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INCONTRO CON IL CLERO DELLA DIOCESI DI ROMA
ALL'INIZIO DELLA QUARESIMA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II

Sala Clementina - Giovedì, 22 febbraio 1996

 

Il Cardinale ha annotato molte cose, io non ho annotato niente. Ho sentito solamente tante risposte, perché se nel giorno dell’Immacolata l’anno scorso ci sono stati l’annuncio e la proposta della missione, qui ci sono già risposte entusiaste. Queste risposte diventano di nuovo proposte. Così si deve riassumere l’esperienza di oggi. Io ho preparato un testo e lo leggerò perché molte volte ho improvvisato, ma poi ma hanno detto che l’improvvisazione è una bella cosa ma trattiamo le cose più seriamente. Questo discorso non è improvvisato, ma già preparato perché siamo tutti corresponsabili di questo grande progetto della missione dell’Anno Duemila.

Carissimi sacerdoti, parroci romani, viceparroci e presenti tutti,

1. Vi saluto con grande affetto e vi ringrazio per la partecipazione a questo incontro già tradizionale e sempre nuovo.

Il Cardinale Vicario nel suo saluto iniziale, poi più dettagliatamente Mons. Nosiglia nella sua relazione e infine gli interventi dei vostri confratelli hanno già individuato il profilo della missione cittadina, proponendone non pochi aspetti, modalità e contenuti. Vorrei ora prolungare questa comune riflessione, andando soprattutto a ciò che è più essenziale.

La missione cittadina è, per Roma, la preparazione immediata al grande Giubileo. Proprio per questo essa si pone in continuità profonda con il Sinodo diocesano e, prima di esso, con il Concilio Vaticano II. Concilio e Sinodo sono già infatti preparazione al Giubileo e l’evangelizzazione costituisce il loro obiettivo di fondo. Nella missione cittadina si tratta dunque di tradurre in atto quello che, sulla base del Concilio, abbiamo elaborato e deciso nel Sinodo.

Ho detto in più di un’occasione che il Sinodo costituiva, per la Diocesi tutta, una straordinaria opportunità di sperimentare la Chiesa come comunione. Ora vorrei dire, analogamente, che la missione cittadina è anche, per la Diocesi tutta, una grande scuola di missionarietà, dove si impara a divenire missionari attraverso l’esercizio stesso della missione. E per questo insisto ancora sulla parola "continuità": la missione cittadina è in vista del Giubileo, ma non si esaurisce con il Giubileo. Tende a diventare una caratteristica permanente della Chiesa di Roma e della sua pastorale, che la accompagna verso e dentro il terzo millennio. Lo scopo infatti è questo: rendere la nostra Chiesa più idonea a formare, con la grazia divina, cristiani adulti nella loro fede.

2. Noi pensiamo sempre a questa missione cittadina, ma non dobbiamo dimenticare che la missione di Roma è stata per due millenni al di fuori di Roma. E ha portato la luce del Vangelo a tanti popoli dell’Europa e degli altri Continenti. Sempre, in qualche modo queste Chiese fondate con l’evangelizzazione partita da Roma tornano a Roma, guardano a Roma e cercano come modello della propria missione, "la Missione di Roma". Anche in questo momento io vedo, parlando con i Vescovi, che l’idea del "Tertio Millennio adveniente" è stata recepita molto bene e molti si preparano. Già hanno proprie idee, proprie iniziative, ma guardano verso Roma, come lo farà Roma stessa.

Insieme alla missione, il grande tema del Sinodo è stato la comunione; abbiamo insistito perciò sul binomio "comunione e missione", ossia sul nesso inscindibile fra comunione e missione. Anche questo aspetto non deve assolutamente andare perduto: parlerei a questo proposito di "unità di missione" e ancora più concretamente di "unità nella missione". Quale che sia il nostro specifico ministero e quale che sia il nostro status nella Chiesa, Vescovi e presbiteri, religiosi e religiose, laici, dobbiamo avere chiara l’idea che lavoriamo per un unico e identico fine: Gesù Cristo, salvezza dell’umanità. E pertanto dobbiamo lavorare insieme, sentirci tutti sinceramente collaboratori di una impresa comune. Si tratta in altre parole di realizzare la comunione nella missione, andando al di là di tutti i nostri pur legittimi particolarismi. Questo vale per l’opera pastorale delle nostre parrocchie e comunità, ma vale anche per la testimonianza cristiana che siamo chiamati a dare nei diversi ambienti di lavoro, nella scuola e nell’università, negli ospedali, in ogni situazione di vita.

