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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PELLEGRINI CONVENUTI A ROMA PER LA BEATIFICAZIONE
DEL CARDINALE ALFREDO ILDEFONSO SCHUSTER

Aula Paolo VI - Lunedì, 13 maggio 1996

 

Signor Cardinale,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Fratelli e Sorelle nel Signore!

1. Sono lieto di incontrarvi in questa occasione festosa ed insieme familiare, il giorno dopo la solenne Beatificazione del Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster. Porgo a tutti il mio cordiale benvenuto. Saluto in modo particolare il vostro Arcivescovo, il Signor Cardinale Carlo Maria Martini, i Presuli presenti e, con loro, i Sacerdoti, i Religiosi e le Religiose, il Sindaco, le Autorità civili e tutti coloro che, in vario modo, hanno collaborato alla buona riuscita del vostro pellegrinaggio.

L’odierna circostanza vi offre l’opportunità di ritornare con grata memoria alla vita di colui che per 25 anni è stato amato e venerato Pastore della vostra Chiesa, sedendo sulla Cattedra episcopale che fu del santo patrono Ambrogio, del quale vi state preparando a celebrare solennemente il 16° centenario della morte, il 4 aprile del prossimo anno.

Del Card. Schuster tracciò un profilo incisivo il successore, l’allora Arcivescovo Giovanni Battista Montini, in occasione del suo ingresso nell’Arcidiocesi ambrosiana: "Noi, - disse - avidi di conforto e di speranza, rievochiamo ora la tutelare figura di lui, gracile e forte; assorto continuamente "nei pensieri contemplativi", ma rapido e sicuro a decifrare l’essenziale d’ogni scena esteriore; proteso sempre e frettoloso all’opera sua, ma sempre dolce e indulgente per ogni ricorso al suo consiglio e alla sua autorità; austero e libero".

2. Il Beato Alfredo Ildefonso fu uomo "austero e libero" insieme, grazie alla profonda e solida spiritualità maturata alla scuola di san Benedetto, del quale assunse il programma: "Ora, labora et noli contristari". Sotto la guida del Beato Placido Riccardi, egli formò la propria vita come studente, novizio, monaco ed abate nel più genuino spirito benedettino. Col passare degli anni la preghiera divenne sempre più importante per lui, consentendogli di immergersi in quel Dio che solo poteva colmare la sua sete di amore. Quando era davanti al tabernacolo, il suo sguardo era come rapito. Da questa unione con il Signore egli traeva forza per sostenere la fatica da cui era scandita la sua giornata e dare il meglio di sé in ogni momento. Ebbe a scrivere: "Non vi è altra cosa su questa terra che attendere all’unione con Dio. Tutto il resto è nulla" (Schuster, Lettere dell’amicizia, 83).

Egli si distinse anche per un’intensa capacità di lavoro: ne è testimonianza la dedizione agli studi di storia e liturgia, che continuò a coltivare anche tra gli impegni incalzanti del ministero episcopale. Tutto avveniva in un clima di profonda serenità e gioia, atteggiamento interiore al quale egli, da vero figlio di san Benedetto, attribuiva un significato soprannaturale.

Sorge quasi naturale la domanda: come ha egli potuto conciliare attività e contemplazione e conservare un armonico equilibrio tra ansia apostolica e pace interiore? Ciò fu possibile perché egli riconobbe il primato di Cristo, al cui amore - secondo la massima della Regola - nulla si deve anteporre (cf. 4,21; 72,11). Si comprende allora l’ampio spazio da lui dato alla contemplazione e, in modo speciale, alla Liturgia e al Testo Sacro, la cui lettura assidua - la "lectio divina"! -non si stancava di raccomandare soprattutto ai sacerdoti e alle persone consacrate.

3. Il programma di san Benedetto "Ora, labora et noli contristari" può essere assunto come traccia per interpretare il suo lungo ministero episcopale a servizio del popolo ambrosiano.

"Ora", innanzitutto: la preghiera intensa, diffusa nella giornata, nutrita di respiro ecclesiale divenne il fondamento del suo instancabile ministero. Il popolo, vedendolo pregare, sentiva di trovarsi di fronte ad un santo.

