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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI ALLA II SESSIONE PLENARIA
DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA DELLE SCIENZE SOCIALI

Sala del Concistoro - Venerdì, 22 marzo 1996

 

Signor Presidente,
Signore e Signori Accademici,

1. La seconda sessione plenaria della Pontifica Accademia delle Scienze Sociali, con la quale inaugurate il lavoro normale della vostra istituzione dopo un primo periodo di organizzazione, mi dà l’opportunità di esprimervi tutta la mia gratitudine. Ringrazio innanzitutto lei, Signor Presidente, per le cordiali parole che mi ha rivolto. Desidero esprimerle la mia stima per l’impegno da lei posto nell’applicazione di un metodo di lavoro rigoroso e di una collaborazione intensa fra i membri dell’Accademia, per promuovere una ricerca feconda. Rivolgo i miei cordiali saluti a tutti i membri della vostra nuova istituzione; li ringrazio per avere accettato di esaminare, con competenza e con una grande disponibilità intellettuale, le realtà sociali moderne al fine di aiutare la Chiesa a svolgere la sua missione presso i nostri contemporanei.

2. Constatando il rapido aumento delle disuguaglianze sociali, fra il Nord e il Sud, fra i Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, ma anche in seno alle nazioni normalmente considerate ricche, voi avete scelto come primo tema di riflessione quello dell’impiego. Scelta molto opportuna nella società contemporanea in cui i profondi cambiamenti politici, economici e sociali esigono una nuova distribuzione del lavoro. Apprezzo la vostra scelta che risponde a una preoccupazione costante della Chiesa; come ho ricordato nell’Enciclica Laborem exercens, mediante il lavoro "l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso "diventa più uomo"" (n. 9). Questa preoccupazione è stata uno dei temi principali dell’Enciclica Rerum novarum, in cui Papa Leone XIII affermava con forza che, nella vita economica, è fondamentale rispettare la dignità dell’uomo (cf. n. 32).

Nella vostra attività vi preoccupate di collegare la dottrina sociale della Chiesa agli aspetti scientifici e tecnici. Manifestate così l’autentico statuto della dottrina sociale che non ha proposte concrete da presentare e che non si confonde "con atteggiamenti tattici né col servizio di un sistema politico" (Paolo VI, Evangelii nuntiandi, n. 38). La Chiesa non intende sostituirsi alle autorità politiche o ai responsabili economici per intraprendere azioni concrete che corrispondono alle loro competenze e alla loro responsabilità nella gestione del bene pubblico. Il Magistero vuole ricordare le possibili condizioni, sul piano antropologico ed etico, di un cammino sociale che deve incentrarsi sull’uomo e sulla collettività, affinché ogni persona si realizzi pienamente. Esso offre "’principi di riflessione", "criteri di giudizio" e "direttrici di azione"" mostrando che la Parola di Dio si applica "alla vita degli uomini e della società così come alle realtà terrene, che ad esse si connettono" (Giovanni Paolo II, Sollecitudo rei socialis, n. 8).

3. Si tratta quindi, in primo luogo, di un’antropologia che appartiene alla lunga tradizione cristiana che gli scienziati e i responsabili della società devono poter accogliere, in quanto "ogni azione sociale implica una dottrina (Paolo VI, Populorum progressio, n. 39). Ciò non esclude la legittima pluralità delle soluzioni concrete, purché i valori fondamentali e la dignità dell’uomo siano rispettati. L’uomo di scienza o colui che ha una responsabilità nella vita pubblica non può fondare la sua azione unicamente su principi presi dalle scienze positive. Questi infatti prescindono dalla persona umana e considerano le strutture e i meccanismi sociali. Essi non possono spiegare l’essere spirituale dell’uomo, il suo desiderio profondo di felicità e il suo divenire soprannaturale, trascendendo gli aspetti biologici e sociali dell’esistenza. Limitarsi a questo atteggiamento, legittimo come istanza epistemologica, significherebbe trattare l’uomo "come uno strumento di produzione" (PioXI, Quadragesimo anno). Tutto ciò che si riferisce al Bene, ai valori e alla coscienza trascende l’attività scientifica e riguarda la vita spirituale e la responsabilità delle persone che, per loro natura, sono portate a ricercare il bene.

Pertanto la prosperità e la crescita sociale non possono realizzarsi a detrimento delle persone e dei popoli. Se il liberalismo o qualsiasi altro sistema economico privilegia solo quanti possiedono capitali e fa del lavoro un mero strumento di produzione diviene fonte di gravi ingiustizie. La concorrenza legittima che stimola la vita economica, non deve andare contro il diritto fondamentale di qualsiasi uomo ad avere un lavoro che gli consenta di vivere con la sua famiglia. Come può infatti una società considerarsi ricca se, al suo interno, molte persone non hanno il necessario per vivere? Finché un essere umano sarà ferito e sfigurato dalla povertà, sarà la stessa società, in un certo senso, ad essere ferita.

