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 DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI CARDINALI, ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA,
ALLA CURIA E ALLA PRELATURA ROMANA
 DURANTE L'UDIENZA PER LA PRESENTAZIONE
DEGLI AUGURI NATALIZI

Sala Clementina - Sabato, 21 dicembre 1996

 

1. Natus est hodie Salvator mundi! Il mistero del Natale ci riempie di stupore sempre nuovo. Nell’oggi della liturgia, che ci fa contemporanei dell’evento bimillenario della nostra salvezza, noi riviviamo la gioia dei pastori che ricevettero per primi l’annuncio e si recarono alla grotta di Betlemme. In quel Bimbo, nato dalla Vergine, noi riconosciamo il Salvatore del mondo. In Lui trova risposta l’invocazione di salvezza che sale dagli uomini e dalle donne di ogni tempo e di ogni latitudine.

La storia dell’uomo diventa storia di Dio Ma che cosa è la salvezza? Dobbiamo riscoprire nella sua ricchezza di significato questa parola centrale dell’annuncio cristiano, che è evocata dallo stesso nome di Gesù: Dio salva. In Lui Dio ci viene incontro per strapparci al destino di morte, che grava su di noi come conseguenza del peccato. Viene a sottrarci ai molteplici limiti ed effetti della nostra precarietà, per introdurci nell’intimità della vita divina. Viene a ridare senso e speranza alla nostra intera realtà umana. Con Lui l’eterno entra nel tempo, il tempo è accolto nell’eterno. La storia dell’uomo diventa, in certo senso, storia di Dio.

Il Verbo ha fatto propria tutta la nostra condizione umana, tranne il peccato. Tutto è stato assunto per essere in Lui “ricapitolato” (cf. Ef 1, 10) e da Lui “sanato”. La dimensione salvifica dell’Incarnazione è legata a questa integra assunzione dell’umanità da parte del Figlio di Dio, al punto che i Padri, contro le eresie tendenti a sminuire lo “scandalo” dell’Incarnazione, enunciarono il principio: “Ciò che non è assunto, non può essere salvato” (Gregorio di Nazianzo, Ep. 101: PG 37,181).

2. Hodie natus est Salvator mundi! Nel gaudio di questo mistero che dà pienezza alla nostra umanità, ringrazio cordialmente Lei, Signor Cardinale Decano, per le gentili parole di devozione e di augurio che ha voluto rivolgermi, facendosi voce di questa grande famiglia dei collaboratori della Curia Romana. A ciascuno di loro va il mio saluto affettuoso e grato.

Signori Cardinali, venerati Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio, carissimi collaboratori religiosi e laici, sono lieto di poter meditare con voi sull’evento senza eguale da cui è scaturita la nostra salvezza.

La nostra riflessione assume quest’anno un respiro più ampio, perché abbiamo da poco iniziato il triennio di preparazione al Grande Giubileo. Siamo entrati in un Avvento pluriennale, che ci porterà a celebrare con particolare intensità, nell’anno 2000, il mistero dell’Incarnazione. I discepoli di Cristo non possono non sentirsi coinvolti in questo cammino di fede e di rinnovamento di vita. Ciò vale, tuttavia, a titolo speciale per quanti, come voi, collaborano da vicino col Successore di Pietro. Dovrà essere, quello appena iniziato, un anno di crescita del nostro amore per Cristo, al quale dobbiamo rendere una testimonianza sempre più limpida e coerente.

Io sento echeggiare forte in me la domanda che Cristo rivolse a Pietro: “Mi ami?” (Gv 21, 15). È una domanda che mi riempie di grande responsabilità. Ma vorrei farla rimbalzare anche su di voi, che mi aiutate quotidianamente nella sollecitudine per tutta la Chiesa.

3. La domanda sull’amore sta alla base di tutta l’esistenza cristiana. È la Chiesa stessa a sentirsi continuamente interpellata da Cristo, suo sposo: “Mi ami tu?”. L’anno che volge ormai al suo termine ha conosciuto diversi momenti “forti”, in cui è risuonata viva questa domanda. Momenti forti sono stati i Viaggi pastorali, che anche quest’anno Dio mi ha dato di compiere nell’esercizio del ministero che è proprio del Successore di Pietro. Li ha ricordati il caro Cardinale Decano, accennando ai frutti di bene che ne sono derivati. Ne rendiamo insieme grazie al Signore.

L’Esortazione apostolica Vita Consecrata: la terza di una trilogia Momento forte è stata la pubblicazione dell’Esortazione post-sinodale Vita Consecrata con la quale ho offerto a quanti sono chiamati alla vita di speciale consacrazione le indicazioni per rinnovarsi sempre più profondamente sulla strada della fedeltà e dell’amore. Non si deve però, dimenticare che questa Esortazione apostolica è la terza di una trilogia: vi sono state, infatti, in precedenza la Christifideles laici, in cui ho raccolto i risultati dell’Assemblea Sinodale sul laicato, e la Pastores dabo vobis a proposito del sacerdozio ministeriale.

