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VIAGGIO APOSTOLICO
DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II
A CUBA (21-26 GENNAIO 1998)

INCONTRO CON I MALATI

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II

Santuario di san Lazzaro a La Habana
24 gennaio 1998

 

Carissimi fratelli e sorelle:

1. Nella mia visita a questa nobile terra non poteva mancare un incontro con il mondo del dolore, perché Cristo è molto vicino a quanti soffrono. Vi saluto con tutto il mio affetto, cari malati, ricoverati nel vicino Ospedale Dottor Guillermo Fernández Hernández-Baquero, che oggi gremite questo Santuario di San Lazzaro, l'amico del Signore. Attraverso di voi desidero salutare anche gli altri malati di Cuba, gli anziani che sono soli, quanti soffrono nel corpo e nello spirito. Con la mia parola e il mio affetto desidero raggiungere tutti, seguendo l'esortazione del Signore: «Ero... malato e mi avete visitato» (Mt 25, 35-36). Vi accompagnano l'affetto del Papa, la solidarietà della Chiesa e il calore fraterno degli uomini e delle donne di buona volontà.

Saluto le Figlie della Carità di San Vincenzo de' Paoli che lavorano in questo Centro e attraverso di loro saluto le altre anime consacrate che, appartenenti a diversi Istituti religiosi, lavorano con amore in altri luoghi di questa bella Isola per alleviare le sofferenze di ogni persona bisognosa. La comunità ecclesiale vi è molto grata poiché in tal modo contribuite alla missione concreta secondo il vostro carisma particolare, poiché «il Vangelo si rende operante attraverso la carità, che è gloria della Chiesa e segno della sua fedeltà al Signore» (Vita consecrata, n. 82).

Desidero salutare anche i medici, gli infermieri e il personale ausiliario che con competenza e dedizione utilizzano le risorse della scienza per alleviare la sofferenza e il dolore. La Chiesa stima il vostro operato perché, animato dallo spirito di servizio e di solidarietà verso il prossimo, ricorda l'opera di Gesù che «guarì tutti i malati» (Mt 8, 16). Sono a conoscenza dei grandi sforzi che si compiono a Cuba nel campo della sanità, malgrado le limitazioni economiche a cui il Paese è sottoposto.

2. Vengo come pellegrino della verità e della speranza al Santuario di San Lazzaro, come testimone, nella mia carne, del significato e del valore che ha il dolore quando lo si accoglie avvicinandosi fiduciosamente a Dio «ricco di misericordia». Questo luogo è sacro per i cubani, poiché qui sperimentano la grazia quanti si rivolgono con fede a Cristo con la stessa certezza di San Paolo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4, 13). Qui si possono ripetere le parole con le quali Marta, sorella di Lazzaro, espresse a Gesù Cristo piena fiducia, ottenendo il miracolo della risurrezione del fratello: «Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà» (Gv 11, 22) e le parole con le quali, in seguito, confessò: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, Figlio di Dio che deve venire nel mondo» (Gv 11, 27).

3. Carissimi fratelli, ogni essere umano sperimenta nella propria vita, in un modo o nell'altro, il dolore e la sofferenza e non può non interrogarsi su di essi. Il dolore è un mistero molte volte imperscrutabile alla ragione. Esso fa parte del mistero della persona umana che si chiarisce solo in Gesù Cristo che rivela all'uomo la sua identità. Solo a partire da Lui potremo trovare il senso di tutto ciò che è umano.

«La sofferenza», come ho scritto nella Lettera Apostolica Salvifici doloris, «infatti, non può essere trasformata e mutata con una grazia dall'esterno, ma dall'interno... Non sempre, però, un tale processo interiore si svolge in modo uguale... Cristo, infatti, non risponde direttamente e non risponde in astratto a questo interrogativo umano circa il senso della sofferenza. L'uomo ode la sua risposta salvifica man mano che egli stesso diventa partecipe delle sofferenze di Cristo. La risposta che giunge mediante tale partecipazione... è... una chiamata...: «Seguimi», Vieni! Prendi parte con la tua sofferenza a quest'opera di salvezza del mondo, che si compie per mezzo della mia sofferenza. Per mezzo della mia croce» (n. 26).

È questo il vero significato e il valore del dolore, delle sofferenze fisiche, morali e spirituali. È questa la Buona Novella che desidero comunicarvi. All'interrogativo umano, il Signore risponde con una chiamata, con una vocazione speciale che, in quanto tale, ha il suo fondamento nell'amore. Cristo non si presenta a noi con spiegazioni e ragioni per tranquillizzarci o per turbarci, ma viene a dirci: Venite con me. Seguitemi lungo il cammino della Croce. La Croce è sofferenza. «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9, 23). Gesù Cristo si è posto alla nostra testa nel cammino della croce: ha sofferto per primo. Egli non ci spinge alla sofferenza, ma la condivide con noi e vuole che abbiamo la vita e l'abbiamo in abbondanza (cfr Gv 10, 10).

Il dolore si trasforma quando sperimentiamo in noi la vicinanza e la solidarietà del Dio vivente: «Io lo so che il mio Vendicatore è vivo e che... vedrò Dio» (Gb 19, 25-26). Con questa certezza si acquisisce la pace interiore e dalla gioia spirituale, serena e profonda, che scaturisce dal «Vangelo della sofferenza», si trae la consapevolezza della grandezza e della dignità dell'uomo che soffre generosamente e offre il proprio dolore «come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Rm 12, 1). In tal modo, colui che soffre non è un peso per gli altri, ma contribuisce alla loro salvezza con la propria sofferenza.

