 |
DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AL CONSIGLIO
INTERNAZIONALE PER LA CATECHESI
L’AGGIORNAMENTO DEL DIRETTORIO CATECHISTICO GENERALE
1. Ho appreso con piacere che il Consiglio Internazionale per la
Catechesi s'è raccolto in sessione plenaria per provvedere all'aggiornamento
del Direttorio Catechistico Generale, aggiornamento resosi particolarmente
urgente dopo la pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. Affido a
Lei, Signor Cardinale, il compito di recare il mio saluto cordiale ai
partecipanti alla sessione ed a quanti, in codesta Congregazione, hanno
contribuito alla sua realizzazione. Il tema dei lavori è senza dubbio di grande
portata. Il Concilio Vaticano II, che più volte parlò della catechesi
sottolineandone l'importanza, nel Decreto Christus Dominus propose la
redazione di "un direttorio per l'istruzione catechistica del popolo"
(n. 44). In adempimento del mandato conciliare, tale direttorio fu preparato da
una commissione internazionale di esperti sulla base di un'ampia consultazione e
venne pubblicato l'11 aprile 1971. A distanza di oltre un ventennio si può dire
che esso ha esercitato un influsso molto positivo sul rinnovamento della
catechesi, ponendosi come valido punto di riferimento sia quanto ai contenuti
che quanto alla metodologia.
2. In questo arco di tempo, tuttavia, a causa della rapida
evoluzione del contesto culturale mondiale, sono emerse nuove sfide che toccano
la vita della Chiesa anche sul piano dell'evangelizzazione e della catechesi. Ad
esse il Magistero della Chiesa non ha mancato di volgere la sua attenzione, come
mostrano le due Esortazioni Apostoliche Evangelii Nuntiandi (8 dicembre
1975) e Catechesi Tradendae (16 ottobre 1979) e, in special modo, il
Catechismo della Chiesa Cattolica, presentato ai Vescovi con la Costituzione
Apostolica Fidei Depositum (11 ottobre 1992). Su questa base si imponeva
per il Direttorio Catechistico Generale una revisione che ne adeguasse le
indicazioni alla nuova situazione. Opportunamente, pertanto, il Consiglio
Internazionale per la Catechesi ha dedicato interamente la presente sessione
plenaria a questo importante compito. Il lavoro, svolto in questi giorni sulla
base di precedenti studi, osservazioni e suggerimenti di esperti, si è concluso
portando alla luce sia le sezioni del Direttorio che vanno conservate, sia
quelle da riscrivere, in riferimento ai problemi più scottanti che la catechesi
dei prossimi anni dovrà necessariamente affrontare. Tra questi, particolare
rilievo nel contesto del mondo d'oggi ha sicuramente l'inculturazione. La
pluralità delle culture è infatti sempre più marcata anche nelle regioni di
antica tradizione cristiana. A maggior ragione essa costituisce una sfida nei
continenti in cui più recente è l'annuncio del cristianesimo, come ha
sottolineato la recente assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per l'Africa.
3. Il compito della Chiesa di annunciare la Parola di Dio
"a tutte le genti" (cfr. Mt 28,19) esige per sua natura uno
sforzo continuo di "traduzione" di tale Parola, per renderla
accessibile a tutti i suoi destinatari così che, accolta nel pensiero e nella
vita, possa diventare lievito di tutte le culture, dando vita a prassi, costumi,
istituzioni cristianamente ispirati. L'inculturazione si configura così come
uno dei compiti più necessari e vitali dell'evangelizzazione e della catechesi,
ma anche come uno dei più difficili e delicati. Essa impegna la Chiesa a un
continuo sforzo di discernimento da compiere in obbedienza alla Parola di Dio,
in cordiale attenzione all'uomo, sotto la guida dello Spirito Santo. Il
paradigma di tale compito è la stessa Incarnazione del Verbo di Dio, evento
storico-salvifico su cui poggia la fede cristiana. In Cristo, il Verbo si è
fatto carne (cfr. Gv 1,14), assumendo tutto ciò che è proprio
dell'uomo, eccetto il peccato (cfr. Eb 4,15). Anche l'annuncio di Cristo
agli uomini non può non seguire la stessa dinamica, proponendo il messaggio
rivelato in modo che ogni cultura lo possa veramente sentire qual esso è,
valido e arricchente, contemporaneo di ogni tempo e di tutte le generazioni.
4. Spetta dunque a un'autentica teologia dell'incarnazione
indicare le coordinate dell'inculturazione, segnandone i limiti, oltre i quali
l'illusione di "tradurre" sarebbe un "tradire". Pietra
angolare di ogni processo di inculturazione della fede è l'annuncio
dell'Incarnazione come fatto storico unico e irripetibile. Il Figlio di Dio si
è incarnato una volta per sempre in un determinato luogo e in un determinato
tempo. Ogni cultura che si apre a Cristo non può non stabilire un vincolo
permanente con la storia concreta dell'Incarnazione, con la parola biblica che
ce la svela, con la tradizione ecclesiale che ce la consegna, con i segni
sacramentali in cui essa continua ad operare. L'Incarnazione è poi in intima
connessione col mistero pasquale di morte e risurrezione. L'accoglienza di
questo evento suppone la presa di coscienza del peccato che segna la storia
umana e la rende radicalmente bisognosa di redenzione. Quando si annuncia il
Cristo, non si può mai, per un equivoco irenismo, dimenticare che esiste il
"mysterium iniquitatis", che ha profondamente turbato l'originaria
bontà della creazione. "Grano" e "zizzania" crescono
insieme (cfr. Mt 13,39) nel cuore dell'uomo come nelle culture e nella
società. Non tutto dunque è conciliabile col messaggio cristiano. Molto può
essere valorizzato, altro deve essere rigettato, tutto deve essere purificato e
migliorato.
5. L'Incarnazione ha la sua pienezza nella glorificazione di
Cristo. Dal Risorto sgorga perennemente per l'intera umanità il dono dello
Spirito, principio di vita nuova che si realizzerà compiutamente
nell'escatologia, ma che ha già storicamente una concreta anticipazione nella
vita della Chiesa, corpo e sposa di Cristo. L'incontro delle culture con Cristo
implica un cammino di elevazione, fino alla "piena maturità di
Cristo" (Ef 4,13). Nel Corpo mistico di Cristo le autentiche
ricchezze umane sono purificate, consolidate, unificate. Non può esserci dunque
vero annuncio di Cristo che non sia anche una proposta di comunione ecclesiale:
"Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché
anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col
Figlio suo Gesù Cristo" (1Gv 1,3). In questa linea si muove il
vostro lavoro, per il quale formulo l'auspicio di un felice esito, sotto lo
sguardo materno di Maria, che ci precede nella "peregrinazione" della
fede e sta davanti a noi quale modello di adesione incondizionata al progetto di
Dio. Con questi sentimenti imparto a Lei, Signor Cardinale, ai suoi
collaboratori ed a tutti i partecipanti alla Sessione del Consiglio
Internazionale per la Catechesi l'Apostolica Benedizione.
Dal Vaticano, 21 Settembre 1994.
|