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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI AD UN CORSO DELL'ISTITUTO
PER LA RICOSTRUZIONE INDUSTRIALE (IRI)

Giovedì, 30 maggio 1996

 

1. Sono lieto di accogliervi, cari partecipanti al Corso di perfezionamento alle funzioni tecniche e direttive aziendali, organizzato dall’Istituto per la Ricostruzione Industriale e giunto ormai alla sua 34.ma edizione. Rivolgo un saluto cordiale al Presidente dell’IRI, Dott. Michele Tedeschi, ringraziandolo per le espressioni con cui ha presentato l’iniziativa e si è fatto interprete dei sentimenti di tutti. Porgo inoltre il benvenuto ai docenti del Corso ed ai loro familiari.

Da molti anni ormai l’Istituto per la Ricostruzione Industriale organizza questi corsi: la loro continuità è segno di un impegno convinto in favore della cooperazione internazionale, che ha coinvolto migliaia di funzionari e dirigenti da più di 100 Paesi del mondo. Quest’anno, come il Dott. Tedeschi sottolineava, voi, cari "borsisti", provenite da 24 Paesi in via di sviluppo ed in transizione verso l’economia di mercato, specialmente dall’America Latina, ma anche dall’Europa, dall’Asia e dall’Africa. Vi state preparando ad assumere ruoli di responsabilità nel mondo della produzione, in diversi ambiti economici delle vostre rispettive Nazioni. È pertanto molto positivo il fatto che vi sia stata data la possibilità di svolgere questi "stages" in aziende italiane, nei vari settori produttivi del Gruppo IRI.

2. Nell’arco del mio Pontificato, più di una volta ho avuto modo di incontrare gruppi di partecipanti a tali Corsi e non ho mancato di riconoscere la validità e le positive implicanze umane e sociali di queste esperienze. Vorrei oggi ribadire tale valutazione, ed anzi rafforzarla, alla luce di un quadro mondiale che rende la scelta della cooperazione ancora più urgente ed anche eticamente più impegnativa, considerando che ci troviamo in una fase in cui essa può risultare meno agevole che in passato.

Questo genere di iniziative, infatti, costituisce una sorta di "investimento" improntato al duplice principio che la dottrina sociale cristiana chiama di solidarietà e di sussidiarietà. Esso ispira "una nuova politica di solidarietà sociale, che non ha nulla a che vedere con l’assistenzialismo di comodo, dannoso alla lunga per gli stessi assistiti, ma che si basa piuttosto su interventi miranti a stimolare... il senso di responsabilità e operosità delle categorie più deboli, assicurando loro al tempo stesso la possibilità concreta di esprimere le proprie capacità" (Giovanni Paolo II, Discorso del 30 marzo 1996 a Colle Val d’Elsa, n. 7).

Il problema qui toccato è certamente complesso, soprattutto a causa dell’intersecarsi dei fattori economici con quelli politici. Tuttavia, la storia anche recente dimostra che la promozione e lo sviluppo armonico dei popoli va a beneficio di tutti, mentre viceversa il ristagnare o il regredire di alcuni Paesi poveri produce prima o poi ricadute negative anche su quelli più sviluppati. Del resto, come è stato opportunamente ricordato, l’instaurazione di un ordine internazionale più equo resta il presupposto indispensabile per una durevole pace.

3. Dal piano economico, il discorso si porta così su quello propriamente etico-sociale. Ed è su questo piano che si colloca il significato del nostro odierno incontro. La Chiesa, esperta in umanità, si preoccupa di promuovere l’effettiva solidarietà fra le Nazioni ed appoggia ogni istanza tesa a questo fine.

Auguro, pertanto, a ciascuno di voi, cari partecipanti al Corso, di essere sempre e in ogni luogo operatori di pace, di solidarietà e di autentico sviluppo sociale per tutti, a partire dai più deboli. Per questo vi affido al Signore e di cuore benedico voi e le vostre famiglie.

 

© Copyright 1996 - Libreria Editrice Vaticana 

    

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