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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DEL MOZAMBICO
IN VISITA
«AD LIMINA APOSTOLORUM»

Sabato, 20 marzo 1999 

 

Venerato Signor Cardinale,
Cari Fratelli nell'Episcopato!

1. Con grande gioia vi accolgo in questa casa, voi che avete ricevuto dal Signore l'incarico di pascere la sua Chiesa in Mozambico. Siete venuti a Roma per compiere la visita alle tombe degli Apostoli e per incontrare il Successore di Pietro, in attesa di nuova luce e sostegno al vostro ministero che è quello di edificare il Corpo di Cristo (cfr Ef 4, 12) in comunione con la Chiesa universale. Ringrazio Monsignor Francisco Silota, Presidente della vostra Conferenza Episcopale, per le parole amabili che mi ha rivolto, riflesso del vigore spirituale e del dinamismo missionario delle vostre comunità e della loro fedeltà al Vangelo.

Segno di questo dinamismo e di questa crescita ecclesiale è la nuova Diocesi di Guruè, fondata nel 1993 e affidata a Monsignor Manuel Chuanguira Machado, che saluto in modo particolare in questa sua prima visita; lo stesso motivo mi porta a nominare il nuovo Vescovo di Pemba, Mons. Tomé Makhweliha, e Mons. Adriano Langa, Vescovo ausiliare di Maputo. Rivolgo a tutti voi il mio saluto affettuoso in Cristo con vivo apprezzamento per il vostro servizio ecclesiale e l'assicurazione delle mie preghiere affinché, pieni di entusiasmo apostolico, continuiate ad annunciare il Vangelo al popolo che vi è affidato.

2. Avete voluto includere questa visita ad limina Apostolorum fra i vari atti ufficiali commemorativi del Giubileo dell'evangelizzazione del Mozambico, cosa che mi conduce a dare inizio a questo colloquio con voi partendo dall'Eucaristia, poiché essa costituisce «il centro e il culmine di tutta la vita della comunità cristiana» (Christus Dominus, 30) ed è stata il sacro portale attraverso il quale Gesù Cristo è entrato nella vostra terra.

Egli, infatti, si è reso presente con queste parole: «Hoc est enim Corpus meum. Hic est enim calix Sanguinis mei (. . .) qui pro vobis et pro multis effundetur in remissisone peccatorum». Era la prima Messa celebrata in terra di Mozambico dal Cappellano delle navi portoghesi di Vasco da Gama, l'11 marzo 1498. Cinquecento anni dopo, lo stesso atto di consacrazione è stato compiuto in persona Christi da noi qui, questa mattina, e - come non pensarvi? - da quasi tutti i sacerdoti che, in Mozambico, assieme a noi, sono stati mandati «a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue» (At 20, 28).

Mosso da questo pensiero desidero, nella persona di ognuno di voi e dei sacerdoti, manifestare tutta la speranza, la sollecitudine e la stima che nutro per la Chiesa che pascete. Inginocchiato ai piedi dell'unico altare della Croce preparato come mensa per tutte le vostre comunità, da quella della cattedrale fino alla più piccola e lontana dove giunge l'Eucaristia, in comunione con l'unica Vittima divina consegnatasi volontariamente alla morte per tutti i mozambicani e per tutta l'umanità, affratellato nell'unico ed eterno Sacerdozio che per grazia e solo per grazia noi sacerdoti condividiamo, io, servo dei servi di Dio e usufruendo idealmente del momento in cui, nell'anafora eucaristica, pronunciate il mio nome e servizio ecclesiale, mi avvicino a ogni celebrante e, con un abbraccio affettuoso, gli dico: «Grazie di aver fatto nascere sacramentalmente Gesù in Mozambico. Ora che è nato nelle tue mani quando Lo hai chiamato "mio Corpo" e "mio Sangue", non dimenticare nessuno dei figli e delle figlie che, per Lui e in Lui, hai generato per il nostro Dio e Padre! Non rinnegare in nulla e per nulla ciò che liberamente hai scelto di essere e sei: "corpo donato", "sangue sparso (. . .) per la remissione dei peccati". Ti chiedo di portare l'abbraccio della pace e la Benedizione del Papa a ciascuna delle comunità ecclesiali che pasci nella carità di Cristo».

