo sarà possibile predisporre percorsi formativi più armonici e comprensivi, avviando a superamento quella accentuata frammentarietà del sapere scientifico che troppo spesso caratterizza gli attuali programmi della didattica universitaria e procura non poche difficoltà alla formazione integrale della persona.

I giovani che frequentano le università cattoliche vanno aiutati ad acquisire una visione sintetica e sociale della professione medica tale da orientarli, sia scientificamente che eticamente, nelle diverse situazioni nelle quali si troveranno ad operare. Essi saranno così capaci di esercitare un opportuno discernimento delle domande di intervento sanitario, compiendo le scelte doverose e sapendo spingersi, se necessario, anche fino all’obiezione di coscienza.

5. Ma il contributo delle università cattoliche non si ferma qui. Prima di diventare proposta culturale, i valori della professionalità e dell’eticità devono caratterizzare l’attività didattica e le relazioni tra le persone all’interno della vita universitaria; devono, cioè, diventare testimonianza vissuta nel quotidiano.

Occorre che gli studenti siano coinvolti nella elaborazione delle nuove impostazioni e strategie di intervento socio-sanitario. In tal modo, condividendo con tutta la comunità accademica lo sforzo della ricerca e della programmazione operativa, saranno preparati a svolgere un servizio di vera umanizzazione e, in un mondo spesso affascinato da prospettive utilitaristiche e strumentali, sapranno farsi testimoni convincenti di una nuova evangelizzazione.

In questa prospettiva, esprimo vivo apprezzamento a quanti dedicano le loro energie alle iniziative di pastorale universitaria e li incoraggio a proseguire generosamente in tale servizio ecclesiale, perché il Vangelo permei l’intero cammino della comunità universitaria.

6. Carissimi Docenti, la fede in Cristo e il desiderio di servire la vita hanno mosso i vostri passi verso una professione impegnativa. Per voi vale in modo speciale l’appello che ho rivolto a tutti gli uomini di buona volontà nell’Enciclica Evangelium Vitae: “Urgono una generale mobilitazione delle coscienze e un comune sforzo etico, per mettere in atto una grande strategia a favore della vita. Tutti insieme dobbiamo costruire una nuova cultura della vita: nuova, perché in grado di affrontare e risolvere gli inediti problemi di oggi circa la vita dell’uomo; nuova, perché fatta propria con più salda e operosa convinzione da parte di tutti i cristiani; nuova, perché capace di suscitare un serio e coraggioso confronto culturale con tutti” (Evangelium Vitae, 95).

Sono certo che il presente incontro internazionale servirà a consolidare la vostra dedizione, ricca di sapienza e umanità, al vero bene delle persone, e saprà sprigionare nuovi propositi di servizio alla vita, secondo quella multiforme ricchezza della quale lo Spirito del Signore fa dono in ogni tempo alla Chiesa.

Con questi sentimenti invoco su voi tutti e sul vostro lavoro la celeste protezione di Maria, Sede della Sapienza e Stella dell’evangelizzazione, mentre vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

 

© Copyright 1995 - Libreria Editrice Vaticana

 

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