In concreto, i cristiani devono imparare a rendersi attivamente presenti in questi ambienti ritrovandosi tra loro come cristiani per sostenersi e confortarsi a vicenda nella missione. È questa un’esigenza interna della testimonianza cristiana, che oggi diventa tanto maggiore e più urgente quanto più forti sono le correnti di scristianizzazione che attraversano la società e anche questa nostra Roma, e che spingono facilmente i cristiani al mimetismo e all’anonimato, come hanno sottolineato i sacerdoti che ci hanno preceduto con i loro interventi. La missione cittadina sarà dunque l’occasione propizia per far progredire questa visibile e concreta unità e comunione nella missione.

3. È stato già sottolineato a più riprese il rapporto che la missione cittadina deve avere con il programma di preparazione immediata al grande Giubileo che ho delineato nella Tertio Millennio adveniente, in particolare per la seconda fase di tale preparazione, che abbraccia gli anni 1997, 98 e 99. Effettivamente, la missione deve collocarsi dentro alla dinamica che ho proposto, che è incentrata su Gesù Cristo e, mediante Gesù Cristo e nello Spirito Santo, conduce a Dio Padre.

Siamo chiamati a entrare noi per primi in questa dinamica o movimento spirituale, ad entrarvi col nostro essere e la nostra anima di sacerdoti, con la nostra preghiera e quindi con il nostro quotidiano impegno pastorale. Tutta la Chiesa di Roma, entrando in questa dinamica, diventerà maggiormente missionaria, perché l’indole profonda e lo scopo della missione sta proprio nel lasciarsi afferrare da Cristo, nel mettersi alla sua sequela per andare con lui, sostenuti dalla potenza del suo Spirito, verso il Padre, coinvolgendo in questo cammino il maggior numero possibile di fratelli. La missione cittadina si inserisce dunque molto naturalmente nella prospettiva della Tertio millennio adveniente ed è un modo assai felice di metterla in pratica.

4. Scopo e obiettivo della missione è chiamare la nostra città alla fede e alla conversione. La missione si rivolge perciò a tutta la gente che vive a Roma; in termini molto concreti, alle persone e alle famiglie dei nostri quartieri e borgate e alle parrocchie che ne hanno la cura pastorale. Ma si rivolge anche, e in maniera altrettanto necessaria, concreta e impegnativa, alla città nel suo complesso, alla sua anima o cultura collettiva, come ho già sottolineato facendo gli auguri natalizi alla Curia Romana.

Noi sacerdoti per primi dobbiamo non fermarci all’ambito che ci è direttamente affidato, ma sentirci corresponsabili della pastorale diocesana e della missione diocesana nel suo complesso; lavorare, dunque, restando ben aderenti ciascuno al proprio compito specifico, ma senza chiuderci in esso, cercando invece tutte le collaborazioni, gli "scambi di doni", che possono servire a dare al nostro impegno un respiro cittadino.

5. C’è di più: mediante la missione e il conseguente accresciuto impegno dei cattolici nella città, Roma potrà ricuperare una più viva consapevolezza del grande compito che la Provvidenza di Dio le ha assegnato fin da quando gli Apostoli Pietro e Paolo sono venuti qui ad annunciare e a testimoniare con il proprio sangue il Vangelo. Nel giorno in cui ricorre la festa della Cattedra di san Pietro è doveroso ricordarlo. Anche oggi il mondo guarda a Roma e attende molto da Roma: ne ho continue conferme nei miei viaggi apostolici e nelle Visite ad limina dei Vescovi. Lo stesso annuncio della missione cittadina ha già suscitato attenzione e interesse in non poche altre diocesi e probabilmente non resterà un fatto della sola Roma.

Se, attraverso la missione, riusciremo davvero a incidere sulla cultura e sulla coscienza di sé di questa città, crescerà certamente anche la testimonianza missionaria che Roma potrà offrire al mondo. Già nel corso del Sinodo, del resto, abbiamo fatto una buona esperienza di dialogo a livello cittadino. Lo abbiamo chiamato "Confronto con la città". Si tratta, in certo modo, di riprendere questo discorso, rendendolo più continuativo e possibilmente più articolato nei diversi ambienti di cui si compone questa città.

6. Nell’opera di penetrazione cristiana nei diversi ambienti i laici devono avere certamente un compito da protagonisti, come hanno sottolineato molti. Mi sia però consentito di dire a voi ciò che il Papa attende, per la missione cittadina, dal Clero di Roma. La missione deve partire da voi. Voi, che siete i primi collaboratori dell’ordine episcopale, siete anche, come dice il Decreto Presbyterorum ordinis (cf. nn. 2 e 4), coloro a cui è affidato in primo luogo il ministero di annunciare a tutti il Vangelo. La missione cittadina ha dunque bisogno di presbiteri che siano autentici evangelizzatori e credibili testimoni della fede.