3. Nelle vostre relazioni si legge che per la grande affluenza di cristiani, finalmente liberi di confessare la propria fede e appartenenza a Cristo e con le strade ormai liberate e più sicure grazie alla pace che è tornata, in molti luoghi l'Eucaristia deve essere celebrata all'aperto, poiché i luoghi di culto non riescono a contenere una così grande folla. Moltiplicate le celebrazioni, ma il fenomeno continua... È un fatto sintomatico! Il Mozambico ha avuto la visita dell'Eucaristia quando la sua gente ignorava ancora il gradito Ospite che giungeva; ora che Lo conoscono come vero pane «che discende dal Cielo e dà la vita al mondo » (Gv 6, 32-33) corrono da Lui.

Si potrebbe dire che Dio ha reso eucaristico il Mozambico; vedo il suo popolo credente che si offre a Dio per essere Eucaristia. Dio lo ha benedetto con una sintonia e una attrazione particolare per il Santissimo Sacramento, come se solo questo Pane potesse saziarlo, e ha fatto sì che nessuna comunità fosse privata della celebrazione regolare della Messa domenicale e degli altri sacramenti. In questo modo, non corre il rischio di bere ad altre fonti di acque torbide e di confondere la voce del vero Pastore con quella di qualsiasi estraneo che volesse entrare nel recinto senza passare attraverso la porta che è Cristo (cfr Gv 10, 1-9). La situazione del cristianesimo nel mondo ci insegna che sono meno influenzabili dalle sette le comuni à che si alimentano regolarmente con il pane della Parola e dell'Eucaristia. Ecco perché desidero affidare a ciascuno dei sacerdoti che sono in Mozambico questo appello: vedi delle possibilità di portare il conforto domenicale dell'Eucaristia a qualche comunità? Lo dico . . . a te e ad altri. Nel Presbiterio diocesano, nel quale devono sentirsi ben accolti anche i sacerdoti missionari e religiosi, sia preso alla lettera l'ordine del divino Maestro quando, preoccupato per le numerose persone che Lo seguivano e che sarebbero svenute per strada se fossero tornate a casa senza mangiare, disse ai discepoli: «non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare» (Mt 14, 16; cfr Mc 8, 3).

In questo servizio e in tanti altri che vengono svolti nelle piccole comunità cristiane, so che collaborano con voi, ognuno a suo modo e livello, un numero immenso di catechisti e di animatori, che in questa occasione desidero salutare, ringraziare e incoraggiare: i loro nomi sono scritti in Cielo. Amati Vescovi e sacerdoti, siate per loro guide attente e sostegno permanente, soprattutto se, in assenza vostra, devono presiedere l'assemblea domenicale. Sia chiaro a tutti, però, che queste assemblee devono svolgersi «nell'attesa di un sacerdote» (Direttorio per le celebrazioni domenicali in assenza del sacerdote, 26) e sono occasione per chiedere al Signore di mandare più operai nella sua messe (cfr Mt 9, 38).

4. Infatti, la vita delle comunità cristiane è pienamente garantita solo quando ci sono sacerdoti, perché sono loro che amministrano i sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia, facendo abbeverare il Gregge alle fonti della vita eterna. Rendo grazie a Dio perché nelle vostre diocesi incominciano ad esserci delle Ordinazioni. Ma di quante altre c'è bisogno!

Tuttavia alcuni di voi lamentavano il fatto di non poter accogliere tutte le domande di giovani che volevano entrare nei Seminari perché sono sovraffollati. Che peccato! Nella mia patria, circostanze molto diverse dalle vostre avevano portato a chiudere il Seminario di Cracovia, ma il mio Arcivescovo, Mons. Adam Sapieha, lo aveva riorganizzato di nascosto nella sua residenza; lì mi aveva accolto e ho vissuto accanto a lui i miei primi due anni da seminarista. Non vi dico di fare la stessa cosa, ma ciò che voglio dire è che Dio deve ispirarvi forme e mezzi per accogliere le vocazioni che Egli vi manda e di cui avete tanto bisogno.

