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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO EUROPEO
PROMOSSO DAL PONTIFICIO CONSIGLIO
DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE

Sala del Concistoro - Venerdì, 20 giugno 1997

 

Signor Cardinale,
Gentili Signore e Signori!

1. Desidero anzitutto esprimere il mio vivo compiacimento per questo Convegno europeo di dottrina sociale della Chiesa, che vede riuniti, per la prima volta, i docenti di tale disciplina nell'intento di individuare le modalità più adeguate perché essa sia insegnata e diffusa. Ringrazio il Signor Cardinale Roger Etchegaray per le gentili parole con cui ha presentato questo significativo evento. Estendo il mio ringraziamento a Mons. Angelo Scola, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense, ed al Prof. Adriano Bausola, Rettore Magnifico dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, per la fattiva collaborazione offerta al Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace nel preparare questo proficuo incontro, motivo di consolazione e di speranza.

La dottrina sociale della Chiesa costituisce una delle mie più vive preoccupazioni, giacché sono profondamente consapevole di quanto generosa e qualificata debba essere la sollecitudine di tutta la Chiesa nell'annunciare all'uomo del nostro tempo il Vangelo della vita, della giustizia e della solidarietà.

Approfondendo le ragioni di questo impegno ecclesiale, voi vi siete opportunamente fermati a fare memoria del trentesimo anniversario della Populorum progressio del mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Paolo VI, e del decimo anniversario della Sollicitudo rei socialis. Queste due Encicliche, con il loro esigente messaggio, restano un monito attuale e ineludibile a non abbandonare il cantiere dove si costruisce lo sviluppo di tutto l'uomo e di ogni uomo, secondo parametri non solo economici, ma anche morali.

2. Nel vostro quotidiano servizio di docenti della dottrina sociale della Chiesa vi capita molte volte di imbattervi nella domanda ricorrente: "Come deve essere proposta nell'attuale situazione storica e culturale la verità affidata ai cristiani?". L'urgenza che oggi emerge sempre più nitida ed impellente è quella di promuovere una "nuova evangelizzazione", una "nuova implantatio evangelica", anche con riferimento al sociale. Il Papa Paolo VI spronava, infatti, a superare la frattura tra Vangelo e cultura, attraverso un'opera di inculturazione della fede, capace di raggiungere e trasformare, mediante la forza del Vangelo, i criteri di giudizio, i valori determinanti, le linee di pensiero propri di ogni società. L'intenzione centrale, particolarmente attuale se consideriamo la situazione dell'Europa, era rivolta a mettere in evidenza con rinnovato slancio la rilevanza della fede cristiana per la storia, la cultura e la convivenza umana.

A partire da Gesù Cristo, unica salvezza dell'uomo, è possibile mettere in evidenza il valore universale della fede e dell'antropologia cristiana ed il loro significato per ogni ambito dell'esistenza. In Cristo è offerta all'essere umano una specifica interpretazione personalistica e solidarista della sua realtà aperta alla trascendenza.

Proprio a partire da questa antropologia, la dottrina sociale della Chiesa può proporsi non come ideologia, o "terza via", simile ad altre proposte politiche e sociali, ma propriamente come un particolare sapere teologico-morale, che ha la sua origine in Dio che si comunica all'uomo (cfr Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 41). In questo mistero essa trova la sorgente inesauribile per interpretare e orientare le vicende dell'uomo. La nuova evangelizzazione, a cui è chiamata tutta la Chiesa, dovrà pertanto integrare in sé, a pieno titolo, la dottrina sociale della Chiesa (cfr Ibid.), e così mettersi meglio in grado di raggiungere e di interpellare, nella concretezza dei problemi e delle situazioni, i popoli europei.

3. Un'altra prospettiva, dalla quale si comprende l'ampiezza di orizzonti del vostro impegno formativo, imperniato sulla dottrina sociale della Chiesa, è quella che riguarda l'etica cristiana.

Nell'odierna cultura dell'Europa contemporanea è forte la tendenza a "privatizzare" l'etica e a negare rilevanza pubblica al messaggio morale cristiano. La dottrina sociale della Chiesa rappresenta, di per se stessa, il rifiuto di tale privatizzazione, perché mette in luce le autentiche e decisive dimensioni sociali della fede, illustrandone le conseguenze etiche.

Come in più circostanze ho avuto modo di ribadire, nella prospettiva delineata dalla dottrina sociale della Chiesa non si deve mai rinunciare a sottolineare il legame costitutivo dell'umanità con la verità ed il primato dell'etica sulla politica, l'economia e la tecnologia.

Attraverso la sua dottrina sociale, la Chiesa pone così al continente europeo, che vive una stagione complessa e travagliata a livello di integrazione politica, economica e di organizzazione sociale, la questione della qualità morale della sua civiltà, presupposto ineludibile per costruire un autentico futuro di pace, di libertà e di speranza per ogni popolo e nazione.

