Signor Presidente!
1. Eccomi di nuovo in questo storico Palazzo, dimora del primo
Magistrato della Repubblica Italiana, per una visita programmata da lungo
tempo ed un mese fa ufficialmente annunciata. Grazie per le cortesi
espressioni di benvenuto con le quali Ella ha voluto accogliermi,
facendosi interprete dei sentimenti del Popolo italiano. Grazie per
l'attenzione con cui, nel riconoscimento delle rispettive competenze, Ella
si impegna a realizzare quella collaborazione tra Stato e Chiesa "per
la promozione dell'uomo e il bene del Paese", che è negli
auspici degli Accordi del 18 febbraio 1984.
L'odierna visita si pone nel solco di altri fruttuosi incontri e
testimonia che la collaborazione tra Chiesa e Stato in Italia può
produrre benefici effetti nella vita concreta dei cittadini italiani e
delle Istituzioni. Di ciò non posso che rallegrarmi ed elevare al
Signore, in così significativa circostanza, un pubblico rendimento
di grazie.
2. Sono qui, oggi, come Successore di Pietro e Pastore della Chiesa
universale. E' infatti da Roma - da questa "nostra" Roma - che
mi è dato di esercitare questa missione apostolica. In virtù
del mandato affidatomi da Cristo, che mi costituisce Vescovo di Roma e
Primate d'Italia, io, pur venendo da un Paese lontano, mi sento pienamente
romano e italiano.
Il mio coinvolgimento nella storia dell'Urbe e dell'Italia non
rappresenta soltanto un fatto formale: col passare degli anni è
cresciuta la mia partecipazione cordiale alla vita di un Popolo, nel quale
la Provvidenza mi ha introdotto sin dagli anni della giovinezza, quando,
dopo l'Ordinazione sacerdotale, fui inviato dal mio Vescovo a perfezionare
gli studi accademici in questa Città. Già allora potei
prendere contatto con la vivace umanità e la sincera religiosità
dei Romani. Mi ricordo sempre la via del Quirinale, perché ho
abitato al numero 26 di tale via, al Collegio Belga. Ogni giorno, alla
mattina e al pomeriggio, percorrevo la via del Quirinale, passando vicino
al Palazzo presidenziale. Erano gli anni tra il 1946 e il 1948. Tale
vicinanza si è poi approfondita nei frequenti ritorni a Roma e si è
consolidata durante il Concilio Ecumenico Vaticano II. Nominandomi
Cardinale, il mio venerato predecessore, il Servo di Dio Paolo VI, mi
iscriveva nel Clero romano assegnandomi il Titolo della chiesa di San
Cesareo in Palatio. Poi, nel pomeriggio del 16 ottobre di vent'anni fa, il
Signore mi chiamò a diventare Successore di Pietro, legando per
sempre, con disegno misterioso, la mia vita all'Italia. Ma voglio ancora
ricordare altre circostanze. E stato qui in Italia, soprattutto a
Montecassino, che hanno combattuto i miei compagni di classe. Parecchi di
loro hanno perso la vita e sono sepolti vicino ad Ancona e in altri posti.
Anche loro, in un certo senso, mi hanno preparato la strada.
In questi venti anni di Pontificato ho partecipato sempre più
alle gioie ed alle sofferenze, ai problemi ed alle speranze della Nazione
italiana, stringendo nelle visite pastorali e nei frequenti incontri
profonde relazioni con i fedeli di ogni sua Regione, e raccogliendo
dappertutto dimostrazioni di stima e di affetto.
3. Roma e la Sede di Pietro! Da duemila anni queste due realtà,
pur nel succedersi delle persone e delle istituzioni, si incontrano e si
richiamano. Le forme di tale rapporto, nel corso dei secoli, hanno subito
varie vicende, nelle quali si mescolano momenti di luce e di ombra.
Tuttavia a nessuno sfugge che esse si appartengono e che non è
possibile comprendere la storia dell'una senza far riferimento alla
missione dell'altra.
Questo particolare rapporto nel corso dei secoli evidenzia i benefici
che derivano alle due Istituzioni da questa provvidenziale vicinanza. Alla
presenza di Pietro e dei suoi Successori, Roma e la gente d'Italia devono
la ricchezza più grande del loro patrimonio spirituale e della loro
identità culturale: la fede cristiana.
Non possiamo qui non pensare ai sorprendenti scenari di arte, diritto,
letteratura, strutture urbanistiche, opere caritative, come pure al
variegato patrimonio di tradizioni ed usanze popolari, che costituiscono
espressione eloquente della radicata e felice presenza del cristianesimo
nella vita del Popolo italiano. A tali ricchezze di umanità e di
cultura la Chiesa di Cristo ha poi attinto strumenti preziosi per la
diffusione del Vangelo in ogni parte del mondo.
4. L'operosa concordia tra l'Italia e la Chiesa cattolica deve ora
confermarsi ed anzi intensificarsi nella preparazione del Grande Giubileo
dell'Anno Duemila. Con tale celebrazione, i cristiani intendono rendere
grazie al Signore per l'evento decisivo dell'incarnazione del Figlio di
Dio e prepararsi a varcare, spiritualmente rinnovati, la soglia del terzo
millennio. Il Giubileo è un evento soprattutto spirituale,
un'occasione di riconciliazione e di conversione, proposta ai seguaci di
Cristo ed a tutti gli uomini di buona volontà, perché
possano diventare l'anima ed il fermento di un nuovo millennio, segnato da
vera giustizia e da autentica pace. Il nostro secolo ha conosciuto le
tragedie prodotte da ideologie che, combattendo ogni forma di religione,
si sono illuse di costruire una società senza Dio o addirittura
contro Dio.