Grande influenza ha avuto sul cammino della mia formazione al sacerdozio la vicinanza del mio Vescovo, soprattutto negli anni in cui ho abitato nella sua residenza. I seminaristi hanno bisogno di incontrarsi, di «stare» con il loro Pastore; e, d'altra parte, nelle responsabilità pastorali di quest'ultimo verso i candidati al sacerdozio, è di grande aiuto che «li visiti spesso e in qualche modo stia con loro». (Pastores dabo vobis, n. 65). Questa vicinanza del Pastore è necessaria a tutto il Gregge, come dimostra il canone 395 del Codice di Diritto Canonico che stabilisce la residenza personale nella Diocesi.

Con la sua parola e con il suo esempio, egli aiuti i giovani a comprendere che il sacerdozio è configurazione a Cristo, Sposo e Capo della Chiesa, ma anche Vittima e Servo umile. Un Seminario e un Presbiterio, rafforzati dalla preghiera, dall'appoggio reciproco e dall'amicizia, favoriscono lo spirito di obbedienza che predispone il sacerdote a svolgere i compiti pastorali affidatigli dal suo Vescovo. Il mistero della Chiesa come comunione si rafforza quando l'autorità episcopale è esercitata come amoris officium (cfr Gv 13, 14) e l'obbedienza sacerdotale segue il modello di servizio di Cristo (cfr Fil 2, 7-8).

Oltre a questo, né il Seminario né il Presbiterio dovrebbero condurre ad uno stile privilegiato di vita. La semplicità e l'abnegazione devono essere le caratteristiche di coloro che seguono il Signore, che «non è venuto per essere servito, ma per servire » (Mc 10, 45). Come dice il Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, «difficilmente il sacerdote si renderà vero servo e ministro dei suoi fratelli, se sarà preoccupato delle sue comodità e di un eccessivo benessere». (n. 67).

5. Voglio esprimere ora il mio grande apprezzamento per l'inestimabile servizio delle persone consacrate: a tutti loro, uomini e donne, esprimo la più viva gratitudine della Chiesa! Sono stati folgorati dall'Assoluto e collocati, con un eterno splendore, come stelle nel firmamento per condurre molti sul cammino della giustizia (cfr Dt 12, 3). Il loro cuore si è sentito bruciare da un fuoco che non è di questa terra e che fa di loro quella «lucerna» del Vangelo accesa non «per metterla sotto il moggio [della propria diocesi], ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa» (Mt 5, 15), la Casa di Dio. Ne consegue la giusta aspirazione a arrivare fino ai confini della Chiesa, al fine di poter accompagnare «l'Agnello dovunque va» (Ap 14, 4).

È importante che questa testimonianza rifulga in Mozambico, per cui non posso non rallegrarmi per la grande fioritura di vocazioni religiose nelle vostre Diocesi, comprese le nuove fondazioni locali. So che le Suore offrono una splendida collaborazione nella vita pastorale delle comunità cristiane, supplendo alle molteplici carenze della vita ecclesiale oppure guidandole in mancanza di un sacerdote residente. Ma esse non potranno mai esser considerate il corrisponde femminile del presbiterio poiché la loro vocazione non è di pascolare il gregge, ma mira a mantenere vivo in esso l'ideale delle beatitudini, anticipando la condizione definitiva del Regno di Dio vivendo i consigli evangelici. Perciò, con prudenza e discernimento (cfr 1 Tes 5, 21), aiutate le vostre fondazioni a crescere fino ad essere autentiche Famiglie religiose - magari attraverso il raggruppamento di associazioni di diverse Diocesi i cui membri riconoscono di avere la stessa vocazione e lo stesso carisma - vigilando affinché le candidate siano scelte accuratamente e ricevano una formazione integrale umana, spirituale, teologica e pastorale, che le prepari alla loro missione nella Chiesa.

