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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI AL CONGRESSO
INTERNAZIONALE DI STUDI UNGHERESI

Sabato, 14 settembre 1994

 

Illustri Signori, Gentili Signore!

1. Con grande gioia vi rivolgo il mio cordiale saluto in occasione del Congresso Internazionale di Studi Ungheresi, che oggi felicemente si conclude. Appena una settimana fa ho compiuto la mia seconda visita in Ungheria, durante la quale ho potuto nuovamente toccare con mano la profonda penetrazione dei valori cristiani nella cultura di quel Popolo generoso, che ne ha tratto nel corso dei secoli ispirazione e alimento. Questo incontro risveglia, pertanto, in me emozioni intense e care.

Sono grato al Professor Peter Sarkozy per le gentili parole con cui, interpretando i sentimenti dei presenti, ha illustrato le finalità del Congresso.

2. Il popolo ungherese festeggia i millecento anni della Nazione ed il Millennio della fondazione del monastero di Pannonhalma. Ho avuto la gioia di passare una sera con i monaci della Arciabbazia cantando con loro i Vespri nella suggestiva cornice della splendida chiesa gotica, nella quale veramente “si respira la storia”. Durante quei solenni Vespri per il Millennio pensavo con profonda commozione a tutti i religiosi che con il proprio lavoro apostolico e missionario fecero sì che la fede degli ungheresi si mantenesse e si confermasse nonostante tutte le vicissitudini delle diverse epoche.

Ho ricordato anche nella mia preghiera i religiosi che sette anni fa hanno nuovamente avviato la vita religiosa in Ungheria dopo quarant’anni di divieto. Chiedo al Signore che questo evento contribuisca efficacemente alla rinascita della Chiesa Cattolica in Ungheria nelle nuove circostanze. Ciascuna comunità religiosa nella sua viva tradizione conserva, arricchisce e dona ad altri i tesori della fede e dello spirito. Questo è avvenuto in Ungheria lungo l’arco di mille anni. Possa il nuovo millennio conoscere un’uguale fioritura di valori spirituali per il bene del popolo magiaro!

Gli annunciatori della fede sono stati anche diffusori di cultura in tutta l’Europa. Questo è avvenuto pure in Ungheria. L’insegnamento scolastico vi è stato iniziato dai monaci benedettini, inviati colà dalla Santa Sede, ed è stato sviluppato poi dagli Ordini religiosi che arrivarono nel Paese in periodi diversi, come pure da sacerdoti secolari. Diverse personalità di grande rilevanza per la storia ungherese hanno avuto la loro formazione in tali scuole. Tra le mura di quei luoghi di preghiera e di studio hanno assimilato i principi che il Santo Re Stefano aveva posto a spirituale fondamento della nascente Nazione.

3. Gli ungheresi festeggiano quest’anno quegli inizi. È doveroso tuttavia ricordare che il loro insediamento nel bacino dei Carpazi non avvenne senza soprusi e violenze. Fu merito del principe Géza e poi del re Santo Stefano l’aver aperto il cuore degli ungheresi ad accettare la fede cristiana e la cultura europea medievale in fioritura. Fu questa la seconda vera nascita della Nazione. Cristianesimo e cultura si trovarono così strettamente legati tra loro sin dagli albori dell’esistenza nazionale.

Il Paese ha attraversato molte e gravi prove esterne ed interne durante la sua storia ultra-millenaria. Ogni volta, tuttavia, che le strutture politiche e sociali, scosse da eventi drammatici, sembrarono vicine a crollare, comparvero sempre anime grandi, comparvero dei Santi i quali seppero indicare la strada ai loro compatrioti con la luce del Vangelo. Dopo Sant’Emerico, San Ladislao, Santa Margherita, Santa Elisabetta, anche nei secoli successivi ci furono persone che con la loro vita cristiana, il loro attaccamento eroico alla fede, la loro carica fraterna pronta al sacrificio, seppero orientare e confermare gli ungheresi arricchendone allo stesso tempo la cultura.

4. Di essa voi siete stimati e impegnati studiosi. Ebbene, voi sapete che durante molti secoli il “santo” e il “profano” nella cultura ungherese - e non in essa soltanto - furono in stretto rapporto tra loro. Vorrei accennare, a questo proposito con gioia al fondatore dell’Università, Cardinal Péter Pazmány, uno dei maggiori maestri della lingua ungherese, il quale, in qualità di professore di teologia a Graz e poi di Arcivescovo di Esztergom, fece moltissimo per l’unità degli ungheresi. Volentieri rievoco altresì la figura di Ottokár Prohászka, già Vescovo di Székesfehervár all’inizio del Novecento: egli non fu solo un grande pioniere del rinnovamento cattolico e del pensiero sociale ecclesiale, ma anche il promotore di un aggiornamento della lingua liturgica in opere che il Papa Pio XI di v. m. aveva in grande stima.