Sulle tracce del Concilio, queste vocazioni paradigmatiche della vita ecclesiale sono state approfondite nella loro identità e nella loro missione. Esse esprimono, ciascuna a suo modo, il mistero di salvezza del Verbo incarnato, e con i loro accenti diversi e complementari quasi rifrangono la luce di Cristo che rifulge sul volto della Chiesa (cf. Lumen Gentium, 1). Nella vita laicale Cristo è glorificato come il fondamento da cui trae valore e senso tutta la realtà creata. Nella vita delle persone consacrate, che a Lui si dedicano “con cuore indiviso” (Lumen Gentium, 42) nell’assunzione dei consigli evangelici, Egli è contemplato come il traguardo escatologico a cui tutto tende. Nel sacerdozio ministeriale, posto a servizio della Chiesa nel tempo del “già e non ancora”, si rivela il volto del Buon Pastore, che mai cessa di occuparsi del Popolo che si è acquistato col suo sangue.

4. A quest’ultima vocazione ho dedicato nel mese scorso un’attenzione speciale, prendendo occasione dal cinquantesimo del mio sacerdozio. Nell’affetto che tutta la Chiesa mi ha mostrato, accentuato anche dalla circostanza del mio ricovero ospedaliero, non ho solo visto la considerazione per la mia persona, ma anche la stima che la comunità cristiana coltiva per il ministero sacerdotale. Esso è “dono e mistero”, dono da implorare insistentemente dal Signore, mistero da riscoprire sempre di nuovo. Quanti hanno ricevuto la grazia del sacerdozio sono resi amministratori dei misteri di Dio attraverso l’annuncio della parola, la celebrazione dei sacramenti e la guida amorevole della comunità cristiana. Il loro speciale rapporto con l’Eucarestia deve spingerli a vivere con singolare intensità l’offerta di sé che Cristo fece sul Golgota, rendendo se stessi, con lui, “pane spezzato” per i fratelli, e restando sempre, come nella suggestiva prostrazione del giorno dell’Ordinazione, “pavimento” solido, su cui i fratelli possano camminare incontro al Signore (cf. Giovanni Paolo II, Dono e mistero, p. 54.)

5. Fissando gli occhi sul mistero di Cristo, la Chiesa ha continuato anche quest’anno a camminare nel solco dell’ecumenismo, col desiderio ardente della piena unità tra tutti i credenti. In questo spirito ho voluto proporre negli Angelus domenicali un’articolata meditazione sulla ricchezza della tradizione spirituale dell’Oriente, che va sempre meglio conosciuta e apprezzata. Dobbiamo andare verso il Terzo Millennio con il proposito fermo di superare i motivi di divisione che la storia ha accumulato. La Chiesa deve tornare a respirare pienamente con i suoi “due polmoni”. Di questo sono vivente auspicio i cattolici di rito orientale, che sono stati particolarmente al centro della mia attenzione nelle celebrazioni per i centenari delle “unioni” di Brest e Uzhorod. In questo senso va pure la gradita visita del Catholicos-Patriarca Supremo di tutti gli Armeni, Karekin I.

D’altra parte, l’ecumenismo deve portare i suoi frutti anche rispetto alle divisioni intervenute in Occidente. Il recente incontro con l’Arcivescovo di Canterbury, George Leonard Carey, ha permesso di verificare il cammino fatto nei rapporti con la Comunione anglicana, nonostante gli ostacoli antichi e nuovi che ritardano la piena unità. Lo Spirito Santo ci spinge a progredire su questa strada, pur restando sempre fedeli alle esigenze della verità e alla logica dell’amore evangelico.

6. Natus est hodie Salvator mundi! Molti problemi di questo faticoso “oggi” dell’umanità hanno attirato anche quest’anno l’attenzione vigile e premurosa della Chiesa. Se Cristo è il Salvatore, la Chiesa, suo mistico corpo e sua sposa, è “sacramento universale di salvezza” (Lumen Gentium, 48). Come tale, essa è chiamata ad essere fermento evangelico in tutti gli ambiti della vita umana, contribuendo a costruire una società più fraterna e solidale. Questo tipo di presenza si esprime in molteplici forme, con iniziative promosse a livello sia di Chiesa universale che di Chiese particolari. In questo incontro con voi mi piace ricordare la testimonianza specifica che la Santa Sede ha reso con l’invio delle sue Delegazioni ai vertici mondiali nei quali si sono affrontati problemi di grande rilievo per l’umanità. Quest’anno la Santa Sede ha dato il suo ulteriore contributo alla Seconda Conferenza delle Nazioni Unite sugli Insediamenti Umani, che si è svolta in giugno a Istanbul. Analogo servizio, con l’intento sempre volto a difendere la dignità di ogni persona umana e specialmente delle più deboli, è stato reso in precedenti occasioni. Ricordo, in particolare, la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e sullo sviluppo, a Rio de Janeiro nel 1992, la Conferenza mondiale sui Diritti Umani, a Vienna nel giugno 1993, la Conferenza mondiale sulla riduzione dei disastri naturali, a Yokohama nel maggio 1994, la Conferenza internazionale su popolazione e sviluppo, al Cairo nel settembre successivo e, infine, la Conferenza mondiale sulle donne, nel settembre dell’anno scorso a Pechino. In ognuna di queste occasioni la Santa Sede ha voluto offrire la testimonianza di quella “salvezza integrale” che Cristo ha portato alla persona umana, e che tocca tutte le sue dimensioni, spirituali e corporee, culturali e sociali: salvezza di “ogni uomo e di tutto l’uomo”, per rievocare una bella espressione di Paolo VI (Paolo VI, Populorum Progressio, 14).