6. I vostri diretti collaboratori pastorali sono i sacerdoti ai quali vi uniscono vincoli di fraternità apostolica, forgiata dalla grazia degli Ordini Sacri. Potete già contare sulla collaborazione di un numero sufficiente di padri diocesani, mentre gli altri sono membri di congregazioni missionarie e religiose o fidei donum, e ognuno deve, secondo il proprio livello di appartenenza, sentirsi parte di «un solo presbiterio e una sola famiglia, di cui il Vescovo è il padre» (Christus Dominus, 28). Mostratevi premurosi verso tutti: di qualsiasi età, condizione e nazionalità, siano essi del paese o vengano da fuori (cfr Christus Dominus, 16).

Se in un presbiterio una parte del clero è di diversa provenienza, il Vescovo non deve «fare distinzioni» fra i sacerdoti (cfr Gc 2, 4).

Mi riferisco alla collaborazione concreta che la Santa Sede regolarmente vi chiede: indicare i nomi di possibili candidati all'Episcopato fra i sacerdoti della vostra Diocesi. Le proposte fatte devono essere il risultato di una valutazione imparziale delle migliori possibilità che il clero offre, senza farsi condizionare dalla sua origine; spetta poi alla Sede Apostolica la scelta del Pastore che giudica più idoneo alla guida pastorale di una Diocesi.

7. La storia della Chiesa è costellata di figure di missionari che, sulla scia di S. Paolo, «si sono fatti tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno» (cfr 1 Cor 9, 22). Basti pensare a P. Gonçalo da Silveira, ai primordi dell'evangelizzazione della vostra terra. Ora, nessuna Diocesi, nessun Vescovo che abbia accolto un missionario alla propria tavola e ha condiviso il pane con lui, che gli abbia aperto il cuore condividendo progetti e difficoltà per poi sopportare insieme il peso delle giornate apostoliche, potrà dire di lui: è uno «straniero»! Ma... questa norma ecclesiale ha già quasi 2.000 anni: «non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2, 19)! Per la Chiesa, questa norma abroga tutti gli usi e costumi, i criteri e i valori di questo mondo che si oppongono ad essa o la ostacolano.

Siamo la Famiglia di Dio! In questa nozione, i Padri Sinodali, durante l'Assemblea Speciale per il vostro Continente, hanno riconosciuto «una espressione della natura della Chiesa particolarmente adatta per l'Africa», proponendosi di «edificare la Chiesa come famiglia, escludendo ogni etnocentrismo e ogni particolarismo eccessivo, cercando invece di promuovere la riconciliazione e una vera comunione tra le diverse etnie, favorendo la solidarietà e la condivisione per quanto concerne il personale e le risorse tra le Chiese particolari, senza indebite considerazioni di ordine etnico» (Ecclesia in Africa, n. 63), certi che «l'unione della famiglia umana viene molto rafforzata e completata dall'unità della famiglia dei figli di Dio» (Gaudium et Spes, n. 42).

8. La decisione sinodale di privilegiare la presentazione della Chiesa come famiglia si fonda sulla constatazione che «in Africa, in particolare, la famiglia rappresenta il pilastro su cui è costruito l'edificio della società» (Ecclesia in Africa, n. 80). E così deve continuare ad essere . . . Perciò qualsiasi sforzo o premura pastorale della Chiesa è appena sufficiente quando si tratta di salvare una famiglia. Infatti, quando una famiglia si disgrega, si forma una frattura nel futuro della società attraverso la quale si perde vigore. Aiutate, quindi, la società mozambicana - in modo particolare coloro che progettano e guidano attraverso le norme e le istituzioni pubbliche - a ragionare e a organizzarsi assumendo la famiglia come unità di misura e strumento di verifica. Il Mozambico sarà domani la famiglia che ha oggi, poiché i cittadini trovano in essa la loro culla e la prima scuola.