4. Di fronte alle tante e difficili sfide dell'epoca attuale la Chiesa, nella sua azione evangelizzatrice, è chiamata a sviluppare un'intensa e costante opera di formazione all'impegno sociale. Sono persuaso che voi non mancherete di arrecarvi il vostro qualificato contributo, avendo quest'opera la sua struttura portante nella dottrina sociale della Chiesa. Alla sua luce sarà possibile mostrare come il senso compiuto della vocazione umana e cristiana includa pure la dimensione sociale. Lo ricorda chiaramente il Concilio Vaticano II, che nella Gaudium et Spes afferma: "I doni dello Spirito sono vari. Alcuni li chiama a dare testimonianza manifesta della dimora celeste col desiderio di essa, contribuendo così a mantenerlo vivo nell'umanità, altri li chiama a consacrarsi al servizio degli uomini sulla terra, così da proporre attraverso tale loro ministero la materia per il Regno dei cieli" (Gaudium et Spes, n.38).

In questa prospettiva, la formazione all'impegno sociale appare come lo sviluppo di una spiritualità cristiana autentica, chiamata per sua natura ad animare ogni umana attività. Suo elemento essenziale sarà lo sforzo di vivere la profonda unità tra l'amore di Dio e l'amore del prossimo, tra la preghiera e l'azione. Su questo dovrà, pertanto, costantemente tornare il vostro insegnamento, cari docenti di dottrina sociale della Chiesa. E' un contributo, il vostro, che deve entrare sempre più a far parte in maniera organica dell'azione pastorale della comunità cristiana.

5. Un'adeguata formazione all'impegno sociale pone una duplice e unitaria esigenza: quella di conoscere a fondo la dottrina sociale della Chiesa, da una parte, e quella di saper discernere in modo concreto, dall'altra, le incidenze del messaggio evangelico sulla piena realizzazione dell'uomo nelle diverse circostanze della sua esistenza terrena. Tale duplice esigenza si fa particolarmente pressante se si considera la tematica dello sviluppo, da voi affrontata nel corso dei lavori del Convegno. In effetti, gli attuali processi di globalizzazione economica, pur presentando molteplici aspetti positivi, manifestano anche preoccupanti tendenze a lasciare ai margini dello sviluppo i paesi più bisognosi e persino intere aree regionali. E' soprattutto il mondo del lavoro dipendente a dover affrontare le conseguenze, spesso drammatiche, di imponenti cambiamenti nella produzione e nella distribuzione dei beni e dei servizi economici.

Il settore più avvantaggiato nei processi di globalizzazione economica sembra essere quello comunemente chiamato "privato" per il suo dinamismo imprenditoriale. La dottrina sociale della Chiesa gli riconosce certamente un significativo ruolo nella promozione dello sviluppo, ma ricorda, al tempo stesso, a ciascuno la responsabilità di agire sempre con viva sensibilità per i valori del bene comune e della giustizia sociale. La mancanza a livello internazionale di adeguate strutture, di regolamentazione e di indirizzo dell'attuale processo di globalizzazione economica non diminuisce la responsabilità sociale degli operatori economici, impegnati in tale contesto. La situazione delle persone e delle nazioni più povere chiama ciascuno ad assumere le proprie responsabilità, perché siano create senza indugi condizioni propizie di autentico sviluppo per tutti.

I popoli hanno diritto allo sviluppo: sono, pertanto, le forme di organizzazione delle forze economiche, politiche e sociali e gli stessi criteri di distribuzione del lavoro fin qui sperimentati che hanno bisogno di essere rivisti e corretti in funzione del diritto al lavoro che ciascuno ha nel quadro del bene comune. Il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace continua a tenere viva questa urgente necessità, entrando in un dialogo chiarificatore con qualificati rappresentanti delle diverse categorie economiche e sociali, come gli imprenditori, gli economisti, i sindacalisti, le istituzioni internazionali, il mondo accademico.

Mentre ringrazio il Presidente e tutti i collaboratori di questo Dicastero per la loro generosa dedizione, auspico di cuore che il loro impegno contribuisca efficacemente a seminare nei solchi delle umane vicende la civiltà dell'Amore. Auguro, poi, ai docenti qui presenti di essere esperti formatori delle nuove generazioni, sorretti dalla fede in Cristo, Redentore di ogni uomo e di tutto l'uomo, dal costante contatto con le problematiche dell'epoca moderna, da una maturata esperienza pastorale e dall'uso sapiente dei moderni mezzi della comunicazione sociale.

Vi conforti nel vostro lavoro la mia Benedizione.

 

© Copyright 1997 - Libreria Editrice Vaticana

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