7. Purtroppo, mentre la Comunità internazionale riflette sui problemi dell’umanità, affrontandoli con tempi spesso assai lunghi, in tante parti del mondo uomini, donne, bambini soffrono indicibilmente. Ogni giorno assistiamo allo spettacolo agghiacciante di persone e popoli ridotti allo stremo per situazioni di povertà che stridono con il consumismo delle regioni benestanti. Il Vertice mondiale sull’alimentazione, svoltosi in novembre presso la FAO, ha richiamato l’attenzione di tutti sullo “scandalo” della fame e della malnutrizione, che colpisce ancora una persona su cinque nel mondo. Parlando a quell’illustre Vertice ho ricordato gli insopportabili contrasti tuttora esistenti tra chi manca di tutto e chi sperpera senza ritegno beni che nel piano del Creatore sono destinati all’intera umanità. È necessario ed urgente che gli Stati si impegnino a perseguire politiche economiche e alimentari fondate non solo sul profitto, ma anche sulla condivisione solidale. In questa prospettiva il Pontificio Consiglio Cor Unum ha pubblicato di recente un documento su La fame nel mondo, nel quale sono formulate interessanti proposte tese a favorire una ripartizione più equa delle risorse alimentari.

Alcune popolazioni sono poi afflitte dalla tragedia di conflitti etnici e nazionalistici che gettano nella disperazione e nella morte innumerevoli innocenti. Non di rado essi attirano l’interesse dell’opinione pubblica solo per pochi momenti, per essere poi abbandonati al loro destino. Si sono registrati quest’anno significativi progressi, pur tra tensioni tutt’altro che sopite, nella soluzione del problema della Bosnia ed Erzegovina, ma nel frattempo si sta consumando un dramma di sconvolgenti proporzioni in Africa centrale. La Chiesa torna a farsi voce di chi non ha voce, e chiede a quanti ne hanno potere e responsabilità di non tirarsi indietro di fronte a queste drammatiche emergenze.

8. Ecco, Signori Cardinali, venerati Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio, religiosi e religiose, cari laici collaboratori, un panorama certamente incompleto dei numerosi ambiti di servizio, a cui la Sede Apostolica si sente chiamata, per farsi interprete in modo operoso e concreto del messaggio di salvezza che viene dal Natale.

Nell’ambito di tale molteplice impegno, voi rendete un servizio prezioso e insostituibile, in ciascuno dei vostri Dicasteri, mettendo quotidianamente a disposizione del Papa e della Chiesa la vostra intelligenza e la vostra competenza. Non posso diffondermi nei particolari, anche se lo desidererei, per sottolineare quanto il lavoro di ciascuno, spesso fatto nel nascondimento, sia meritevole del più cordiale riconoscimento. Ma so che attingete le vostre più profonde motivazioni in Dio stesso, alla cui inesauribile sorgente di grazia alimentate il vostro amore per la Chiesa. Sono proprio tali motivazioni il segreto perché il lavoro curiale, pur con l’inevitabile peso degli aspetti burocratici, non perda mai la sua ispirazione evangelica e un grande calore umano. Vogliate accogliere tutti l’espressione del mio apprezzamento. Grazie! Grazie di cuore!

9. Natus est hodie Salvator mundi! Ci rechiamo spiritualmente davanti alla grotta di Betlemme, per adorare il Bimbo Divino, per confessarlo nostro Signore e Salvatore, per celebrare la misericordia del Padre, che “in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità” (Ef 1,4).

Voglia la Vergine Santa, che lo portò in grembo e lo contemplò stringendolo tra le braccia, darci un po’ della sua fede, perché la venuta di Cristo non lasci inerte la nostra vita e freddo il nostro cuore. Ci renda testimoni di carità, perché Egli possa nascere nelle menti afflitte dal dubbio, nelle famiglie stremate dall’indigenza, nei giovani bisognosi di speranza.

Implorando per ciascuno di voi ogni bene, imparto a tutti la mia Benedizione. Buon Natale!

 

© Copyright 1996 - Libreria Editrice Vaticana

     

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