La sofferenza non è soltanto di natura fisica, come può esserlo la malattia. Esiste anche la sofferenza dell'anima, quella che vivono i segregati, i perseguitati, i detenuti per crimini diversi o per motivi di coscienza, per le loro idee pacifiche, ma non condivise. Questi ultimi subiscono l'isolamento e una pena alla quale la loro coscienza non li condanna, mentre desiderano integrarsi nella vita attiva con spazi in cui possano esprimere e proporre le proprie opinioni con rispetto e tolleranza. Incoraggio a promuovere gli sforzi in vista del reinserimento sociale della popolazione penitenziaria. È un gesto di grande umanità e un seme di riconciliazione che fa onore all'autorità che lo promuove e al contempo rafforza la convivenza pacifica nel Paese. A tutti i detenuti, alle loro famiglie che soffrono per la separazione ed aspirano a ricongiungersi, invio il mio cordiale saluto, esortandoli a non lasciarsi sopraffare dal pessimismo e dallo scoraggiamento.

Carissimi fratelli: i cubani hanno bisogno di forza interiore, di pace profonda e della gioia che scaturisce dal «Vangelo della sofferenza». Offrite tutto ciò in modo generoso affinché Cuba «veda Dio faccia a faccia», cioè affinché cammini nella luce del suo Volto verso il Regno eterno e universale, perché ogni cubano, dal più profondo del proprio essere, possa dire: «Io lo so che il mio Vendicatore è vivo» (Gb 19, 25-26). Questi non è altri che Gesù Cristo, Nostro Signore.

4. La dimensione cristiana della sofferenza non si riduce soltanto al suo significato profondo e al suo carattere redentore. Il dolore invita all'amore, ossia deve generare solidarietà, dedizione, generosità in quanti soffrono e in quanti si sentono chiamati ad assisterli e ad aiutarli nelle loro sofferenze. La parabola del Buon Samaritano (cfr Lc 10, 29 e seg.), che ci presenta il Vangelo della solidarietà verso il prossimo che soffre, «è diventata una delle componenti essenziali della cultura morale e della civiltà universalmente umana» (Salvifici doloris, 29). In effetti, in questa parabola, Gesù ci insegna che il prossimo è colui che incontriamo sul nostro cammino, ferito e bisognoso di aiuto: egli deve essere sostenuto nei mali che lo affliggono, con i mezzi adeguati, prendendosi cura di lui fino alla completa guarigione. La famiglia, la scuola, le altre istituzioni educative, anche se solo per motivi umanitari, devono lavorare con perseveranza per risvegliare e affinare quella sensibilità verso il prossimo e la sua sofferenza, di cui la figura del samaritano è il simbolo. L'eloquenza della parabola del Buon Samaritano, come anche di tutto il Vangelo è praticamente questa: l'uomo deve sentirsi chiamato personalmente a testimoniare l'amore nel dolore. «Le istituzioni sono molto importanti e indispensabili; tuttavia, nessuna istituzione può da sola sostituire il cuore umano, la compassione umana, l'amore umano, l'iniziativa umana, quando si tratti di farsi incontro alla sofferenza dell'altro» (Ibidem, n. 29).

Tutto ciò si riferisce alle sofferenze fisiche, ma vale ancora di più per le molteplici sofferenze morali e dell'anima. Per questo, quando una persona soffre nell'anima o quando è l'anima di una nazione a soffrire, il dolore deve invitare alla solidarietà, alla giustizia, alla edificazione della civiltà della verità e dell'amore. Un segno eloquente della volontà d'amore dinanzi al dolore e alla morte, al carcere e alla solitudine, alle separazioni familiari forzate o all'emigrazione che divide le famiglie, deve essere il fatto che ogni organismo sociale, ogni istituzione pubblica, così come tutte le persone che hanno responsabilità nel campo della sanità, della sollecitudine verso i bisognosi e della rieducazione dei detenuti, rispettino e facciano rispettare i diritti dei malati, degli emarginati, dei reclusi e dei loro familiari, in definitiva, i diritti di ogni uomo che soffre. In tal senso, la Pastorale sanitaria e quella penitenziaria devono trovare gli spazi per realizzare la loro missione al servizio dei malati, dei detenuti e delle loro famiglie.

L'indifferenza di fronte al dolore umano, la passività dinanzi alle cause che provocano le sofferenze di questo mondo, i rimedi estemporanei che non portano a sanare in profondità le ferite delle persone e dei popoli, sono omissioni gravi. Davanti ad esse ogni uomo di buona volontà deve convertirsi ed ascoltare il grido dei sofferenti.

5. Amati fratelli e sorelle: nei momenti difficili della vita personale, familiare e sociale, le parole di Gesù ci aiutano nella prova: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu» (Mt 26, 39). Il povero che soffre trova nella fede la forza di Cristo che gli dice per mezzo di Paolo: «Ti basta la mia grazia» (2 Cor 12, 9). Nessuna sofferenza va perduta, nessun dolore cade nel vuoto: Dio li accoglie tutti come ha accolto il sacrificio di suo Figlio Gesù Cristo.

Ai piedi della Croce, con le braccia aperte e il cuore trafitto sta nostra Madre, la Vergine Maria, Nostra Signora dei Dolori e della Speranza, che ci accoglie nel suo grembo materno pieno di grazia e di pietà. Ella è un cammino sicuro verso Cristo, nostra pace, nostra vita, nostra risurrezione.

Maria, Madre di chi soffre, pietà di chi muore, calda consolazione di chi è scoraggiato: volgi lo sguardo verso i tuoi figli cubani che attraversano la dura prova del dolore e mostra loro Gesù, frutto benedetto del tuo ventre! Amen.

 



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