Occorre per questo essere capaci di dialogare con la gente, con il giovane come con l’anziano, con il povero come con il benestante, con la persona di cultura come con i più semplici e meno preparati. Ma non si tratta di un dialogo qualsiasi: siamo sempre sacerdoti e anche quando conversiamo familiarmente dobbiamo esprimerci come sacerdoti. Attraverso il contatto con noi la gente ha diritto di incontrare Cristo e proprio questo, in fondo, è ciò che essa ci chiede.

Nelle condizioni attuali della società, per poter stabilire un vero dialogo, occorre molta disponibilità, e anche inventiva: in questo senso la missione cittadina è anche uno stimolo alla nostra creatività, a saper trovare forme di dialogo e di incontro adatte alle situazioni che cambiano continuamente. Ma in questo cambiamento una cosa rimane ferma e decisiva: la nostra identità di sacerdoti, il nostro spirito e la nostra carità di pastori.

Chiamandoci in causa come sacerdoti, la missione cittadina è un’occasione privilegiata per dare impulso alla formazione del Clero: sia per rendere sempre più solida e profonda, e quindi missionaria, la formazione che danno i nostri Seminari diocesani, sia per sviluppare in maniera organica la formazione permanente di coloro che già sono sacerdoti. Specialmente riguardo a questo secondo aspetto confido che potremo fare significativi passi avanti proprio in questi anni della missione.

7. D’altra parte, il sacerdote per sua natura presiede la comunità ed è al servizio della comunità; il sacerdote è per il popolo di Dio. Perciò nella missione cittadina ci preoccuperemo di suscitare le energie missionarie dei nostri laici, di aiutarli e accompagnarli nella loro formazione, avendo cura che essa abbia una caratteristica effettivamente missionaria: che i laici cioè non si sentano cristiani soltanto all’interno delle nostre parrocchie e comunità, ma in tutte le situazioni di vita, quando sono in mezzo alla gente, là dove testimoniare Cristo spesso significa andare contro corrente. Se vogliamo che la Chiesa di Roma diventi concretamente e stabilmente più missionaria, proprio questo è forse il passaggio più importante e decisivo: orientare in senso missionario tutta l’opera formativa, da quella dei sacramenti dell’Iniziazione cristiana fino a quella con gli adulti.

Nel programma del Convegno diocesano celebrato la settimana scorsa viene proposto che nell’anno 1997 sia data particolare attenzione alla pastorale giovanile e nel 1998 alla pastorale della famiglia. Sono scelte molto opportune, in sintonia con il cammino pastorale che la nostra diocesi sta percorrendo. Al riguardo mi preme sottolineare che la nostra attenzione deve rivolgersi il più possibile a tutti i giovani e a tutte le famiglie, non soltanto a quelli che ci sono già più vicini. Nello stesso tempo, con coloro che sono più disponibili, occorre lavorare perché diventino essi stessi protagonisti, e non soltanto oggetto, della missione: so che non è un lavoro facile, che molte resistenze sono da superare, talvolta anche all’interno dei nostri ambienti, ma è un lavoro necessario, al quale non possiamo rinunciare. E ancora, per poter essere ascoltati dai giovani e dalle famiglie dobbiamo noi per primi essere pronti e disponibili ad ascoltarli, a stabilire con loro un rapporto personale: come dicevo, sempre come sacerdoti e con animo di sacerdoti.

Evidentemente rientra qui anche lo spazio e il compito della confessione sacramentale e della direzione spirituale.

8. Nella Tertio millennio adveniente (n. 43) ho scritto che la Vergine Maria deve essere presente in modo per così dire "trasversale" lungo tutta la fase preparatoria del grande Giubileo. Ripeto questo discorso per la missione cittadina: Maria infatti, Madre del Verbo incarnato e Madre della Chiesa, è modello e guida dell’evangelizzazione. In concreto la devozione a Maria, che è viva nel popolo di Roma, e che deve essere più che mai viva nei nostri cuori di sacerdoti e quindi nella nostra azione pastorale, costituisce una via di speciale efficacia attraverso la quale possiamo proporre - in modo accessibile a tutti perché parla al cuore di tutti - il mistero di Cristo, il volto materno della misericordia di Dio che abbraccia noi peccatori.

Concludo perciò queste mie parole affidando a Maria Regina degli Apostoli e Stella dell’evangelizzazione questa missione romana a cui daremo solenne inizio la sera del 25 maggio, celebrando tutti insieme la veglia di Pentecoste in Piazza San Pietro.

Al termine del discorso prima della recita dell"Angelus Domini", il Santo Padre si compiace con i sacerdoti, rivolgendo loro brevi parole:

Le risposte alle proposte già ci sono. Ringrazio per tutti i contributi che mi avete fatto pervenire. Auguro a tutti voi una buona continuazione durante questa Quaresima e durante il successivo periodo pasquale, che terminerà con il nostro incontro nella Veglia di Pentecoste in Piazza San Pietro.  

 

© Copyright 1996 - Libreria Editrice Vaticana

 

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