Come tacere poi di insigni personalità del recente passato, quali l’eroe della carità fraterna, László Batthyány-Strattmann, o quell’intrepido testimone della verità evangelica davanti al potere oppressivo che fu il Cardinal Mindszenty? E che dire infine del pastore pronto a fare scudo del proprio corpo per salvaguardare anche col proprio sacrificio la vita delle pecorelle del suo gregge? Mi riferisco al Vescovo Vilmos Apor, davanti alla cui tomba ho potuto sostare in preghiera appena una settimana fa. Bastano questi pochi nomi per lasciare intravedere la moltitudine di eroi e di santi anonimi che con la testimonianza umile ma efficace della vita hanno reso più ricca l’umanità e la Chiesa.

5. Nel vostro congresso scientifico avete esaminato da diversi punti di vista i legami esistenti tra civiltà ungherese e cristianesimo. La cultura ha un ruolo particolare nel cammino di formazione dell’uomo. La molteplicità e multiformità delle culture che si sono formate in epoche e in gruppi etnici diversi costituiscono la vera ricchezza dell’umanità. È perciò un errore considerare con disprezzo o con ostilità le culture diverse dalla propria. Si annida, in un tale atteggiamento, il germe di una nuova barbarie, foriera di distruzione e di morte.

Bisogna invece lavorare per quel processo di unificazione dell’umanità che il profeta Isaia previde ed auspicò annunciando il tempo in cui gli uomini avrebbero forgiato le loro spade in vomeri e le loro lance in falci, per camminare insieme nella luce del Signore (cf. Is 2, 4-5). Questa comunità fraterna degli uomini, voluta da Dio, si potrà realizzare solo se ogni popolo recherà il contributo delle proprie tradizioni e della propria cultura. Vedo con gioia che si sono raccolti per questo Congresso studiosi di ben 38 Paesi. Il vostro convenire da Paesi e Continenti diversi per approfondire i valori passati e presenti della cultura cristiana ungherese assume un valore quasi simbolico: esso indica qual è la strada che conduce verso il futuro dell’Ungheria, dell’Europa e del mondo!

6. La mia recente visita in Ungheria si è svolta nel segno del motto: “Cristo è la nostra speranza”. Sta davanti a noi un nuovo millennio. Sapranno i cristiani di oggi essere degni dei loro antenati e varcare la soglia del Duemila tenendo alta la fiaccola della fede, ereditata dai padri?

Poche settimane fa la Conferenza Episcopale Ungherese ha pubblicato una lettera in cui vengono tracciate le grandi linee per costruire un mondo più giusto e fraterno. In essa i Vescovi toccano anche il tema della cultura, sottolineando la parte essenziale che questa ha nella vita dell’uomo in cammino verso la maturità piena. Nella cultura ungherese, sulla quale voi avete riflettuto in questi giorni, un ruolo primario ha svolto la fede cristiana, che ne ha anche assicurato i collegamenti con le altre culture del Continente. Volerne ignorare l’apporto significa precludersi la possibilità di entrare in contatto con l’anima profonda del popolo ungherese.

Non a caso il regime dittatoriale dei decenni scorsi non ha ostacolato soltanto le libertà personali, ma ha anche cercato di cancellare la conoscenza delle tradizioni della cultura cristiana mediante la reinterpretazione e la falsificazione del passato. Sono stati gli anni del cambiamento a mettere in luce come intere generazioni fossero cresciute ignorando la tradizione cristiana, e restando così prive di quei valori e di quegli ideali che in essa hanno fondamento. Proprio in questo deve essere ravvisato uno dei motivi dell’incertezza e della confusione di cui soffrono molti giovani di oggi. Occorre dare loro nuovamente prospettive di speranza. “Cristo è la nostra speranza!”.

7. Possa anche l’impegno vostro, illustri studiosi dei vari aspetti della cultura ungherese, contribuire a questo ricupero di valori, da cui dipende il futuro della Nazione. Anche grazie al vostro aiuto l’amato popolo ungherese potrà affrontare le difficoltà del presente, così come gli avi seppero fare in tempi non meno difficili degli attuali.

Uno dei grandi poeti della letteratura ungherese, Bálint Balassi - che mi è caro anche perché fu in contatto con la mia patria - scrisse le sue bellissime canzoni religiose proprio durante gli anni del pericolo ottomano che minacciava la stessa esistenza della nazione ungherese. Ancora una volta, con l’aiuto di Dio e con il concorde impegno di tutti i suoi figli, l’Ungheria saprà superare le difficoltà che oggi ne ostacolano il cammino.

Con questo augurio, che affido all’intercessione della “Magna Domina Hungarorum” e del Santo Re Stefano, a tutti imparto la mia Benedizione.

 

© Copyright 1996 - Libreria Editrice Vaticana

 

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