4. Per quanto riguarda il lavoro, tutti i sistemi economici devono avere come principio primo il rispetto dell’uomo e della sua dignità. "Lo scopo del lavoro... rimane sempre l’uomo stesso" (Giovanni Paolo II, Laborem exercens, n. 6). A coloro che, per un qualsiasi motivo, offrono impiego, è opportuno ricordare i tre grandi valori del lavoro. Innanzitutto il lavoro è il mezzo principale per esercitare un’attività specificatamente umana. È una "dimensione dell’umano esistere con la quale la vita dell’uomo è costruita ogni giorno, dalla quale essa attinge la propria specifica dignità" (Laborem exercens, n. I,1). È dunque per ogni persona il mezzo normale per soddisfare i suoi bisogni materiali e quelli dei suoi fratelli posti sotto la sua responsabilità. Il lavoro ha inoltre una funzione sociale. Esso è una testimonianza della solidarietà fra tutti gli uomini: ognuno è chiamato ad apportare il suo contributo alla vita comune e nessun membro della società dovrebbe essere escluso dal mondo del lavoro o emarginato. In effetti l’esclusione dai sistemi di produzione comporta quasi ineluttabilmente un’esclusione più ampia accompagnata in particolare da fenomeni di violenza e da disgregazioni familiari.

Nella società contemporanea, in cui l’individualismo è sempre più forte, è importante che gli uomini prendano coscienza del fatto che la loro azione personale, anche la più umile e discreta, soprattutto nel mondo del lavoro, è un servizio ai propri fratelli in umanità e un contributo al benessere della comunità intera. Questa responsabilità deriva dal dovere di giustizia. In effetti, ogni persona riceve molto dalla società e deve essere in grado di dare a sua volta in funzione delle proprie capacità.

5. L’assenza di lavoro, la disoccupazione e la sottoccupazione portano molti dei nostri contemporanei sia nelle società industriali sia in quelle basate su un’economia tradizionale, a dubitare del senso della loro esistenza e a perdere la speranza nel futuro. È opportuno riconoscere che, affinché il progresso sia veramente al servizio dell’uomo, è necessario che tutti gli uomini siano organicamente inseriti nei processi di produzione o di servizio al corpo sociale, per esserne gli artefici e condividerne i frutti. Ciò è particolarmente importante per i giovani che desiderano giustamente guadagnarsi da vivere, inserirsi nel tessuto sociale e fondare una famiglia. Come possono essi acquistare fiducia in se stessi e venire riconosciuti dagli altri se non vengono dati loro i mezzi per inserirsi nei circuiti professionali? Nei periodi in cui la piena occupazione non è possibile, lo Stato e le imprese hanno il dovere di effettuare una migliore ripartizione dei compiti fra tutti i lavoratori. Le istituzioni professionali e gli stessi lavoratori devono saper accettare per il bene di tutti questa ripartizione e forse una relativa perdita dei vantaggi acquisiti. È un principio di giustizia umana e di morale sociale e al contempo di carità cristiana. Nessuno può ragionare in un’ottica puramente individualistica e con uno spirito troppo corporativistico; ognuno è invitato a tener presente l’insieme dei suoi fratelli. Bisogna dunque educare i nostri contemporanei affinché possano prendere coscienza del carattere limitato della crescita economica per non favorire la prospettiva erronea e illusoria che il mito del progresso permanente sembra offrire.

6. Voi avete voluto estendere la vostra ricerca alle sue implicazioni politiche e demografiche. I vostri giudizi sulla situazione internazionale contribuiranno notevolmente a individuare i numerosi fattori legati allo sviluppo economico. Di fronte alla universalizzazione dei problemi, apprezzo il vostro sforzo per proporre un cammino che tenga in grande conto la ripartizione demografica del lavoro e la situazione dei Paesi in via di sviluppo che non possono essere ignorati nella scelta di strategie internazionali. Dinnanzi alle difficoltà che essi incontrano nelle loro lente transizioni politiche ed economiche non si può cessare di essere solidali.

7. Signore e Signori accademici, in occasione della vostra seconda sessione plenaria desidero rinnovarvi la mia fiducia e la mia stima. La Chiesa conta su di voi per essere illuminata su settori in cui si fanno sempre più sentire l’urgenza e il bisogno di decisioni che inaugureranno un futuro più solidale e più fraterno in seno alle nazioni e fra tutti i popoli della terra. Nel farvi i miei più fervidi auguri per il vostro lavoro, invoco su di voi l’assistenza dello Spirito di verità e le benedizioni del Signore.

 

© Copyright 1996 - Libreria Editrice Vaticana

    

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