Possa il prossimo Giubileo offrire a tutti l'opportunità di
riflettere sull'urgente responsabilità di costruire un mondo che
sia la "Casa dell'uomo", di ogni uomo, nel pieno rispetto della
vita umana dal suo nascere al suo naturale tramonto. I cristiani hanno, al
riguardo, la missione di proclamare e testimoniare che Cristo è il
centro ed il cuore della nuova umanità, protesa a realizzare la "civiltà
dell'amore".
Anche per il Popolo italiano il Giubileo costituirà una preziosa
occasione per riscoprire la sua autentica identità e per
impegnarsi, alla luce dei grandi valori cristiani della propria
tradizione, a costruire una nuova era di progresso e di convivenza
fraterna.
5. L'impegno e la cooperazione di tutti faranno sì che il
prossimo Anno Santo costituisca un altro capitolo della straordinaria
storia di fedeltà al Vangelo e di disponibilità
all'accoglienza che distinguono l'Italia. Il pensiero corre spontaneamente
alla fioritura di santi e di sante che il Popolo italiano conta. Doveroso
è pure il ricordo delle innumerevoli schiere di sacerdoti, di
religiosi e di religiose, che si sono fatti maestri ed ispiratori di bene
in ogni contrada d'Italia e in tante parti del mondo. Che dire, poi, di
tanti papà e mamme che con dedizione discreta, amorevole e fedele
hanno trasmesso ai figli modelli di vita singolarmente ricchi di sapienza
umana e cristiana?
E' proprio guardando a questi risultati e all'opera formatrice della
famiglia, da cui essi dipendono, che io sento il dovere di rivolgere un
accorato appello, perché nella società italiana venga in
ogni modo difesa e sostenuta questa primordiale istituzione, secondo il
progetto voluto dal Creatore. E' nella salda fedeltà dei coniugi e
nella loro generosa apertura alla vita che risiedono le risorse per la
crescita morale e civile del Paese.
Famiglie sane, Paese sano: non ci si può illudere di poter avere
l'uno senza preoccuparsi di fare quanto è necessario perché
vi siano le altre. Una famiglia sana sa trasmettere i valori su cui si
regge ogni ordinata convivenza, a cominciare dal fondamentale valore della
vita, sul cui maggiore o minore rispetto si misura il grado di civiltà
di un Popolo.
In questa luce, mi auguro che tutto si faccia in vista della tutela
pronta e illuminata di ogni espressione della vita umana, per vincere la
piaga dell'aborto e scongiurare ogni forma di legalizzazione
dell'eutanasia. Nell'ampio contesto del servizio alla vita, auspico altresì
che vengano tradotti in adeguati interventi legislativi i principi di
libertà e di pluralismo contenuti nella Costituzione italiana,
anche in riferimento al diritto dei genitori di scegliere il modello
educativo ritenuto più adatto per la crescita culturale dei figli.
Tutto ciò comporta non solo la garanzia di un effettivo diritto
allo studio, ma anche la possibilità di scelta del tipo di scuola
preferito, senza discriminazioni o penalizzazioni, come del resto già
avviene nella maggior parte dei Paesi Europei.
6. L'amore e la sollecitudine per l'Italia mi spingono a ricordare i
gravi problemi che ancora affliggono la Nazione, primo fra tutti quello
della disoccupazione. Desidero altresì manifestare solidale
attenzione ai tanti immigrati, alle vittime di sequestri e di violenze, ai
giovani che si interrogano con preoccupazione sul loro futuro. Esprimo, al
riguardo, vivo apprezzamento per quanti, nelle istituzioni e nelle
molteplici e benemerite forme di volontariato, si adoperano per la
soluzione di tali problemi.
In questi anni, la Chiesa ha accompagnato le vicende italiane, oltre che
con la "Grande preghiera per l'Italia", con la puntuale
proposta di indicazioni e di contributi ideali perché la Nazione
recuperi la sua anima profonda e metta a frutto la sua grande eredità
di fede e di cultura. Ho ben presente il non facile momento che l'Italia
sta vivendo ed assicuro il mio costante ricordo al Signore per questo
Popolo, a me tanto caro.
Signor Presidente! In questo momento solenne desidero formulare
l'augurio che la Nazione italiana, memore della propria tradizione e
fedele ai valori civili e spirituali che la contraddistinguono, possa
trarre da queste ricchissime potenzialità orientamenti e slancio
per raggiungere le mete di autentica moralità, prosperità e
giustizia a cui aspira, ed offrire al consesso delle Nazioni qualificati
contributi per la causa dello sviluppo e della pace.
Con tali auspici, mentre invoco l'intercessione dei Santi Patroni e
specialmente della Vergine Maria, così teneramente amata in ogni
contrada di questo Paese, auguro a Lei ed a tutti gli italiani la costante
benedizione del Signore.
*Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol.
XXI, 2 p. 770-774.
L'Osservatore Romano
21.10.1998 p.1.