Iniziata nella famiglia, la formazione umana si sviluppa nella scuola. Purtroppo, la lunga guerra e le sue conseguenze hanno immensamente danneggiato le rete scolastica nazionale, lasciando la nazione nell'impossibilità di soddisfare la maggiore aspirazione dei suoi giovani: imparare, formarsi. Ascoltando quotidianamente le lamentele di genitori e figli, la Chiesa - esercitando un suo legittimo diritto di presenza attiva nel mondo della scuola - ha investito in questo campo quanto ha potuto, andando anche al di là delle sue possibilità. Vorrei elogiare il lavoro ammirevole di tanti professori cristiani che hanno impegnato le loro energie migliori e tutto il loro sapere dalla scuola elementare fino all'Università Cattolica del Mozambico.

Le scuole cattoliche distribuiscono, senza distinzioni di mezzi sociali né di religione, una solida educazione umana, culturale e religiosa, nel rispetto della coscienza degli alunni e delle scelte delle famiglie. In essa, giovani di diversa origine possono imparare il dialogo della vita per partecipare all'edificazione di una società in grado di accogliere ognuno e di rispettare le differenze. L'unità fra tutti i cittadini, senza distinzioni di origine e di credo, fondata sull'amore verso la patria comune, deve essere perseguita con ardore allo scopo di lavorare insieme per lo sviluppo integrale della nazione, nella concordia e nella giustizia. Non abbiano paura, i giovani, di impegnarsi per il futuro del loro Paese!

9. Amati Fratelli, molte volte e per motivi diversi avete fatto cenno alla difficoltà derivante da usi e costumi ancestrali delle popolazioni che non permettono loro di aderire completamente alle esigenze del Vangelo, per affermare subito dopo la disponibilità con cui esse lo accolgono. So che è una contraddizione solo apparente perché il grado di adesione in causa è diverso, ma, in questa contraddizione apparente, non si nasconde forse la vera e più grande sfida di sempre - anche di oggi : l'urgenza di evangelizzare?

Questi cinquecento anni di evangelizzazione delle vostre popolazioni hanno visto, più di una volta, rinnovarsi il prodigio di una Chiesa che rinasce dalle ceneri con una potenza straordinaria. Oggi, che la Chiesa in Mozambico ha già delle solide fondamenta, è giunto il momento di provocare una grande ondata di missionari che tornino nella vostra terra dove ci sono milioni di persone ancora non evangelizzate, allo scopo di «proclamare la Buona Novella a tutti, e di condurre coloro che ascoltano al Battesimo e alla vita cristiana». Se vi impegnerete «con vigore e senza esitazioni su questa via, la Croce potrà essere piantata in ogni parte (. . .) per la salvezza dei popoli che non hanno paura di aprire le porte al Redentore » (Ecclesia in Africa, n. 74).

10. Venerato Cardinale, amati Fratelli nell'Episcopato! Alla fine del nostro incontro, desidero rinnovare la mia gratitudine per la visita che mi avete fatto, portando i frutti generosi di una semina del Vangelo che ha cinquecento anni nella vostra terra. Su tutta la Nazione imploro la benevolenza di Dio, supplicandoLo di liberare dall'odio, dal rancore e dalla vendetta il cuore di tutti gli abitanti del Mozambico, per giungere al Grande Giubileo dell'anno 2000 autenticamente e profondamente riconciliati e pacificati con Dio e con gli uomini.

Questa riconciliazione - e i cristiani lo sanno - ha la sua fonte di grazia e di dinamismo nell'Eucaristia e «il Duemila sarà un anno intensamente eucaristico», giacché «nel sacramento dell'Eucaristia il Salvatore, incarnatosi nel grembo di Maria venti secoli fa, continua ad offrirsi all'umanità come sorgente di vita divina» (Tertio Millennio adveniente, n. 55). Maria, Madre del Redentore, vi assista nel condurre il Popolo di Dio che è in Mozambico fino a questo incontro salvifico! Con la mia Benedizione Apostolica.

   

© Copyright 1999 - Libreria Editrice Vaticana

 

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