L’altro punto del programma era il benedettino "labora": il Beato Alfredo Ildefonso volle che la sua vita fosse consumata dallo zelo pastorale, espresso in molteplici forme e modalità. Ricordo le cinque visite pastorali alle numerose parrocchie della vasta Arcidiocesi milanese; la partecipazione alla Santa Messa Capitolare della Cattedrale in ogni domenica e solennità; i cinque sinodi diocesani; il concilio provinciale nono; i sinodi minori, celebrati quasi ogni anno; i congressi eucaristici, mariani, catechistici, liturgici, delle Confraternite del Santissimo Sacramento e degli Oratori, vere testimonianze corali di fede; la celebrazione di particolari centenari, mezzo per appropriate catechesi; la presenza ovunque ci fosse da consolare o da portare aiuto, anche mediante concrete iniziative caritative ed assistenziali, soprattutto, ma non solo, durante il secondo conflitto mondiale, per la cui conclusione si adoperò con fiducioso coraggio e cristiana pietà; la costruzione di parecchie nuove chiese, per le necessità religiose sempre crescenti del popolo di Dio.

Sostenitore convinto del ruolo formativo degli oratori e della necessità dell’insegnamento della dottrina cristiana, volle che lo stesso zelo pastorale animasse il clero ed i laici, soprattutto coloro che appartenevano all’Azione Cattolica, da lui difesa con fermezza da ogni tentativo di ingerenza politica. Un’amorevole e vigile attenzione dedicò al Seminario diocesano, la cui sede principale di Venegono Inferiore, da lui voluta ed inaugurata, conserva con venerazione la stanza in cui concluse la sua vita terrena, stanza in cui anch’io ho avuto la grazia di sostare nel 1983.

Terzo elemento della sua spiritualità fu il "noli contristari": la gioia, la fiducia, la speranza, furono le componenti di un atteggiamento spirituale in lui così evidente da "contagiare" anche chi gli si avvicinava. Giunto al termine della sua laboriosa giornata terrena, scriveva ai giovani dell’Azione Cattolica: "Che dirvi, miei cari giovani, che già non vi ho detto? ... Dio ci benedica tutti e siate sempre ottimisti" ("Rivista Diocesana Milanese" 43 (1954), 269).

4. Tutta la sua esistenza si potrebbe riassumere nell’immagine di un cammino verso la santità. Ai seminaristi, pochi giorni prima della sua pia morte, disse: "La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione; ma di fronte alla santità, ancora crede, ancora si inginocchia e prega" (Scritti del Card. A. Ildefonso Schuster, Venegono Inferiore, 1959, 25). Ed i funerali, ai quali il popolo milanese prese parte in massa con commosso raccoglimento, offrirono delle sue parole un’eloquente testimonianza.

Carissimi Fratelli e Sorelle, possa la Beatificazione di questo figlio di Roma e Pastore della Chiesa Ambrosiana costituire per voi e per l’intera vostra Comunità Arcidiocesana uno straordinario evento di gioia. Sia spinta a sempre più coraggioso rinnovamento spirituale, per il quale non vi mancherà certo l’intercessione del nuovo Beato.

Ritornando alla vostra terra, al vostro bel Duomo che ne custodisce le spoglie mortali, insieme a quelle del mio e vostro patrono san Carlo Borromeo, del Beato Andrea Carlo Ferrari e di altri santi Vescovi milanesi, partecipate a tutti la gioia sperimentata in questi giorni. Soprattutto imitate la vita, lo spirito di preghiera, l’amore generoso, lo zelo apostolico del Cardinale Schuster.

Con questi auspici, imparto di cuore a voi ed alla veneranda ed attiva Arcidiocesi Ambrosiana una speciale Benedizione Apostolica.

Prima di concludere, vorrei ancora ringraziare il Cardinale Carlo Maria Martini, vostro Arcivescovo e successore del Cardinale Schuster, per aver voluto rievocare la misericordia divina manifestatasi, riguardo alla mia persona, quindici anni fa. Era il 13 maggio, come oggi.

 

© Copyright 1996 - Libreria Editrice Vaticana 

    

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